La stella di Mathilde Marchesi

Quando, armata di un marito da cui era di fatto quasi separata e di un figlio, oltre che del padre e di due sorelle, Nellie Mitchell in Armstrong sbarcò a Londra proveniente dalla natia Melbourne, aveva una chiara visione del proprio futuro: il Padreterno l’aveva dotata di una voce fuori del comune, grazie alla quale le porte del successo erano in attesa di spalancarsi per lei.
Era il 1886 e la venticinquenne australiana aveva alle spalle qualche anno di studio del canto, con un ex tenore italiano a suo tempo trasferitosi nella terra dei canguri, e nessuna esperienza di teatro. Eppure la consapevolezza di sé non le mancava: ascoltò Christine Nilsson e, insoddisfatta, scrisse che avrebbe saputo fare di meglio; con Emma Albani fu più generosa e ammise che avrebbe potuto esserle pari mentre solo davanti all’abbagliante perfezione di Adelina Patti si limitò a un prudenziale “proverò a diventare come lei”.
In realtà, nella Londra affollata di primedonne nessuno stava aspettando l’arrivo di una nuova Patti e l’attenzione che la giovane Nellie riscosse sulle rive del Tamigi fu poca e distratta: qualche promessa, appuntamenti mancati, un unico e trascurabile concerto. Ma se Londra era stata l’occasione per andarsene dall’Australia i suoi occhi, in realtà, puntavano al di là della Manica e a colei che, a Parigi, avrebbe sicuramente potuto introdurla nel grande mondo dell’opera ai massimi livelli: Mathilde Marchesi. Aveva una lettera di presentazione che la moglie di un ambasciatore le aveva scritto prima di partire, indispensabile perché tutte volevano farsi sentire dalla Marchesi e solo a poche veniva concesso un appuntamento. Nellie scrisse, aspettò, ricevette risposta, chiese un finanziamento al padre e partì alla conquista del centro del mondo portando con sé il suo bambino e lasciando lì, invece, quel marito che le diventava sempre più estraneo e insieme più ingombrante.
Già mezzosoprano di breve carriera e poi a tutti gli effetti erede, come didatta, del suo maestro Manuel Garcia jr, la tedesca Mathilde Graumann maritata Marchesi era una che incuteva soggezione. Le fotografie in età ci mostrano una bocca serrata, due occhietti fissi sull’obiettivo, i capelli tirati all’indietro e raccolti in un piccolo chignon alto sulla testa come lo portavano le vecchie zie dei tempi che furono. La storia dell’audizione che Nellie racconta nella sua pseudo-autobiografia è sicuramente infiocchettata e mitizzata come solo lei sapeva fare, ma secondo il suo più serio biografo John Hetherington è sostanzialmente vera: sentitala in Ah fors’è lui, la temuta insegnante sarebbe quasi fuggita dalla stanza, correndo per l’appartamento in cerca del marito al grido di: Salvatore, ho trovato una stella!
Sia stata vera o no questa scenetta, fu la stessa Marchesi a descrivere, anni dopo quando la sua stella splendeva ormai senza ombre nel firmamento musicale, l’eccezionalità dei mezzi della giovane australiana: …è oggi senza rivali sulla scena lirica. Come vocalista ricorda più un uccello che un essere umano ed è impossibile immaginare qualcosa di più musicale e flessibile della sua voce meravigliosa, sempre chiara come un campanello d’argento. Ripeto solo quello che i critici di ogni paese, in Europa e in America, hanno scritto quando dico che senza ombra di dubbio in fatto di gusto, stile e vocalizzazione questa mia allieva è superiore ad ogni altra cantante vivente.
Lo studio con la Marchesi ebbe inizio nell’estate del 1886 e dopo appena quattordici mesi la giovane Nellie fu pronta per il debutto che la potentissima insegnante era stata in grado di procurarle: la sera del 13 ottobre 1887 a Bruxelles il Théâtre de la Monnaie presentò un Rigoletto con una sconosciuta Gilda proveniente dall’altro emisfero, da quella Melbourne il cui nome M.me Marchesi aveva modificato per sostituire il troppo comune Armstrong. Quella sera, a Bruxelles, nacque per il mondo Nellie Melba.

Non può che risalire a questo momento importante della carriera della futura grande diva il bellissimo ritratto in abito da sera stampato su questa cabinet card dell’atelier Dupont di Bruxelles. Che non è da confondere con l’Aimé Dupont celebre fotografo dell’intero mondo teatrale di New York ma è ad esso strettamente collegato: l’atelier di Bruxelles era infatti a quest’epoca condotto da Dorothée Jeanne Louise Detournay, moglie divorziata di Henri Dupont, fratello del Dupont americano e a sua volta fotografo con atelier a Parigi.
Sicuramente la giovane diva si recò nello studio della capitale belga per procurarsi uno o più ritratti da distribuire agli ammiratori. La permanenza a Bruxelles non fu limitata al Rigoletto del debutto ma si protrasse per tutta la stagione, nel corso della quale Nellie cantò anche in Traviata e Lucia di Lammermoor.
Ebbe grande successo, Nellie, di critica e di pubblico ma lo spalancarsi delle porte della fama mondiale non si verificò. Il successivo debutto al Covent Garden, ancora con Lucia di Lammermoor, non fece che dimostrarle il permanere del sostanziale disinteresse nei suoi confronti da parte del pubblico londinese, troppo abituato a godere di un parterre impressionante di primedonne per considerare interessante l’arrivo di una, per quanto brava, sconosciuta novizia. Il suo contratto le dava da vivere ma non l’occasione per mettersi in luce: sembra che nell’intera stagione del 1888 le sia stato concesso di entrare in scena appena tre volte. Quando le fu chiesto di cantare Oscar nel Ballo in maschera lo prese come un affronto, fece le valigie e se ne tornò a Bruxelles, dove certamente si sentiva ben altrimenti considerata.
Solo a questo punto il Covent Garden realizzò quale calcio alla fortuna aveva dato e iniziarono le trattative per farla tornare indietro. Nel frattempo, però, era arrivata l’offerta dell’Opéra di Parigi di debuttare come Ophélie nell’Hamlet di Thomas, cui fecero seguito Rigoletto e Lucia di Lammermoor, e Londra fu messa in lista di attesa. E’ improbabile che la Marchesi non sia stata coinvolta nell’organizzazione del debutto parigino di Nellie Melba. Di sicuro fu lei a prepararla a questo importante impegno e di sicuro fu in questa occasione che nacque, per opera sua, uno dei più clamorosi involontari falsi della storia del teatro musicale dell’Ottocento: la lunga, bizzarra, fantasmagorica cadenza col flauto nella scena della pazzia di Lucia, che fino a pochi decenni fa la maggior parte degli ascoltatori del Novecento credeva opera di Donizetti e la cui nascita le ricerche di Romana Margherita  Pugliese hanno invece fissato proprio in queste recite parigine del 1889.
Che fu l’anno della ripresa all’Opéra del Roméo et Juliette di Gounod, uno spettacolo di cui ho già abbondantemente scritto qui, nel quale il ruolo della protagonista fu tenuto a battesimo da Adelina Patti, per poi passare a Hariclea Darclée e infine a Emma Eames. La quale, ironia della sorte, per tutta la vita considerò Nellie Melba la sua migliore nemica. Bene, non so se la Melba abbia cantato in una ripresa dello spettacolo a novembre come sta scritto sul verso della mia fotografia (il primo ciclo di recite era stato a dicembre 1888 e nei primi mesi del 1889); di sicuro Roméo et Juliette fu il titolo del suo ritorno a Londra, il 15 giugno di quello stesso 1889, a fianco dei due colossi che già avevano dato lustro alla produzione parigina: Jean ed Edouard de Reszke.
Questa volta, finalmente, le porte tanto a lungo attese si aprirono sul serio e sia il pubblico sia la critica si resero conto della levatura della cantante che avevano così poco considerato fino a quel momento. Solo George Bernard Shaw la giudicò stridula e scrisse nella sua recensione che la Melba scambiava per arte la sicurezza e l’abilità con le quali aveva eseguito il valzer di Juliette. Era però solo questione di tempo: ci avrebbe messo tre anni a cambiare idea ma alla fine anche lui si sarebbe arreso e avrebbe pubblicamente riconosciuto i mezzi straordinari di colei che nel frattempo era diventata la regina assoluta del teatro che l’aveva così colpevolmente trascurata.

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Una risposta a La stella di Mathilde Marchesi

  1. Gabriele ha detto:

    Bellissimo ricordo della Melba, cantante che oggi forse suscita meno emozioni che ai suoi tempi ma che sicuramente fece epoca.

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