Adelina Patti

E’ piccola, di statura, e sembra gracile. In realtà è una falsa magra ben congegnata. E’ graziosa di viso, con occhi luminosi e un naso ben delineato, ma la fronte convessa, le labbra sottili e il mento rialzato denotano la femmina superba, caparbia e vanitosa. […]
Questa donna, nata letteralmente sulla scena (la madre, che era un soprano, aveva appena finito di cantare la Norma), è un prodigio d’istinto musicale e teatrale e anche di forza di volontà per quanto riguarda il tempo che dedica ogni giorno ai vocalizzi e ai solfeggi. Non sa nemmeno lei, però, perché è così brava e, se le chiedete come fa a emettere certi suoni miracolosi, si stringe nelle spalle. Ad ogni modo, se fuori è una fata, dentro è arida, capricciosa, proterva. Intestatasi a sfoggiare uno stemma sulla carrozza, si fece sposare dal marchese De Caux, che così compromise la propria posizione alla corte di Napoleone III. Poi lasciò De Caux per il tenore Nicolas, detto Nicolini, padre di famiglia con quattro figli. La nemesi storica, perché la Patti odia i tenori, in cui scorge i suoi veri rivali nel cuore del pubblico, e s’è sempre azzuffata con Fraschini e con Mario a Parigi e a Londra. Adesso detesta soprattutto Roberto Stagno. Se cantano insieme, la Patti assolda qualche decina di pretoriani acciocché fischino Stagno nell'”Ah, non morrai non dirmelo” della Traviata e Stagno ricambia inviando i propri sicari ad assistere al Barbiere e a gridare “coccodé, coccodé” dopo la cavatina di Rosina.
Quando conobbe Nicolas Nicolini, la Patti prima l’odiò, poi se ne incapricciò, tenore o non tenore. Nicolini è un bell’uomo, ma incolto e imbecille. Ha una bella voce, ma non vale né Fraschini, né Mario, né Stagno. In compenso, se cena a quattr’occhi con la Patti, deve fregiarsi delle decorazioni. Forse porta le decorazioni anche sulla camicia da notte, quando adempie ai doveri d’amante in carica. Perché la Patti è così: si crede regina.
[…]
L’altra sera sono stato a trovarla all’albergo Cavour con altri giornalisti. Ci conosciamo da tredici anni e m’ha accolto con grazia. Poi è sopraggiunto il console spagnolo per rendere omaggio – ha detto – all’illustre compatriota. Perché compatriota, ha chiesto lei; perché è nata a Madrid, le ha ricordato il console. S’è drizzata di scatto sulla poltrona, lanciando dardi dagli occhi. Nascere a Madrid non significa essere spagnoli, ha replicato. “Se fossi nata in una stalla sarei forse un cavallo?”.
In questi casi c’è sempre un cretino che peggiora la situazione. “Ma si sa che la signora è italiana!” ha esclamato un mio collega. “I genitori erano quei grandi cantanti che furono Salvatore Patti e Caterina Barilli!” Lei, che s’era girata a guardarlo, gli ha voltato le spalle con disgusto. La verità è questa: ha sempre considerato come due ignobili guitti sia il padre che la madre; è convinta che una come lei non può essere stata generata da comuni mortali, ma da un amplesso del sole con la luna; nella peggiore delle ipotesi arriva ad ammettere d’essere cittadina francese o inglese, ma adesso che la Francia è repubblica e non più impero, quasi certamente si ritiene inglese.

da: Rodolfo Celletti, La Diva, in Memorie d’un ascoltatore. Cronache musicali vere e immaginarie, Milano, Il Saggiatore, 1985.

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