Albert Saléza e il debutto tardivo di M. Lefebvre

A leggere quello che i giornali dell’epoca scrivono di lui, Albert Saléza deve essere stato un signor tenore. Fece infatti una carriera prestigiosa, divisa soprattutto fra l’Opéra di Parigi e il Metropolitan con ampie parentesi a Londra, Bruxelles e Montecarlo e fu spessissimo, all’epoca, oggetto di impegnativi paragoni con nientemeno che Jean de Reszke, soprattutto a proposito del suo Romeo nell’opera di Gounod. Non proprio un complimento da poco. Come de Reszke, anche Saléza non ha praticamente lasciato testimonianze sonore della sua voce (pare ci sia qualcosa nei cilindri Mapleson e su Youtube è possibile trovare un cilindro Bettini con un frammento della Lucia di Lammermoor) ma mentre il primo è entrato comunque nella mitologia, la notorietà di Saléza si è un poco alla volta appannata, cosicché oggi il suo nome ricorre di rado quando si passano in rassegna le grandi voci degli anni Ottanta e Novanta dell’Ottocento.
Dalla nostra prospettiva storica il culmine della sua carriera è senz’altro la partecipazione come protagonista alla prima francese dell’Otello di Verdi, che adeguatamente tradotto (Othello), munito di danze e qui e là modificato, fu presentato all’Opéra il 12 ottobre 1894.
In realtà Saléza partecipò a parecchie prime rappresentazioni assolute a partire da quella di Salammbô di Reyer nel 1892, l’anno del suo debutto all’Opéra. Nel ’94, all’Opéra di Montecarlo, tenne a battesimo anche Hulda di César Franck. Nel 1899 fu chiamato al Metropolitan, dove debuttò nel Faust (una cosetta, a fianco di Nellie Melba ed Edouard de Reszke) e dove, nel 1900, fu Rodolfo nella prima locale de La Bohéme.

A una prima assoluta (e per quel che ne so anche ultima) si riferisce anche la fotografia dell’atelier Benque che mostro qui sopra, una cabinet card che mi ha subito incuriosito e per la quale, visto l’abbigliamento indiano del nostro e non sapendo nulla all’epoca di questo signore, avevo ipotizzato un legame con un’opera che poteva essere Le tribut de Zamora (Gounod) oppure Le roi de Lahore (Massenet). Come al solito le prime ipotesi evaporano ai primi controlli: nessuna di queste due opere risultava essere mai stata cantata da Saléza e nessuno dei titoli noti che compaiono nelle sue scarne schede biografiche mi portava a elaborarne di altre.
Fra i titoli citati e a me ignoti ce n’era però uno che mi ha fatto suonare un campanello: Djelma, opera in 3 atti di Charles-Édouard Lefebvre su libretto di Charles Lomon, andata in scena all’Opéra con Saléza nel cast il 25 maggio 1894, lo stesso anno di Othello. E perché il campanello suonava? Perché ricordavo (sorprendentemente i miei neuroni hanno ancora ogni tanto un guizzo di vita) che Djelma è il nome di un personaggio di Le premier jour de bonheur di Auber, opera di cui avevo parlato qui e che anche se con l’Opéra non c’entra nulla si svolge effettivamente in India. Ho iniziato così a frugare la rete e ho trovato abbastanza in fretta questa illustrazione, che senza ombra di dubbio mi confermava l’ambientazione indiana dell’opera di Lefebvre:

Da questa vignetta risulta anche piuttosto evidente che il costume dei due signori sulla destra assomiglia a quello di Saléza nella mia foto. Non mi pare ci siano dubbi che il ritratto di Benque sia da collegare a questa produzione. Ancora una volta, dunque, bingo. Non restava che andarsi a cercare i resoconti della stampa, cosa che il fantastico strumento di consultazione dei periodici offerto da Gallica rende (a patto che si abbia una data di riferimento) un’indagine di disarmante facilità.

L’Opéra di Parigi aveva l’obbligo ogni due anni di mettere in scena un lavoro nuovo commissionato a un compositore che nel passato avesse vinto il Prix de Rome. Solitamente, a quanto pare, cercava di cavarsela nella maniera più indolore possibile, commissionando un’opera in due atti, da mettere in scena con un allestimento riciclato e da affidare a cast di seconda scelta. Questo almeno racconta Fernand le Borne nel lungo articolo che dedica a Djelma nel numero del 27 maggio 1894 di Le Monde Artiste. Con Djelma, invece, Bertrand e Gailhard, sovrintendenti del teatro, avevano fatto le cose in grande richiedendo al compositore un’opera in tre atti con necessità impegnative riguardo all’allestimento e all’esecuzione musicale. Allievo di Gounod e di Ambroise Thomas, Charles-Édouard Lefebvre aveva vinto il Prix de Rome ventiquattro anni prima, nel 1870, e si era dedicato soprattutto alla musica da camera. Le esperienze nel teatro erano limitate e Djelma costituiva, a cinquantuno anni, il suo debutto all’Opéra.
A leggere le recensioni dello spettacolo mi par di capire che andò bene, ma non così bene da far sì che il lavoro entrasse in repertorio o accendesse la curiosità di altri teatri. Il problema principale di Djelma, secondo Arthur Pougin su Le Ménestrel, era il suo libretto, drammaturgicamente fiacco e poeticamente insipido. La musica aveva però bei momenti, valorizzati al massimo da una compagnia di canto di primissimo livello, che coincideva in gran parte con quella cui cinque mesi dopo sarebbe stato affidato Othello ed era formata da Saléza (qui Nouraly, là Otello), Rose Caron (qui Djelma, là Desdemona) e Meyriane Héglon (qui Ourvaçi, là Emilia), ai quali si univa Maurice Renaud nel ruolo di Raïm.
Rispetto a Le Monde Artiste, Le Ménestrel si mostra complessivamente più scettico sul valore dell’opera e anche dell’allestimento ma non può non riconoscere la bontà della compagnia di canto e ammette che Rose Caron, gratificata di costumi volgari e di una acconciatura ancora più brutta, ha confermato il talento e l’autorità già ben noti, che Renaud ha esibito la sua classe superiore e che Albert Saléza est tout à fait excellent.
Il critico di Le Monde Artiste, ben più entusiasta dell’evento, sottolinea le frequenti approvazioni del pubblico, che ha scatenato autentiche ovazioni dopo un inno a Brahma che parte come aria del tenore e diviene poi un terzetto. Un brano di grande effetto, forse il vertice musicale della partitura ammettono entrambi, magistralmente eseguito da Saléza ma privo di qualunque motivazione drammaturgica e appiccicato lì per cercare di risolvere un finale che, come più o meno tutto ciò che lo precede, non riesce drammaturgicamente a prendere il volo.
Il debutto all’Opéra del maturo Lefebvre non fu un fiasco ma nemmeno un trionfo. Non mi risulta che Djelma sia stata mai ripresa, qui o altrove, e a guardare il catalogo delle sue composizioni sembrerebbe che questa sia stata l’occasione con la quale Lefebvre appese il teatro al chiodo. Da lì in avanti, solo musica da camera e oratori: il brivido della scena, a quanto pare, non faceva per lui.

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3 risposte a Albert Saléza e il debutto tardivo di M. Lefebvre

  1. Antonella Menghi ha detto:

    La prego Cavaliere. Di più, la supplico: mi indichi dove posso ascoltare l’inno a Brahma che supera ogni mia più vivida immaginazione.

    • Winckelmann ha detto:

      Ho paura che la povera Djelma sia stata colpevolmente trascurata dall’industria discografica, da Edison in qua. Il massimo che possiamo fare è recuperare lo spartito e un buon soprano drammatico, poi cantarcela da noi.

  2. Pingback: Emma Eames e la dimenticatissima Zaïre | Il cavaliere della rosa

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