Ventinove baci appassionati

Patti0327GR

Se mai dovessimo stilare una classifica delle cantanti più fotografate, più citate, più ricordate, adorate, criticate, rimpiante e mitizzate, sicuramente al primo posto non potrebbe che starci Adelina Patti, la primadonna che più primadonna non si può, la diva che con ogni probabilità veramente pensava di sé (come scrisse Rodolfo Celletti in un breve racconto) di essere nata dalla celeste congiunzione del sole con la luna.
Ma non era solo scena: la Patti fu realmente un monumento della storia dell’opera e del canto, e che da quella gola che qui vediamo ritratta in una carte de visite del fotografo viennese Fritz Luckhardt uscissero cose sovrumane è testimoniato non solo dalla massa per noi indefinita del pubblico che per decenni la seguì adorante per le capitali d’Europa, in Russia, negli Stati Uniti e nell’America del Sud, ma anche dall’ammirazione incondizionata di personaggi che di canto se ne intendevano, e parecchio. Due nomi fra tutti: Gioachino Rossini e Giuseppe Verdi.
Figlia e sorella di cantanti, nessuno sa cosa abbia pensato veramente dall’alto del suo irraggiungibile Olimpo di Salvatore Patti e Caterina Chiesa Barilli, tenore e soprano di onesta levatura che la misero al mondo il 19 febbraio 1843 a Madrid, quella povera madre avendo cantato la Norma addirittura la sera prima di partorire. Bambina, se ne andò coi genitori e le sorelle maggiori Amelia e Carlotta (anch’esse destinate a diventare cantanti di nome) a New York, dove giovanissima mise in mostra doti eccezionali. Erano tempi duri e non ci si poteva permettere di non sfruttare un tesoro come questo: addestrata dalla madre, da un fratellastro e dal cognato Maurice Strakosch, che sarebbe in seguito diventato il suo impresario, debuttò in un concerto pubblico a otto anni cantando arie d’opera in piedi su un tavolo. A sedici cantò Lucia di Lammermoor alla New York Academy of Music e da lì in poi, per parecchie decine di anni, il sole restò alto nel cielo, appena offuscato da una nuvoletta il giorno in cui si cimentò, al Covent Garden, col ruolo di Carmen. Fu quella, pare, l’unica volta che Adelina non piacque. Nel 1860, diciassettenne, la troviamo a New Orleans a cantare Marta, e ci può stare, ma anche Leonora del Trovatore e Marguerite degli Ugonotti, e qui la mascella cade. A questo punto l’America le sta stretta e l’Europa con ben altra attrattiva di teatri illustri e di teste coronate la chiama; così Adelina con Strakosch al seguito varca l’oceano e al Covent Garden dona un esplosivo debutto europeo come Amina nella Sonnambula.
Seguiranno i debutti a Parigi e Milano, Bruxelles, Montecarlo, Mosca, Berlino, Vienna, Lisbona e Madrid. A Londra canta trenta ruoli diversi in ventitré stagioni consecutive ed è, senza ombra di dubbio, la più pagata cantante della sua epoca: 200 ghinee a recita, che diventeranno a New York 5000 dollari a sera. Théophile Gautier le dedica dei versi, lo Zar di Russia, il Principe di Galles e il principe di Monaco le donano gioielli, Leone Tolstoj la ricorda in Anna Karenina.
Adelina ebbe tre mariti. Il primo fu il marchese di Caux, che reputava certamente consono al proprio lignaggio e degno di avvicinarla ma che doveva possedere qualche altra manchevolezza visto che se ne separò dopo diciassette anni di matrimonio non sappiamo quanto reale o di facciata. Al divorzio, il cui processo riempì di resoconti e commenti pagine intere della stampa scandalistica parigina, seguirono infatti nuove nozze, che immaginiamo finalmente condite da un po’ di passione, con il tenore Giuseppe Nicolini, partner favorito sulla scena. Si dice che i due scioccarono addirittura il pubblico dell’Opéra di Parigi quando, nella scena d’amore di Roméo et Juliette di Gounod, cavallo di battaglia fra i più acclamati della Patti, ci misero tanta reale passione da arrivare a scambiarsi sulla scena ben ventinove focosissimi baci. Mi piacerebbe conoscere colui o colei che è stato lì a contarli con tanta precisione.
Alla morte di Nicolini, nel 1899, la cinquantaseienne diva tornò a occuparsi di araldica e convolò con il ventitreene barone svedese Rolf Cederström, scelta che fra le altre le diede il non trascurabile aggio di poter applicare un dorato blasone alle portiere della carrozza.
Monumento a se stessa, visse l’ultima parte della sua vita nel suo palazzo reale, il castello di Craig-y-nos in Galles che essa stessa si era fatta costruire. La sua non fu comunque una vecchiaia ritirata: nel palazzo teneva una vera e propria corte e allestiva rappresentazioni d’opera private nel teatro annesso. Periodicamente annunciava il proprio addio alle scene ma nemmeno dopo un pubblicizzatissimo farewell-tour nel 1906-7 mantenne la promessa e l’ultima volta che realmente cantò in un concerto fu nel 1914 alla Royal Albert Hall. A settantun anni.
Forse non l’avrebbe dato troppo a vedere perché la classe è classe, ma probabilmente Adelina sarebbe stata felice di sapere che un cratere del pianeta Venere porta il suo nome. E’ altra cosa rispetto a un blasone sulla carrozza, ma fa il suo bell’effetto.

Patti0327FAS

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7 risposte a Ventinove baci appassionati

  1. gabrilu ha detto:

    In ogni ambito, in tutte le cose c’è un “prima” e un “dopo”. Nel caso della lirica e della danza (ma in genere anche di tutta la musica strumentale), c’è il “prima” della possibilità di registrare e video-registrare, e un “dopo”. Perchè non ci vuole un genio di intelligenza a pensare che se di chi canta, suona e danza non rimane traccia, il ricordo rimane affidato solo al ricordo, alla tradizione orale e/o scritta (al “dicono”), alle parole dei grandi e meno grandi scrittori, giornalisti, memorialisti etc.
    Perciò con queste persone (come con una Adelina Patti) ci aggrappiamo alle fotografie, cerchiamo di spremerle, di ricavarne il possibile ed anche l’impossibile.
    …Bene. Ho versato la mia perla di banalità quotidiana.

  2. laulilla ha detto:

    Il nome di Adelina sul pianeta Venere è più duraturo del blasone sulla carrozza: sarà ricordata per sempre , anche se rimane il rimpianto di non avere mai potuto ascoltare la sua voce.

    • Winckelmann ha detto:

      Per la verità la sua voce possiamo ascoltarla perché la Patti realizzò nei primissimi anni del Novecento due serie di incisioni. Con i mezzi di allora, naturalmente, e avendo più di sessant’anni. Che erano oltretutto i sessant’anni dell’Ottocento. Ma ad ascoltare con orecchio avvertito cose come questa

      si percepiscono nonostante tutto cose straordinarie, a partire dalla liquidità dell’ornamentazione e dall’esecuzione del trillo che è assolutamente sbalorditiva. Ci si potrebbero scrivere libri interi su queste registrazioni, anche a considerarle come documento insostituibile di una prassi esecutiva oggi completamente cambiata.

  3. laulilla ha detto:

    Ti ringrazio molto di questa straordinaria segnalazione.

  4. laulilla ha detto:

    Su you tube c’è anche altro! Grazie ancora!

  5. gabrilu ha detto:

    Ma che meraviglia! Grazie!
    M

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