Adelina Patti: il segreto è risparmiare

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Una deliziosa carte de visite uscita dall’atelier Earl di Worcester ritrae una giovane Adelina Patti, colta probabilmente durante un tour nella provincia inglese. Nata nel 1843, direi che la fotografia si può situare in qualche momento degli anni Sessanta dell’Ottocento, quando la Patti era già diventata, seppure giovanissima, la beniamina del Covent Garden. Doveva essere più o meno così quando, nel 1868, cantò assieme a Marietta Alboni ai funerali di Gioachino Rossini nella chiesa della Trinité a Parigi.
Molti anni dopo, nel 1905, un giornale americano pubblicava un breve articolo firmato da Adelina Patti (Baronessa Cederstrom), nel quale l’ormai stagionata diva riassumeva in poche righe il segreto della propria longevità vocale. Come sempre, a stare a sentire queste primedonne sembra che la loro grandezza sia frutto principalmente della munificenza degli dei, gestita con poche regole di buon senso e alcuni minuti di studio giornaliero. Naturalmente nessuno crederà mai che la Patti studiasse un quarto d’ora al giorno, ma è certamente vero che la sua stupefacente organizzazione vocale poggiava su doti innate, che le rendevano facile e naturale quello che i comuni mortali ottengono, quando ci riescono, con anni di studio. Ma una cosa ritorna nelle parole della Patti come in quelle di tutte le grandi cantanti di quel dì (e solo di alcune di questi dì, purtroppo): la voce è un capitale che va protetto e amministrato con giudizio, senza forzare, senza cercare perniciosi ampliamenti dell’estensione, senza pretendere di dare più di quello che il proprio strumento concede:

Fra coloro che coltivano la voce si trovano idee diverse su cosa costituisce il modo migliore di conservarla. Se insegnassi, mi occuperei del registro centrale e la voce del cantante sarebbe buona anche a cent’anni. I veri danni alla voce derivano dal forzarla in alto e in basso, cercando di aggiungere altre note alla sua naturale estensione.
Quanto alla quantità di tempo da dedicare allo studio, io per me non supero i quindici o venti minuti al giorno, e questi pochi minuti i dedico interamente alle scale.
Fu mio fratello, Ettore Barili, che pose i fondamenti del mio canto e il suo metodo è oggi insegnato da mio nipote, Alfred Barili. Mio cognato, il signor Strakosch, mi insegnò abbellimenti e cadenze ma è a Ettore Barili che devo l’impostazione e il perfezionamento del mio strumento. Con lui ho studiato il solfeggio, il trillo e le scale. Le scale cromatiche mi venivano naturalmente e credo che sapevo trillare già quando venni al mondo.
La mia regola d’oro nel canto è di risparmiarsi fino al momento in cui è necessario dare la voce, e anche allora non darla mai tutta. Mettetela in banca. Io non spingo la mia voce per il piacere del momento: se sei generoso con le tue forze in questi momenti, la volta successiva che vorrai farlo non potrai.
C’è un vecchio proverbio italiano che tengo a mia guida: “chi va piano va sano e va lontano”. Ho sempre seguito questo consiglio nell’usare la mia voce, grazie a lui la tengo sotto controllo quando è necessario. Non ho mai cantato quando non mi sentivo bene, né l’ho fatto quando ero solo in dubbio sulle condizioni della mia voce. Semplicemente andavo a letto e dicevo: “non c’è nessuno”. Gli impresari arrivavano, pregavano, supplicavano e imploravano ma io non stavo bene e non avrei cantato.
Il teatro rimaneva chiuso, ma ci fosse stata opera allora non ci sarebbe opera adesso.

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3 risposte a Adelina Patti: il segreto è risparmiare

  1. ausdemspielberg ha detto:

    Uno sguardo che non promette niente di buono per chi osi contraddirla…

  2. gabrilu ha detto:

    Che fotografia deliziosa!
    E…si, doveva essere davvero un tipetto peperino 🙂

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