La voce di un secolo: Pauline Viardot

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Quando penso alle emozioni che alcune testimonianze fotografiche possono suscitare, mi viene in mente un’espressione che, mutuandola se non ricordo male da Reynaldo Hahn, Rodolofo Celletti usava in continuazione per definire quelli che considerava i due fondamentali attributi del canto: evocativo e allucinante. Non intendo nemmeno sfiorare una questione estetica su cui tanti ancora si accapigliano: sono partito da qui semplicemente perché evocative ma anche allucinanti (nel senso di capaci di portare con evidenza agli occhi dell’osservatore la visione di qualcosa che non è o non è più) sono sicuramente tutte le testimonianze fotografiche del passato, ma alcune senza dubbio più di altre.
Come questa cabinet card dello studio parigino Boissonnas & Taponier, alla cui vista, quando la trovai, per un attimo il sangue mi scese nei calcagni. Di Pauline Viardot esistono numerose testimonianze iconografiche: incisioni per quanto riguarda la prima parte della sua lunghissima vita ma anche fotografie, a partire da un gruppo molto noto di carte de visite dell’atelier Disderi, che la ritraggono in costume di scena come Orfeo e realizzate probabilmente in occasione della celebre ripresa dell’opera di Gluck allestita per lei da Hector Berlioz. Di questo splendido ritratto, realizzato in età avanzata, non avevo invece mai avuto contezza, e ancora oggi continuo a non trovarne traccia in altre collezioni.
Perché ritengo che questa fotografia sia più evocativa ed allucinante di altre sue? Perché in essa si combinano da un lato l’immediatezza del ritratto e la comunicativa dello sguardo, che sono tutt’altra cosa dal raggelato personaggio in tunichetta e cetra delle foto di Disderi, dall’altro quello che Pauline Viardot rappresenta per chiunque si occupi della storia del teatro musicale dell’Ottocento.
Probabilmente nessun altro interprete si è trovato, nel corso di una vita lunghissima, al centro di una rete di persone e avvenimenti così estesa e complessa come quella che a lei ha fatto capo. Anche solo provare a riassumerla suscita emozione: questa gentile e minuta signora nasce nel 1821 figlia minore di Manuel Garcia, uno dei tenori che hanno fatto la fortuna di Rossini, fra le altre cose primo Almaviva nel Barbiere di Siviglia e primo Norfolk nell’Elisabetta regina d’Inghilterra. I suoi fratelli maggiori si chiamano Maria Malibran e Manuel Garcia jr., forse il maggior didatta del canto dell’Ottocento. Splendida pianista allieva di Franz Liszt e compositrice agguerrita, amica di Chopin e George Sand e soprattutto di Ivan Turgenev, che abbandonò la Russia per lei e visse tutta la vita al suo fianco, la Viardot debutta in teatro a 18 anni come Desdemona nell’Otello di Rossini. La sua carriera è un fil rouge che attraversa l’intera storia teatrale europea dell’Ottocento: Meyerbeer scrive per lei il ruolo di Fidés nel Prophète, per lei Berlioz resuscita con un proprio adattamento l’Orfeo ed Euridice di Gluck. Per lei, donna colta e dal repertorio sterminato, Camille Saint-Saens si ostina a scrivere il ruolo di Dalila nel Samson et Dalila, di cui la Viardot – ormai ritiratasi dalla scena – interpreta però soltanto il secondo atto in una esecuzione privata. Un aneddoto racconta che in un’altra riunione abbia cantato, leggendoli a prima vista, brani dall’appena scritto Tristan und Isolde, meravigliandosi del fatto che, come le si raccontava, i cantanti tedeschi fossero così poco musicali da trovarne la musica troppo difficile da intonare.
Dopo aver attraversato da protagonista la vita musicale dell’intero secolo, Pauline Viardot muore a Parigi nel 1910. Questo ritratto, scattato con ogni probabilità dopo il 1900 come suggerisce la data sul retro del cartoncino, appartiene dunque agli ultimi anni di vita di questo personaggio monumentale. In un mondo musicale ormai completamente rivoluzionato, al contrario della Patti la Viardot non si farà mai tentare dall’idea di lasciare sulla già lanciata invenzione del fonografo alcuna testimonianza della sua voce. Che è quindi sparita per sempre, lasciandoci come unica possibilità di evocarla la suggestione scatenata da immagini come questa.

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8 risposte a La voce di un secolo: Pauline Viardot

  1. amfortas ha detto:

    Guarda, io leggo tanto in giro sul web, ma articoli così interessanti come questi non ne trovo spesso.
    Ti faccio i miei complimenti più sinceri.
    Ciao!

  2. amfortas ha detto:

    E aggiungo se gentilmente mi mandi in privato un tuo recapito, magari scrivendo a amfortasloge@tiscali.it.
    Ciao e grazie.

  3. legolas ha detto:

    Che splendido articolo!

  4. winckelmann ha detto:

    Che dire, imbarazzato ringrazio (e arrossisco).
    Amfortas, ti scriverò in privata sede.

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