Cio Cio San con l’ombrello

Dicevo nel post precedente che l’autobiografia del direttore d’orchestra inglese Henry J. Wood (1869-1944, il creatore assieme a Robert Newman dei Proms) è un pochino meno interessante di quanto mi sarei aspettato, limitandosi per la maggior parte all’illustrazione delle lussureggianti stagioni sinfoniche da lui dirette alla Queen’s Hall e in alcuni festival britannici.
Wood era un grande esperto di canto, già da giovane aveva collaborato con Manuel Garcia jr. nelle sue lezioni. Era diventato a sua volta insegnante e per tutta la carriera abbinò questa attività a quella, massacrante, di direttore di centinaia di concerti l’anno. Fra le sue allieve si conta anche Tamaki Miura (1884-1946), probabilmente la prima cantante giapponese a diventare famosa in occidente, soprattutto naturalmente nella Madama Butterfly, che lo stesso Wood le aveva sottoposto e consigliato.
Tamaki Miura teneva i propri concerti in kimono e si presentava a lezione da Wood accompagnata dal marito che portava la borsa degli spartiti, sempre rigorosamente chiusa a chiave. L’estrazione della chiave e l’apertura del lucchetto assumevano prima di ogni lezione la sacralità di una cerimonia del tè, e si ripetevano alla fine della lezione nel simmetrico rituale della chiusura. Mentre la moglie cantava col maestro, poi, il marito sedeva su una poltrona girata verso il muro, immobile e reggendo in mano la pelliccia della consorte.
Wood descrive con divertito distacco queste esotiche stramberie. Dopo il suo debutto al Covent Garden, parlò dell’allieva all’amico impresario Brand Lane, che la contattò per cantare a Manchester in concerti da lui organizzati. Tamaki Miura chiese un cachet di quattrocento ghinee e un ombrello. Wood le parlò, cercando di farle capire che una somma del genere poteva forse essere chiesta da Adelina Patti o Nellie Melba, non certo da una poco meno che sconosciuta. Non si capiva poi cosa c’entrasse l’ombrello, ma Tamaki Miura gli disse che le avevano detto che a Manchester piove sempre, quindi l’attrezzo le occorreva.
In ogni caso abbassò le pretese e accettò di cantare per cento ghinee, a patto però che un tappeto fosse steso davanti a lei sulla scena. Alla fine cantò per cinquanta ghinee e senza tappeto, ma sull’ombrello non volle transigere.
Un’altra donna al di fuori dei canoni è Ethel Smyth, compositrice suffragetta e lesbica (ma questo Wood naturalmente non lo dice), che il direttore al primo incontro scambia per il meccanico di biciclette. Il libro racconta di quando la Smyth diresse una volta una sua composizione a un Prom: salì sul podio, prese la bacchetta di Wood (che dirigeva il resto del concerto), la spezzò in due, buttò una metà e con l’altra diede l’attacco all’orchestra.
Chissà perché, mi sono chiesto. Ho trovato la risposta in una fotografia di Wood sul podio, questa:

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Più che con una bacchetta il britannico direttore teneva a bada l’orchestra con un palo del telegrafo. Anche lui, evidentemente, non era esente da qualche microscopica stramberia.

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