Le nozze fugaci di Bianca Bianchi

Fosse nata a Borgosesia anziché ad Heidelberg, la signorina Bertha Schwarz si sarebbe chiamata – traducendo alla lettera – Berta Neri. Non diede quindi prova di alata fantasia quando prese la decisione di adottare come nome d’arte il banalotto Bianca Bianchi. L’onomastica italiana, dopotutto, consentirebbe ben più sagaci ed eufoniche combinazioni.
Mi occupo di lei per mostrare un suo grazioso ritratto che la raffigura in età giovanile (la nostra a quanto pare avrebbe raggiunto quella venerabile di 92 anni); un cartoncino in formato carte de visite che porta però incollato, anziché la solita albumina, uno dei miei favoriti woodburytype. Chi nonostante tutti i miei sforzi non ha ancora capito di cosa si tratti, digiti questo nome sulla form di ricerca qui a destra e si studi il post nel quale ho dato una descrizione della complessa lavorazione di questa tecnica.

Il verso del cartoncino porta l’indicazione di un editore inglese, e questo combacia perfettamente con quello che sappiamo della carriera della giovane Bertha. La quale era figlia di una coppia di attori in forza al teatro di Mannheim, ebbe le prime esperienze teatrali già da bambina e verso il 1870, quindicenne, iniziò a prendere lezioni di canto da una certa Aurelie Wilczek, soprano drammatico anch’essa attiva a Mannheim e rinomata insegnante. Questa Aurelie è un personaggio che mi incuriosisce perché una i di troppo la rende omonima imperfetta di Sophie Wlczek, altra (a quanto pare) cantante del Nationaltheater di cui mi sono occupato qui. Scrivo “a quanto pare” perché Kutsch e Riemens dedicano alle due signore voci distinte, lunga e articolata quella di Aurelie, che sembra il personaggio più rinomato delle due, ed estremamente succinta quella di Sophie. Prendo atto però che per la poderosa storia del Nationaltheater di Mannheim di Ernst Leopold Stahl, data alle stampe nel 1929 e pignola fino allo spasimo nell’elencare tutti coloro che fin dai tempi di Schiller hanno avuto un ruolo qualunque nella storia di questa istituzione, una Aurelie Wilczek fra i suoi cantanti semplicemente non è mai esistita. Chissà.
La giovanissima Bertha iniziò in ogni caso come corista e probabilmente sostituta in ruoli di soubrette nel teatro di Karlsruhe (Heidelberg, Mannheim, Karlsruhe: le sue peregrinazioni erano in realtà spostamenti di poche decine di chilometri) e qui fece la conoscenza di un signore che si chiamava Bernhard Pollini, un impresario di un certo nome che di lì a pochi anni avrebbe assunto la responsabilità dell’Opera di Amburgo. Pollini le mise gli occhi (speriamo per il momento solo quelli) addosso, e glieli mise tanto bene che di lì a venti e passa anni avrebbe finito per sposarsela. Per il momento, però, fece una cosa molto più utile alla di lei carriera e la spedì a Parigi a studiare nientemeno che con Pauline Viardot.
Le lezioni di quella leggenda vivente dovettero farle un gran bene perché già nel 1873 la nostra Bertha ottenne una scrittura stabile, guarda un po’, ad Amburgo e dall’anno successivo iniziò un rapporto con il Covent Garden, dove debuttò con il nome che l’avrebbe accompagnata per il resto della carriera interpretando il paggio Oscar nel verdiano Un ballo in maschera. Sicuramente furono questi gli anni in cui le fu scattato il mio ritratto.
A Londra Bianca Bianchi ritornò per tre stagioni consecutive e il palcoscenico del Covent Garden la accolse come Matilde nel Guglielmo Tell, come Prascovia nell’Etoile du Nord a fianco di Adelina Patti (con la quale si alternò anche come Rosina nel Barbiere di Siviglia) e poi come Susanna nelle Nozze di Figaro, Anna nella Allegre comari di Windsor, Marcellina nel Fidelio e Annina nel Freischütz.
Le peregrinazioni fra Amburgo e Londra ebbero termine con il suo passaggio alla Hofoper di Vienna, che avvenne nel 1880 e che fu propiziato dal sostanzioso successo ricevuto da una apparizione isolata nello stesso teatro come Amina nella Sonnambula, avvenuto due anni prima.
A questo punto è necessario inserire un po’ di colonna sonora:

Non ho molte informazioni su cosa la nostra Bianca abbia cantato nei sette anni che rimase a Vienna. Anche gli archivi online della Staatsoper tacciono su questo, ma si sa che si tratta di un work in progress ancora lontano dalla completezza. Quello che è certo, però, è che il primo marzo 1883, in una matinee al Theater an der Wien, Bianca Bianchi presentò in prima assoluta il valzer di Johann Strauss Frühlingsstimmen, che le piacque talmente tanto da arrivare più volte a inserirlo nelle opere che cantava.
Furono comunque, questi, anni resi impegnativi anche da ripetute tournée a Mosca, San Pietroburgo, alla Scala e a Torino, dove la Bianchi cantò nel 1882 senza però piacere troppo. Come riporta The musical Times dell’1 aprile di quell’anno:

Una giovane cantante, la signora Bianca Bianchi, è apparsa al Teatro Regio nella Sonnambula e nella Lucia per alcune serate, ma senza ottenere un franco successo. Il fatto è che i torinesi sono abituati ad ascoltare in queste due opere la Donadio e la Varesi ed è veramente arduo trovare qualcun altro che, come loro, dimostri uguale talento tanto nel canto quanto nella recitazione.

Bianca Bianchi rimase a Vienna fino al 1887, passò poi per due anni a Monaco e nel 1889 si trasferì alla Hofoper di Budapest, nel pieno quindi dei due anni e mezzo durante i quali il teatro fu diretto da un giovane di grandi speranze che rispondeva al nome di Gustav Mahler. La nostra restò stabilmente nella capitale ungherese fino al 1895, molto più a lungo quindi di Mahler, giocando il ruolo di una delle più importanti dive di quel teatro, con il quale avrebbe continuato ad avere rapporti fino al ritiro dalle scene, avvenuto a quanto pare nel 1901. A quella data era già tornata ad Amburgo, dopo un passaggio a Monaco.
Nel frattempo, come apprendiamo dal solito The musical Times del 1 agosto 1897:

Mdlle Bianca Bianchi, il soprano un tempo popolare alla Royal Italian Opera a Covent Garden, si è sposata il mese scorso con Herr Pollini, il ben noto impresario d’opera di Amburgo.

Come testimoniano i ripetuti accenni ai suoi anni inglesi sulle riviste britanniche che attraverso i loro corrispondenti davano conto delle sue esibizioni a Salisburgo, a Monaco e a Pest, nella perfida Albione il ricordo della ragazzina che aveva fatto da doppio alla Patti era ancora vivo nonostante i venti e passa anni trascorsi. Fu molto più breve, invece, la vita del suo matrimonio, visto che il necrologio del povero Herr Pollini appare, nello stesso periodico, sul numero dell’1 gennaio 1898. Spero per Bianca/Bertha che la cerimonia celebrata appena cinque mesi prima della sua vedovanza sia stata solamente la formalizzazione di un rapporto durato molto più a lungo, e che essa abbia avuto negli anni precedenti la possibilità e il tempo di godersi quel marito (era il secondo, per la verità) che l’aveva conosciuta ragazzina e aveva giocato un ruolo così determinante nella sua lunga carriera.

Questa voce è stata pubblicata in Cantanti, Carte de visite, Londra, Vienna e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.

2 risposte a Le nozze fugaci di Bianca Bianchi

  1. ausdemspielberg ha detto:

    Molto carina. Chissà cosa ne pensava la Patti.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.