Marie Roze, esotica sacerdotessa e primadonna “de facto”

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La seconda parte del nostro tardo risarcimento a Marie Roze parte da questa carte de visite dell’atelier parigino Bingham, che ce la mostra nell’esotico costume di Djelma, coprotagonista femminile di Le premier jour de bonheur di Auber. L’opera, che sarebbe stata la penultima dell’ormai ottantaseienne compositore, andò in prima assoluta all’Opéra-Comique il 15 febbraio 1868, riscuotendo un clamoroso successo. Le due prime parti erano sostenute da Victor Capoul e da Marie Cabel, una autentica virtuosa ormai nella fase declinante della carriera ma con un grande passato prossimo alle spalle: basti pensare che era stata la prima Manon di Auber, la prima Dinorah di Meyerbeer e la prima Philine nella Mignon di Thomas. E, come sa chiunque si occupi di opera dell’Ottocento, essere stato il primo interprete di un ruolo significa essere stato colui sui cui mezzi e capacità il compositore ha tagliato la parte musicale, con i suoi virtuosismi e le sue particolarità espressive. Per avere quindi un’idea di quello che Marie Cabel doveva saper fare basta ascoltare questa cosetta che Auber le affidò nella Manon:

In realtà, nonostante il grande successo complessivo le cose non andarono così bene alla Cabel come andarono invece ad Auber, a Capoul e a Marie Roze. Ma andiamo con ordine.
Il libretto di Le premier jour de bonheur deriva da una commedia che risaliva al 1816, già utilizzata negli anni Trenta per un’altra opéra-comique. Il nuovo adattamente realizzato per Auber trasferisce la vicenda dalla Francia alla lontana India e si accoda quindi alla grande moda delle ambientazioni esotiche così in voga nella Parigi delle Esposizioni Universali. Dalla Ceylon dei Pescatori di perle all’Arabia di Djamileh fino all’India di Lakme e del Roi de Lahore (e non parliamo neppure della mitica Bisanzio di Esclarmonde e Theodora) i palcoscenici francesi del secondo Ottocento brulicavano di primedonne addobbate di sete sgargianti e di più o meno bizzarri apparati di gioielleria. In posa contro un fondale tutto palme e lussureggiante vegetazione, Marie Roze ci mostra il costume che nella originaria produzione dell’Opéra-Comique era stato disegnato per la sacerdotessa (!) indiana Djelma, un ruolo che a giudicare dalle scarne indicazioni sulla trama dell’opera che è possibile reperire sembra, se non quello di una seconda donna, comunque assolutamente collaterale alla vicenda raccontata dal libretto.
Eppure già dalla sera della prima rappresentazione i due veri protagonisti furono Victor Capoul e Marie Roze, mentre la Cabel (che interpretava l’inglese Elisabeth, figlia del governatore di Madras di cui si innamora lo sfigatissimo Gaston de Maillepré, ufficiale francese) apparve un po’ stucchevole e manierata. Questo almeno è quanto dice il recensore dello spettacolo sul Watson’s Art Journal del 21 marzo 1868, che poi dà un rendiconto molto dettagliato della serata. Chissà se in qualche modo Auber aveva intuito che era necessario tamponare qualche falla della Cabel dando più spazio a Marie Roze (che, ricordiamo, aveva appena tre anni di carriera alle spalle) quando aveva deciso all’ultimo momento di inserire per lei nel secondo atto una Chanson des Djinns che fu uno dei numeri più fortunati dello spartito:
Il secondo atto è il trionfo dell’opera. Djelma canta la Chanson des Djinns, una sorta di barcarola di un colore veramente originale, dolce e leggero come una brezza, un motivo che ti prende l’orecchio e non lo abbandona più. Il compositore meriterebbe tutti gli onori solo per aver scritto questo brano. Come Mademoiselle Marie Roze, bella come una huri nel suo costume orientale, sospirò l’ultima nota di questa melodia deliziosa, l’entusiasmo del pubblico esplose nuovamente e a furor di popolo il brano dovette essere ripetuto.
L’anonimo recensore è tutto per Marie Roze e snobba palesemente la primadonna, sopportandola solo quando affronta un duetto con l’altro soprano, un charming nocturne sui versi
Retarde la naissante Aurore
O nuit! une heure encore!
Va detto, e non appaia insulsa partigianeria di un blog che sembra ormai aver eletto il tenore francese come propria mascotte, che trionfatore della serata fu fuor di ogni dubbio Victor Capoul, che scatenò vere e proprie reazioni di furore, come si diceva un tempo, fin dalla sua aria di sortita
che egli canta con tale perfezione e squisitezza da provocare gli applausi frenetici del pubblico. Non fece resistenza alla richiesta di un bis di questo capolavoro; lo cantò di nuovo e appena ebbe terminato fu salutato con grida di entusiasmo persino dalle signore, queste delicate creature che solitamente si accontentano di avvicinare appena, nel più educato dei modi, le dita delle loro manine guantate di bianco. Ma in questa occasione, prese dalla melodia e dalla maniera in cui essa fu cantata, urlarono “Bravo!”, gettarono i loro bouquet al fortunato tenore e batterono fragorosamente le mani.
Le premier jour de bonheur fu il primo grande successo della carriera di Marie Roze e contribuì certamente a farle da trampolino per il volo sul palcoscenico ben più imponente dell’Opéra. Il successo di questo tardo Auber fu clamoroso e nel giro di appena due anni esso collezionò ben 167 repliche sul palcoscenico della Salle Favart. Nemmeno la Mignon di Thomas, altro grandissimo successo di pubblico, era riuscita a fare altrettanto. Da primadonna de facto, Marie Roze fu ammessa a pieno titolo nell’Olimpo di quelle de jure, un’investitura poi suggellata nel bronzo quando divenne Madame Mapleson.
E l’opera di Auber? Rimase all’Opéra-Comique fino al 1870, quando la guerra e l’assedio consigliarono di soprassedere su molte cose. Nel frattempo era stata data a Bruxelles e più tardi, tradotta in tedesco, apparve a Monaco, Lipsia, Vienna, Brno e Berlino. Fu data a Budapest in ungherese ed ebbe anche una versione italiana per la quale furono scritti recitativi musicati in sostituzione di quelli parlati dell’originale (una caratteristica fondamentale dell’opéra-comique).  Nel 1872 fu data anche in Spagna come zarzuela.
A Parigi tornò nel 1873, a guerra finita, ma se ne fecero appena otto recite e poi fu messa da parte. Per quei meccanismi a volte incomprensibili che regolano la fortuna teatrale degli spartiti, un po’ alla volta se ne persero le tracce anche altrove, Le premier jour de bonheur scomparve dai cartelloni e ancora oggi siamo qui ad aspettare che fra una Ildegonda in carcere e una Satanella qualcuno, un festivalino, un’etichetta con un po’ di coraggio, ci faccia conoscere lo spartito che quella volta fece perdere il contegno persino alle compitissime signore di Parigi.

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2 risposte a Marie Roze, esotica sacerdotessa e primadonna “de facto”

  1. ausdemspielberg ha detto:

    Io mi metto nei panni della Cabel, e rosico misurando a gran passi il camerino, facendo volare le ciprie, mandando grida soffocate (che nessuno si accorga che l’ho presa a male) e domandandomi come ha fatto sta pivella a ottenere un cosi’ gran successo.

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