Verdiani a Parigi: Rosina Penco

André Adolphe Eugène Disderi fu un po’ un avventuriero e un po’ un geniaccio e quando decise di buttarsi negli affari con la grande invenzione del momento, la fotografia, non solo fece le cose sul serio mettendo su uno dei principali atelier di Parigi, ma inventò la carte de visite, il piccolo ritratto di sei centimetri per nove da utilizzare come sciccoso biglietto da visita. Quello che fece non fu semplicemente di inventarsi un formato di stampa, ma anche e soprattutto una macchina fornita di tanti obiettivi (sei, otto, anche dodici), che aperti uno alla volta potevano impressionare altrettante porzioni della medesima lastra con fotografie diverse una dall’altra. Un piccolo colpo di genio, che permetteva di moltiplicare gli scatti abbattendo i costi e che ebbe immediato successo. Le stampe ottenute dalla lastra negativa venivano ritagliate e ciascuna foto veniva incollata su un supporto di cartoncino che recava, in basso o sul retro, il nome del fotografo.
La carte de visite (o CDV nel gergo dei collezionisti) che mostro qui sopra è di un tipo piuttosto spartano, il supporto non è nemmeno troppo regolare e la dicitura col nome e l’indirizzo dell’atelier sono stampati senza troppi fronzoli sul retro. La dicitura Photographes de S. M. l’Empereur pare sia stata utilizzata da Disderi dopo che persino Napoleone III si fece fotografare da lui, chiedendogli di realizzare piccoli ritratti in grande quantità da distribuire ai soldati che assieme a lui, nel 1859, stavano partendo per l’Italia, dove era scoppiata la Seconda guerra di indipendenza.

Che la foto sia successiva a questa data lo dice anche la biografia di Rosina Penco (1823-94), grande soprano napoletano che oggi definiremmo drammatico di agilità e che dopo una carriera dagli enigmatici inizi (nel senso che non se ne sa nulla a parte il debutto a Copenhagen e apparizioni in Svezia, Germania e a Costantinopoli prima della definitiva affermazione in patria) diventa un personaggio di primo piano nei principali teatri italiani. La Penco, che il 19 gennaio 1853 era stata all’Apollo di Roma la prima Leonora del Trovatore, nel 1860 aveva ottenuto scritture a Londra e da lì si era spostata a Parigi, dove nel 1861 al Théâtre-Italien cantò il ruolo di Amelia nella prima rappresentazione francese del Ballo in maschera. Verdi, di cui la Penco ebbe anche in repertorio Traviata, Luisa Miller, I Lombardi, Giovanna d’Arco e I Vespri siciliani, la stimava molto ma come spesso succede quello che è restato nella storia è la frase, lapidaria e spesso usata a sproposito, con la quale il compositore ne descrive alcuni vezzi interpretativi che, pare, segnarono la seconda fase della sua carriera:
La Penco ha delle qualità, ed è bella, ma non è più la donna di cinque anni fa all’epoca del Trovatore. Allora vi era sentimento, fuoco abbandono, ora vorrebbe cantare come si cantava 30 anni indietro, ed io vorrei che Ella potesse cantare come si canterà da qui a 30 anni…
Niente di più di una boutade sapientemente costruita da parte di un genio furbo di tre cotte. Poco interessata alla fantascienza del canto, Rosina Penco fu una grande cantante di vecchia scuola, una grande Norma, Imogene, Lucia, Linda, Semiramide e come tale venne considerata e grandemente apprezzata. Arrivata a Parigi non poteva mancare, quindi, all’appuntamento con lo strano marchingegno di Monsieur Disderi; neppure lei, come la folla di attori, cantanti e ballerine che senza soluzione di continuità riempiva lo studio al numero 8 di Boulevard des Italiens, poteva rinunciare ai magici rettangolini di cartone da distribuire al pubblico di colti appassionati che tre volte la settimana correvano a sentirla nella gloriosa sala del Théâtre-Italien .

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