Madama Pinkerton uno, due, tre e quattro

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A far da umile preludio alla luccicante inaugurazione scaligera di questa sera, Winckelmann offre al colto e all’inclita questo pezzettino della sua piccola collezione di libretti. Potrebbe sembrare solo un elegante esempio di grafica nippo-liberty, se non ci fosse quel copyright 1904 all’angolo in basso a destra a mettere in allarme il sagace raccoglitore di cimeli operistici.
Il 1904 fu, infatti, l’anno della ormai celebre e fischiatissima prima e unica recita di Madama Butterfly alla Scala. Sulla base di questo indizio potremmo illuderci quindi di avere fra le mani il testo della prima versione dell’opera, proprio quella che questa sera per la prima volta da quel tragico 17 febbraio di 112 anni fa torna sul palcoscenico di Milano. Ci illuderemmo a torto, però, perché così facendo non daremmo peso a quel nuova edizione che compare in alto. Se invece di sognare studiassimo la storia, sapremmo che il 28 maggio di quello stesso 1904 Madama Butterfly tornò sulla scena, questa volta al Teatro Grande di Brescia dove, affidata alle cure di Cleofonte Campanini sul podio e di Salomea Kruceniski nel kimono di Cio-Cio-San, ottenne quel successo che Milano le aveva negato.
In quei tre mesi di tempo Puccini ci aveva rimesso le mani sopra e il lavoro apparve modificato rispetto alla prima esecuzione. Per molti, moltissimi anni la versione unanimemente e acriticamente accettata della vicenda fu che a Brescia venne rappresentata la Butterfly che tutti oggi conosciamo. Che è però un falso bello e buono, perché basta leggersi il testo di questo libretto, che è appunto quello riedito dopo il fiasco milanese in occasione delle rappresentazioni di Brescia, per rendersi conto che quello che si sentì al Teatro Grande non era per nulla la “nostra” Madama Butterfly:

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Nonostante, per esempio, a Brescia lo sterminato secondo atto originale appaia già diviso in due, ancora Pinkerton elargisce simpatiche battute razziste ai servitori giapponesi, ancora i parenti di Butterfly fanno un indecente pollaio al banchetto nuziale, ancora l’imbelle tenore sembra (ma la cosa non è chiarissima dal solo libretto, bisognerebbe vedere lo spartito) privato dell’unica sua vera aria, quell’Addio, fiorito asil che Puccini con ogni probabilità aggiunse quando si rese conto che un ruolo senza una romanza tira-applausi avrebbe rischiato di rendere il protagonista maschile dell’opera esclusivo appannaggio di tenori di secondo piano.
Il fatto è che, come implacabilmente puntualizzarono Fedele D’Amico e Alfredo Mandelli nello splendido programma di sala che la Fenice diede alle stampe quando, nel 1982, produsse una Madama Butterfly che veniva rappresentata a sere alterne nella prima e nell’ultima versione, solo attenendosi agli spartiti per canto e piano pubblicati da Ricordi le versioni di Butterfly sono quattro: quella del fiasco milanese, quella del trionfo bresciano, quella ulteriormente modificata per rappresentazioni londinesi nel 1905 e quella ancora rielaborata per Parigi nel 1906.
Questa sera a Milano si darà la prima versione del 1904. L’ho ascoltata trentadue anni fa e non posso certo ricordarne i dettagli. Ricordo però le impressioni di allora e credo di poter dire che l’ascolto sarà sommamente istruttivo, a patto di non illudersi di trovare tesori nascosti e questa sera riscoperti. Anzi. Il lungo lavoro di Puccini sulla propria partitura fu un progressivo avvicinarsi a quel miracolo di perfezione musicale e drammatica che è la Madama Butterfly che tutti conosciamo. Dalla prima alla quarta versione Puccini sfronda le lungaggini, mette a fuoco dettagli che non funzionano, modifica linee melodiche che hanno bisogno della marcia in più, dove il motore comincia ad affannarsi tira una riga e riparte da zero, e miracolosamente prende il volo. Insomma, la Butterfly del 1904 era già sicuramente una bella opera: ascoltarla con la memoria attiva sulla vera Madama Butterfly non può che insegnarci tantissimo sullo straordinario genio musicale e teatrale di Giacomo Puccini. Alla faccia di quei musicologi che per decenni al suo nome hanno alzato il sopracciglio, ritenendolo il corrispettivo musicale di Carolina Invernizio.
L’edizione standard di Madama Butterfly è quindi del 1907, e di questo anno è infatti questo altro libretto, che testimonia la diffusione del titolo sui palcoscenici internazionali:

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Die kleine Frau Schmetterling, la chiamarono i tedeschi con una traduzione praticamente letterale. Fra Onkel Bonze e Cho-Cho-San non esistono variazioni di rilievo rispetto all’originale italiano. L’unica, che a noi sembra solo una bizzarra trovata, è quella che trasforma Pinkerton in Linkerton. Il motivo è banale ma serio: foneticamente Pinkerton è pericolosamente vicino al verbo pinkeln che in tedesco vuol dire… insomma, diciamo che il nostro sottotenente della cannoniera Lincoln avrebbe rischiato di chiamarsi Benjamin Franklin Piscione, che forse sarebbe molto piaciuto a qualche regista di oggi ma che con l’atmosfera di questa splendida tragedia giapponese ci stava proprio come i cavoli a merenda. Meglio cambiare una consonante e non pensarci più.

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Una risposta a Madama Pinkerton uno, due, tre e quattro

  1. ausdemspielberg ha detto:

    Pinkerton o Linkerton e’ un personaggio insopportabile, senza attributi o, meglio, meritevole sempre e comunque di attributi scatologici: piscione e’ il meno.

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