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GutheilSchoder0203FS

Né Iva Zanicchi né Caterina Caselli, io da  piccolo nel mangiadischi ci mettevo Giulietta Simionato, che nel lato A cantava “S’apre per te il mio cuor” e nel lato B “O don fatale”. E ignaro del fatto che quel don era il dono della beltà, un omaggio della sorte che procura non pochi grattacapi alla principessa Eboli, ero ingenuamente convinto che la Giulietta ce l’avesse col parroco. Non mi era chiaro il perchè ma questo non mi preoccupava: la Giulietta mi faceva impazzire e anche, crescendo, l’inevitabile successivo ampliamento del repertorio e delle conoscenze non ha intaccato la netta predilezione che tuttora nutro per il registro del mezzosoprano.
Mai ringrazierò abbastanza il cielo, o chi per lui, per avermi dato i genitori che ho avuto. A dodici anni mi portarono per la prima volta all’opera, Aida all’Arena di Verona con Martina Arroyo e Carlo Bergonzi; a quindici anni comprai il mio primo cofanetto di Lp (Carmen), a sedici mi portarono prima a Firenze per il magico Orfeo ed Euridice di Muti-Ronconi-Pizzi, poi a Vienna per un Trovatore diretto da Karajan con Pavarotti, Leontyne Price, Christa Ludwig e Josè van Dam. E così via.
Leggendo con assiduità una rivista che si intitolava Discoteca Hi-Fi conobbi Rodolfo Celletti, di cui appena uscì acquistai Il teatro d’opera in disco, che divenne il mio breviario per molti anni. Oggi ho maturato opinioni che divergono a volte da quelle del maestro, ma credo che l’essere cresciuto musicalmente sotto la guida delle sue analisi impeccabili sia stato un momento decisivo della mia formazione.
Al liceo, in gita scolastica a Firenze, chiesi alla prof di Italiano di potermi allontanare dal gruppo per andare al Comunale a sentire la Terza di Mahler diretta da Claudio Abbado, con Lucia Valentini Terrani solista. Aveva le lacrime agli occhi, credo che in quel momento abbia seriamente desiderato di uccidere tutto il resto della classe per poter venire con me.
Poi vennero gli anni dell’università e io diventai grande. Trasferito in laguna diventai presenza fissa della Fenice, quella vera. Il loggione costava tremila lire e io vedevo tutto, e più volte: il Tancredi con Horne e Cuberli, per esempio, almeno cinque. Dopo la laurea i casi della vita mi riportarono per un po’ di anni in provincia, lasciai perdere la Fenice e mi rivolsi alla più vicina Bologna, del cui Teatro Comunale sono stato abbonato per ventisei anni, lasciandolo qualche anno fa con la morte nel cuore dopo che uno sciagurato sovrintendente l’aveva trasformato in un teatrino di quarta categoria con prezzi che nemmeno la Staatsoper di Vienna.
Nel frattempo sono tornato a Venezia, ma la Fenice vera non c’è più e io non riesco a farmi venire la voglia di ricominciare a frequentare quella nuova, lustra e smagliante ma gestita come un’attrazione per turisti con pacchetto all inclusive. In compenso ascolto molto, leggo molto, viaggio meno di quello che vorrei ma riesco pur sempre a ritagliarmi un bel po’ di occasioni teatrali in giro per l’Europa. E da qualche anno colleziono fotografie d’epoca di cantanti, con una netta predilezione per gli anni fino alla seconda guerra mondiale. E’ una raccolta non grande ma, credo, con un certo numero di pezzi molto belli e interessanti. Ne ho mostrati alcuni nell’altro mio blog; in questo spero di essere ben più assiduo.