Jeanne Nadaud, “Fatinitza” e quella cosa sulle ventitré

Non l’ho fatto apposta ma è davvero bizzarra la fotografia alla quale è capitato l’indubbio onore di essere siglata, all’ingresso in collezione, con il numero di inventario 500. Si tratta di una cabinet card di Nadar, dipinta a mano (ci tornerò) e raffigurante due signorine in abito orientale, una delle quali con un armamento in testa che diremmo adeguato più a San Pietro Martire che non a una sensuale odalisca. Al momento dell’acquisto, l’unico elemento di cui disponevo per arrivare all’identificazione delle due (e anche per accertare definitivamente la relazione della fotografia con uno spettacolo teatrale) erano i due cognomi scritti al verso del cartoncino in calligrafia non moderna, peraltro ignoti totalmente a me e quasi del tutto persino a Google.

Nella sua bizzarria la fotografia è a suo modo spettacolare, lo stato di conservazione perfetto, questo elemento del colore mi intrigava, costava pure abbastanza poco: valeva la pena acquistarla così alla cieca, nella speranza di riuscire a trovare le risposte alle numerose domande che mi suscitava. Per quanto riguarda il colore, anche questo era un elemento di rischio: la riproduzione che forniva il venditore dava l’idea di qualcosa eseguito con una certa accuratezza, ma era difficile capire se si trattava di un quid aggiuntivo fornito dall’atelier (e quindi realizzato con tutti i crismi) oppure dell’esercizio improvvido di qualche annoiato ragazzino che in qualche momento negli ultimi centovent’anni potesse aver messo le grinfie sulla fotografia della collezione di papà avendo troppo vicino la scatola dei colori. Comunque, per i motivi di cui sopra ho rischiato di trovarmi recapitato un infantile pasticcio e ci ho azzeccato: il lavoro è stato chiaramente eseguito a regola d’arte, con un abile e minutissimo trattamento dei dettagli decorativi.

Come dicevo, le prime ricerche sui due cognomi hanno dato miseri risultati. Mentre nulla recuperavo per quanto riguarda M.lle Delizy (in realtà, come ho appurato poi, Dèlezy: quel puntino sopra il suo nome mi ingannava) Nadaud mi portava a una Jane o Jeanne, collegata in maniera poco chiara all’operetta Fatinitza di Franz von Suppé. Da qui in avanti era tutto da fare. Alla fine non è stata una ricerca complicata e ho ricostruito quasi tutto anche se, come vedremo, qualche punto interrogativo resta. Come resta sempre confermato che dietro a ognuna di queste fotografie c’è una storia e che la maggior parte delle volte basta armarsi di un po’ di pazienza e di curiosità, usare gli strumenti che la rete mette a disposizione e andarsi a leggere le fonti per ricostruire tutto, o quasi tutto. Ma andiamo con ordine.

Fatinitza è la prima operetta di grandi dimensioni (tre atti) del compositore, dalmata di nascita ma viennese a tutti gli effetti, Franz von Suppé. Composta su un libretto tratto da quello de La Circassienne, un’opéra-comique che Scribe aveva scritto nel 1861 per Auber e che a Parigi aveva avuto scarso successo, fu rappresentata per la prima volta al Carltheater di Vienna nel gennaio 1876, con successo clamoroso. Sull’onda delle cento e passa recite viennesi ne fu fatta una traduzione in francese per Bruxelles, dove nel dicembre 1878 l’entusiasmo si ripeté. Fu naturale, quindi, che i teatri parigini drizzassero le antenne ma c’era da venire a patti con la vedova Scribe che (giustamente diremmo noi oggi) voleva far valere i propri diritti sulla proprietà dell’opera originale. La soluzione fu molto italiana: si fece una nuova versione francese del libretto, molto modificato nei versi e nella trama, al punto che non poteva più dirsi apparentato con quello di Scribe, così che la vedova fu messa a tacere e la nuova Fatinitza poté andare in scena al Théâtre des Nouveautés il 15 marzo 1879 in una produzione sontuosa, per la cui realizzazione non si badò al risparmio. I costumi dello sterminato cast furono affidati al celebre illustratore e caricaturista Alfred Grévin.

La trama di Fatinitza (almeno della Fatinitza parigina) è delirante: ambientata fra la Russia e l’impero ottomano, la vicenda prende il via dal sagace stratagemma del giovane tenente Wladimir, che per avvicinare l’ovviamente affascinante principessa Lydia, di cui è innamorato, senza fare inalberare il di lei autoritario zio generale, si traveste da fanciulla dandosi nome Fatinitza. Ma se da un lato ottiene di potere in questa guisa avere contatti con l’amata, dall’altro scatena la passione senile del generale, che credendolo una lei si innamora perdutamente di lui. Come già era successo nelle Nozze di Figaro e come sarebbe poi accaduto ancora nel Rosenkavalier, anche in Fatinitza abbiamo una cantante donna che impersona un uomo che si traveste da donna. Lascio perdere il successivo sviluppo (intricatissimo) ma accenno solo al fatto che Wladimir/Fatinitza e Lydia vengono a un certo momento rapite dai turchi e vendute a un pascià, che ha intenzione di aggregare Lydia alle quattro mogli già in servizio nel proprio harem. Probabilmente anche da questo (oltre che dalla comprensibile cefalea) dipende l’espressione non proprio entusiasta della nostra odalisca nella fotografia.
Ma dove sono le prove che la mia fotografia è realmente collegata alla Fatinitza del 1879?

Ovviamente le prove stanno su Gallica, e sono due. La prima è nel numero 18 di La Scène, revue des success dramatiques, interamente dedicato a Fatinitza, di cui racconta nel dettaglio l’impossibile trama, presenta i numeri musicali (a proposito, qui c’è uno di quelli che fecero furore ma attenzione ad ascoltarlo, provoca dipendenza) e riporta la locandina, dalla quale apprendiamo che l’interprete di Lydia era proprio tale Jeanne Nadaud, mentre quella di Mèdyé (un personaggio secondario, che non appare nemmeno nel racconto della trama) era una certa Dèlezy. Mannaggia alla mania dei francesi di chiamare attori e cantanti solo per cognome. Quindi, Nadaud e Dèlezy sono collegate a Fatinitza: come posso sapere che anche la mia fotografia lo è?
Ancora grazie a Gallica, che non solo consente di recuperare la grande messe di recensioni dedicate alla produzione del Théâtre des Nouveautés ma contiene anche una nutrita serie di fotografie realizzate da Nadar in quella occasione, ovviamente in studio e non in teatro non essendo possibile, con la tecnologia del 1879, scattare fotografie su un normale palcoscenico non sufficientemente illuminato. Bene, grazie evidentemente al grande successo di pubblico Nadar produsse un grande numero di fotografie: ritratti degli interpreti e foto di gruppo sicuramente collegate a diversi momenti dello spettacolo. Quelle pubblicate su Gallica sono le copie di archivio di Nadar, nelle quali le albumine sono incollate su spartani cartoncini grigi con le indicazioni necessarie alla gestione delle lastre. Questa, per esempio, mostra Jeanne Nadaud assieme a Marg(uerite?) Preciose (in realtà variamente chiamata sulla stampa Preziozi o Preziosi: non ne so nulla se non che aveva già interpretato Wladimir/Fatinitza a Bruxelles) e a E. (?) Vois, che interpretava Moulinot.

Bene. Un certo numero di questi scatti raffigura coppie di personaggi abbastanza bizzarri e bizzarramente atteggiati, che è difficile collocare in mancanza di un libretto dal quale si possa cogliere l’esatto sviluppo della vicenda, ma che sono per noi fondamentali. Mostro qui sotto un pezzo che appartiene a questo sottogruppo, precisando che la mia fotografia non è fra quelle reperibili su Gallica:

Tutte le fotografie di questo sottoinsieme hanno in comune l’ambientazione, che è la stessa della mia. Anche le mie due signorine, quindi, impersonano personaggi di Fatinitza, ovviamente due odalische che appaiono nel secondo atto dell’operetta, che si svolge all’interno dell’harem del pascià. La mia fotografia fa parte di questa serie, seppure in una versione deluxe colorata a mano che doveva essere una special feature offerta dall’atelier.

Non abbiamo però finito: appurato che la mia fotografia e Fatinitza sono collegate, dato fiducia all’ignoto amanuense che ci comunica che della lunghissima locandina le due signorine sono proprio Nadaud e Délezy (sulle quali peraltro non sappiamo nulla di nulla anche se, a leggere le recensioni, pare che Jeanne Nadaud non fosse cantante disprezzabile), cosa ci fa quella sciabola sulla testa della povera Lydia? Un giornale che recensì lo spettacolo ci fornisce un indizio da seguire quando scrive che nel secondo atto

alcune odalische eseguono una danza lasciva che ricorda un poco, mi sembra, la famosa “danza del ventre” di Gérôme.

L’Orchestre: revue quotidienne des Théâtres

E allora andiamolo a cercare questo quadro, e scopriamo che si tratta di una tela del pittore francese Jean-Léon Gérôme conservata oggi nell’Herbert F. Johnson Museum della Cornell University a Ithaca, New York, intitolato La danza della sciabola in un caffè. Eccolo qui:

Insomma, non era solamente San Pietro Martire quello che andava in giro con una spada in testa ma anche, a quanto parte, le odalische orientali quando interpretavano una danza nella quale riuscivano a tenere in bilico sulla testa quell’impegnativo oggetto e che si pensò bene di introdurre anche nell’allestimento parigino. Sembrava una parodia questa fotografia, e invece contiene un colto riferimento a una tela allora celebre. Fu affidata, questa danza, alla principessa Lydia ovvero a Jeanne Nadaud? Non ho trovato riferimenti in merito, in ogni caso chiunque abbia portato a spasso per la scena in quel modo l’ingombrante spadone l’avrà avuto ben fissato all’acconciatura onde evitare imbarazzanti cadute. Questa trovata era diventata uno dei tanti e pubblicizzati elementi di richiamo dello spettacolo: in un altro giornale essa viene resa ancora più fantasiosa raccontando di una odalisca che va a spasso con la sciabola tenuta in equilibrio sulla punta del naso, una soluzione registica che vedo estremamente improbabile.
Sto dando per scontato che nella mia foto Jeanne Nadaud sia la signora in piedi e che l’altra sia la comprimaria: la ritengo la cosa più probabile ma non lo trovo scritto da nessuna parte. Per quanto riguarda la seconda donna, poi, le foto di Gallica ci complicano la vita anziché darci una risposta. Sono presenti, infatti, alcuni scatti in primo piano di questa signora, o almeno di una che ha lo stesso suo costume:

Il problema è che dai cartoncini di Nadar la signora sembra chiamarsi Briani e non Délezy, un nome che non risulta però né nella locandina riportata da La Scène né, a quanto pare, in alcun altro luogo di Google o di Gallica. Non ho soluzioni in merito: può essere un’interprete subentrata in seguito (dello spettacolo in quella stagione vennero fatte più di cinquanta rappresentazioni) ma non ho in realtà alcun elemento per affermarlo. La nostra enigmatica cinquecentesima fotografia vuole a tutti i costi conservare un pochino di mistero.

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4 risposte a Jeanne Nadaud, “Fatinitza” e quella cosa sulle ventitré

  1. m ha detto:

    Sempre affascinanti questi misteri.

  2. Walther ha detto:

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    Greetings from the Netherlands ,Walther

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