Annie Louise Cary, dall’opera alle opere di bene

cary0321rgr

Era una florida ragazzona del Maine quella che nel 1866 prese posto su un vapore e se ne venne in Europa a studiare canto. Non era alle prime armi, perché aveva già avuto insegnanti a Portland e a Boston, e aveva pure avuto un inizio di carriera, molto condizionata a quanto si dice dalle traversie della guerra civile. La sua voce di contralto, però, doveva prometterle molto di più di qualche tournée qua e là nelle praterie: nemmeno molti anni dopo il compositore Anton Rubinstein l’avrebbe definita la voce più bella che avesse mai sentito. E così Annie Louise Cary, classe 1841, se ne venne a Milano a studiare con Giovanni Corsi. Stando a quello che ci racconta Peter G. Davis nel suo libro The american opera singer, la ragazzona del Maine non aveva comunque troppe intenzioni di dedicarsi all’opera, il cui ambiente considerava non propriamente consono a una ragazza di sani principi come lei. Molto meglio l’oratorio e, in generale, la sala da concerti.
Annie Louise mirava comunque alto, tanto è vero che da Milano sarebbe passata poi a Parigi per studiare con Giovanni Bottesini e poi a Baden-Baden, presso la grande, grandissima Pauline Viardot.
Stando sempre a Davis, si trovò però in un mare di debiti e le toccò così accettare un’offerta proveniente addirittura da Copenhagen, dove nel 1867 (o ’68 secondo Kutsch e Riemens) debuttò come Azucena nel Trovatore. Andò parecchio bene evidentemente e da lì si trovò a girare i teatri scandinavi per poi scendere ad Amburgo e Bruxelles e risalire fino a San Pietroburgo. Nel 1870 approdò infine a Londra, dove al Covent Garden ebbe un franco successo presentandosi come Maffio Orsini nella Lucrezia Borgia. In questa occasione venne notata dai fratelli Strakosch, Max e Maurice, impresari. Maurice, che era cognato di Adelina Patti, aveva creato una compagnia che doveva supportare negli Stati Uniti il debutto americano di Christine Nilsson, altra mitica interprete di cui colpevolmente non ci siamo mai occupati. Annie Louise Cary si aggregò così alla Strakosch Concert Company e tornò verso il continente natio dove, il 19 settembre 1870, fece assieme alla Nilsson il suo debutto americano alla Steinway Hall di New York. Fu in questa occasione che Rubinstein la ascoltò e va detto che lo splendore della stella Nilsson non oscurò per nulla quello della sua supporter, che ottenne anche sulla stampa giudizi molto lusinghieri.
Da questo momento in poi la sua carriera fu soprattutto americana, non lunga ma molto intensa. E, segnata da inizi belcantistici nel nome di Rossini e Donizetti, proseguì poi affrontando ruoli sempre più “moderni”. Nel novembre 1873 la Cary fu infatti, a New York, la prima Amneris del continente americano e nel 1877 affrontò Wagner con la Ortrud del Lohengrin. Nel ’74, sempre a New York, partecipò alla prima esecuzione americana del Requiem di Verdi. Il legame con l’Europa non si interruppe mai e più volte tornò a Londra dove restò sempre molto amata. Cantò anche in Russia e alla Hofoper di Vienna, e qui vien proprio da dire che il mondo è piccolo.
Consultando infatti gli archivi on line del teatro, scopriamo che fra marzo e maggio 1876 Luigia Cary cantò il ruolo del paggio Urbain negli Ugonotti: nelle prime due recite a fianco di Adelina Patti (Valentine) e del di lei consorte Ernesto Nicolini (Raoul), nell’ultima con Pauline Lucca (Valentine) e Vittorio Capoul (Raoul). E’ un destino, non riesco nemmeno una volta a non citare il nostro Capoul.
Thomas Houseworth, l’autore della nostra fotografia, era un ex cercatore d’oro in California che dopo aver appeso la pala al chiodo si era messo a fabbricar lenti per obiettivi, passando poi alla professione di ritrattista fotografo. Si era specializzato in fotografie teatrali, che realizzava naturalmente nel proprio studio perché i lunghi tempi di posa ancora indispensabili non consentivano lo scatto in sala, men che meno durante gli spettacoli. Durante la sua attività produsse un grandissimo numero di ritratti di attori e cantanti, che poi smerciava su questi caratteristici cartoncini grigi con la scritta Houseworth celebrities.
E’ suggestivo, nella dedica al verso della fotografia datata 1879, il riferimento al soggiorno svedese della Cary, che come ho detto risale all’epoca immediatamente successiva al debutto a Copenhagen.

cary0321v

In questo ritratto Annie Louise non aveva dunque più di trentotto anni. Nel ’79, però, già cominciava ad avvertire i segni di problemi vocali che si sarebbero fatti sempre più evidenti e che fra il 1880 e l’81 la portarono ad abbandonare la scena.
Non sappiamo quanto male la prese, di sicuro sappiamo che nel 1882 sposò Charles Monson Raymond, un ricco banchiere che non sopportava l’opera e che qualche anno prima, trascinato controvoglia a teatro, l’aveva vista cantare Siebel nel Faust e senza aver nemmeno scambiato una parola con lei aveva giurato a se stesso che sarebbe riuscito a sposarla. Che fosse una bellissima donna è indubitabile, basta guardare quest’altra carte de visite uscita dall’atelier newyorchese Rockwood

cary0200gr

I due si stabilirono definitivamente a New York e Annie Louise, fedele ai suoi sani principi di brava ragazza del Maine, si dedicò anima e corpo alla beneficenza. Fu attiva nella New York Diet Kitchen Association, una strana cosa fondata nel 1873 che, se ho capito bene, forniva pasti ai poveri dietro presentazione di ricetta medica. Un momento di gloria la Cary lo ebbe, a quanto pare, durante la prima guerra mondiale, quando stabilì un record realizzando ai ferri 150 paia di calze di lana per i combattenti.
La sua carriera fu illustre ma tutto sommato breve e così Annie Louise Cary finì per passare la maggior parte della sua vita lontana dalle tavole del palcoscenico. Morì infatti nell’aprile del 1921, pochi mesi prima di compiere ottant’anni. Non posso certo dire di averla conosciuta ma mi vien da immaginarla mentre passa in rassegna le fasi salienti della propria vita e chissà quale considerava degna di maggior prestigio, se l’aver cantato con la Patti, l’essere stata la prima Amneris americana o l’aver sbalordito tutte le pie dame di New York con le sue 150 paia di calze di lana fatte ai ferri.

cary0321rfs

Advertisements
Questa voce è stata pubblicata in Cabinet card, Cantanti, Houseworth Thomas, Rockwood George Gardner e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.

2 risposte a Annie Louise Cary, dall’opera alle opere di bene

  1. ausdemspielberg ha detto:

    Propendo per le 150 paia di calze di lana.
    La qual cosa ne fa una testimone delle centinaia di migliaia di altre donne che, in tutto l’Occidente, fecero lo stesso e non solo quello.

  2. Pingback: Miss Cary e il suo peluche | Il cavaliere della rosa

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...