Minnie Nast e l’argomento inoppugnabile del naso


Le signore che presento qui affiancate sono Minnie Nast e Eva Plaschke-von der Osten, entrambe soprani di rango ed entrambe attive agli albori del Novecento alla Hofoper di Dresda. Se vogliamo trovare una ragione perché sia l’una che l’altra debbano essere ricordate nella storia del teatro del secolo scorso non facciamo troppa fatica, poiché tutte e due furono sulla scena quella mitica sera del 26 gennaio 1911 che resterà per sempre nei nostri cuori, quando venne alla luce Der Rosenkavalier: a fianco della Marescialla di Margarethe Siems, infatti, la Nast e la Plaschke-von der Osten furono rispettivamente la prima Sophie e il primo Octavian.
Per la Nast, nata a Karlsruhe nel 1874 e arrivata a Dresda ventiquattrenne nel 1898, appena un anno dopo il debutto ad Aachen, si trattava in realtà del terzo battesimo di un’opera di Richard Strauss perché il 21 novembre 1901 aveva partecipato alla prima assoluta di Feuersnot e il 25 gennaio 1909 a quella, storicamente assai più importante, di Elektra.
La vita nel teatro di Dresda, imponente macchina produttiva nella quale lavoravano gomito a gomito molte stelle di prima grandezza, non era sempre facile. Già ho raccontato dei problemi nei quali dovette dibattersi la prima hochdramatisch Sopran Marie Wittich allorché le si intimò di fare la sciantosa coi sette veli e la testa mozza di Jochanaan nella Salome. Le cose si complicavano ancora di più quando si trattava di dirimere questioni che coinvolgevano i rapporti fra i cantanti e, soprattutto, le cantanti. Le quali, si sa, da che l’opera è opera hanno fissato come scopo principale della propria carriera il farsi le scarpe l’una con l’altra.
Un caso interessante si presentò, a Dresda, nel momento in cui fu messa in programma la prima locale di Madama Butterfly. Quello di Cio Cio San non era certo un ruolo per la possente Wittich, ma sia la Nast sia la Plaschke-von der Osten ci misero gli occhi sopra. Come nella migliore tradizione, ciascuna delle due poteva contare su una buona retroguardia d’appoggio. Quella della Nast era capitanata da Charles Webber, direttore inglese in quegli anni assoldato a Dresda come maestro ripetitore e preparatore dei cantanti. Dietro alla Plaschke-von der Osten stava invece Karl Burrian, Heldentenor con pochi rivali in quel momento e sicuramente più potente dell’americano.
Nei suoi ricordi Webber descrive la Plaschke-von der Osten come una donna molto bella e piena di talento, ma non le risparmia la stoccata che la sua voce era un po’ chioccia. Insinua anche che alla base dell’appoggio di Burrian ci fosse una passioncella per lei, illegittima perché la signora era sposata. Per ottenere il ruolo, Webber e la Nast giocarono d’astuzia e d’anticipo: di nascosto e prima che la direzione decidesse a chi affidare il ruolo, l’americano preparò la cantante e le insegnò la parte . Bisogna dire che la Nast era un’ottima professionista e che all’origine della sua formazione stavano gli studi a Salisburgo con una virtuosa di rango come Bianca Bianchi (ho una sua foto: ci torneremo). Splendida mozartiana, deliziosa Eva nei Meistersinger, aveva fra i suoi cavalli di battaglia anche i ruoli di Margherita nel Faust di Gounod e di Mimì nella Bohéme. Non ritenendo evidentemente sufficienti questi titoli, terminata la preparazione Webber portò la Nast davanti all’onnipotente Generalmusikdirektor Ernst von Schuch, la fece cantare e poi sparò la carta vincente: non solo la Nast era pronta e pressoché perfetta (insomma, forse Webber un po’ innamoratino pure lui lo era) ma era assolutamente impensabile che il teatro mostrasse sulla scena una geisha con il naso grosso.
Touché. Non sappiamo quanto importante fosse quello della Plaschke-von der Osten, ma non possiamo non notare che le inclinazioni del suo volto nei ritratti fotografici, a cominciare da questo qui in apertura, sembrano tutte studiatissime per mimetizzare una “esuberanza” che ci tocca ritenere probabile.
In ogni caso, von Schuch non poté che arrendersi a tale incontestabile motivazione e la parte fu della Nast, che fu spedita a Berlino ad ascoltare Florence Easton, che cantava Butterfly alla Hofoper. Una volta tanto tutto finì nel migliore dei modi: la Nast ebbe grande successo e Webber ci assicura che la stessa Plaschke-von der Osten accettò di buon grado la sconfitta, chissà se e fino a che punto riconoscendo la superiorità artistica della rivale ma di sicuro giudicando inoppugnabile l’idea che per quanto prestigiosamente dotata una geisha col nasone era cosa al di là dell’immaginabile.

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6 risposte a Minnie Nast e l’argomento inoppugnabile del naso

  1. ausdemspielberg ha detto:

    Questa storia di nasi mi suggerisce due cose.
    La prima è che neppure io avrei mai potuto interpretare il ruolo di Cio Cio San.
    La seconda è che lei, Cavaliere, potrebbe prossimamente deliziarci con una rassegna delle innumerevoli trombone di sua conoscenza che morirono in scena non per gli effetti di quella ipercolesterolemia che il loro tonnellaggio avrebbe lasciato presagire bensì consunte, si fa per dire naturalmente, dalla tisi e dall’amor.
    In altri termini potrebbe fornirci un delizioso quadretto del contrasto tra il physique du rôle richiesto dalla parte e tratteggiato dall’autore e la sua traduzione scenica. Credo ci sarebbe di che sorridere. O no?

  2. gabrilu ha detto:

    Non ci posso credere! 🙂 Anch’io è da una decina di giorni che sono immersa in faccende di nasi… nel mio caso trattavasi dei di Gogol’… Ed ora vengo qui per svagarmi ed acculturarmi e … che trovo? Un altro naso 🙂 Sono divertitissima per la coincidenza (oltre che ammiratissima come sempre per i tuoi “ritrattini”).
    A proposito: appoggio entusiasticamente la proposta/suggerimento avanzata da ausdemspielberg a proposito del “contrasto tra il physique du rôle richiesto dalla parte e tratteggiato dall’autore e la sua traduzione scenica”.
    Purchè non ci si limiti alle femmine ma si parli anche di masculi. Chè anche per lorsignori, spesso la stazza poco si attagliava al ruolo (anche se il ruolo non prevedeva il morir tisici)

  3. Winckelmann ha detto:

    Si si, la fate facile voi. Ma vedremo cosa saremo in grado di fare, ho qualche idea in merito.
    Che affronterà, tranquilla Gabrilu, anche i masculi, che come tu dici non dovevano morir tisici ma piuttosto erano chiamati ad atteggiarsi a giovinetti baldanzosi circonfusi d’eroico ardor quando magari una pancetta da commenda o una chiappa un po’ troppo raso terra proponevano al pur disponibile spettatore dissociazioni visive per noi oggi parecchio interessanti. Stay tuned

  4. Alessandra ha detto:

    Articolo bizzarro e interessante… che il tuo blog sia di nicchia oppure no, mi sembra che hai il dono di trattare in modo inusuale gli argomenti che proponi. E c’è anche sotto dell’ironia, che in genere apprezzo molto… Mi sa che capiterò molte volte a curiosare nelle tue pagine 😉

    • Winckelmann ha detto:

      Grazie e benvenuta! Un pizzico di ironia credo che faccia sempre bene ed è innegabile che a volte le mie amate fotografie me ne offrono l’occasione su un piatto d’argento. Arrivederci dunque alla prossima puntata (e adesso mi faccio un giro sul tuo blog :-))

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