La donna più bella del mondo

Gli abbonati del Metropolitan, gli stessi un po’ bacchettoni che di lì a qualche anno, inorriditi, avrebbero costretto il teatro a togliere dal repertorio dopo una sola recita la straussiana Salome, non credettero probabilmente ai propri occhi quella sera del 5 dicembre 1906, quando Lina Cavalieri (a loro fino a quel giorno ignota) chiuse il duetto della Fedora con un bacio appassionato sulla bocca di Enrico Caruso. L’Evening World registrava il comune sconcerto e il giorno dopo così titolò la recensione dello spettacolo: Con un abbraccio ardente la Cavalieri e Caruso provocano il pubblico del Metropolitan Opera House. Questa volta però non vi furono punizioni esemplari e, anzi, il gesto arditissimo guadagnò alla diva il titolo di The kissing primadonna, di cui i giornali immediatamente si appropriarono.
Lina Cavalieri non fu probabilmente, da un punto di vista esclusivamente vocale, una cantante e nemmeno una interprete memorabile ma se Giacomo Puccini, Jules Massenet, Umberto Giordano e Ruggero Leoncavallo avevano di lei come artista la più alta opinione, è plausibile pensare che non dovette essere neppure “soltanto” la donna bellissima ed elegantissima che ci mostra questo ritratto strepitoso dell’Atelier Reutlinger, per quanto riguarda il teatro forse il principale studio fotografico parigino negli anni della Belle-époque.
Di origini poverissime e avviata dapprima al mestiere di fioraia, si affacciò al mondo dello spettacolo nei café-chantant della Roma umbertina e da questi, sull’onda di un successo sempre crescente, passò prima a Napoli e poi a Parigi, e da qui a Londra, Berlino e San Pietroburgo. Unica rivale riconosciuta della Bella Otero, conobbe e sposò un vero principe russo ma lo Zar, che non sopportava di vedere un membro della più alta nobiltà ufficialmente unito a una donna di teatro, impose ai due di divorziare. Di mariti ne avrebbe collezionati quattro, uno dei quali – seppure miliardario – restò in carica la bellezza di soli sette giorni.
Insoddisfatta delle possibilità offerte dal varietà e attratta dall’idea di avere maggiori occasioni di sfoggio delle proprie doti sceniche, la Cavalieri preparò con cura a Parigi il grande salto verso il mondo dell’opera e nell’aprile del 1900 debuttò come Mimì al San Carlo di Napoli. Il successo fu fin da principio incontrastato, a riprova che il carisma della vera donna di teatro, unito a quella sbalorditiva bellezza grazie alla quale Gabriele d’Annunzio l’avrebbe definita la massima testimonianza di Venere in terra, compensava del tutto, sulla scena, i limiti di uno strumento di sicuro non mediocre ma neppure eccezionale.

Chissà se qualcuno affronterà un giorno l’impresa di contare e inventariare le cartoline che per decenni portarono in ogni angolo della terra una infinità di ritratti fotografici della donna più bella del mondo (così si intitolò il film con Gina Lollobrigida del 1955 che ne raccontava la storia),  col suo profilo perfetto come di porcellana e quei grandi occhi luminosi, a volte più eloquenti della sua voce. Così la descrive Rodolfo Celletti in Le grandi voci, e parlando del suo portamento in scena aggiunge che poche primedonne seppero raccogliere e drappeggiare con pari garbo lo strascico della principessa Fedora.
Il repertorio lirico-leggero, adeguato alla sua voce ma scenicamente di poca soddisfazione perché popolato prevalentemente di fanciulle più o meno innocenti e, orrore, spesso di basso lignaggio, fu presto accantonato a favore di ruoli ben più gratificanti del repertorio drammatico, fra i quali era assai più facile trovare principesse, donne passionali, sensuali cortigiane onuste di gioielli e favolosi costumi. Thaïs, l’etèra redenta dell’opera di Massenet, fu naturalmente il suo cavallo di battaglia, così come la Salome di Hérodiade. Poi ci furono le due Manon, di Massenet e Puccini, Tosca, Adriana Lecouvreur, la principessa Fedora, la cortigiana Giulietta dei Racconti di Hoffmann. Sorprendentemente, il ruolo che Massenet scrisse appositamente per lei fu di tutt’altro tipo anche se ugualmente piccante nella sua ambiguità: quello del protagonista, maschile, di Chérubin, opera deliziosa che debuttò nella primavera del 1905 all’Opéra di Montecarlo.
La Cavalieri artista è stata trattata, a posteriori, con una sufficienza pari soltanto all’enorme successo che essa seppe conseguire sui palcoscenici di mezzo mondo. Oggi certamente, basandoci su poche registrazioni e rinunciando quindi completamente all’aspetto visivo, possiamo classificarla su un gradino più basso rispetto ad altre più blasonate colleghe e musiciste. Però è vero che oltre a Puccini e Massenet, anche i pubblici di Parigi e Londra, Varsavia e San Pietroburgo, New York e Chicago la trattarono come una delle grandi, ed è vero che suoi partner abituali sulla scena furono signori che si chiamavano Enrico Caruso, Antonio Scotti, Fiodor Šaljapin, Titta Ruffo e Lucien Muratore, che sposò (fu il terzo marito dei quattro) e con cui nel 1911 all’Opéra di Parigi tenne a battesimo Siberia di Umberto Giordano. Non erano, quelli, tempi culturalmente tristanzuoli come il nostro, difficile pensare che un curriculum di questo prestigio possa essersi fondato solo sulla pur meravigliosa bellezza di un paio d’occhi.
Tentò anche il cinema la Cavalieri, ma con minor fortuna rispetto al teatro. Scelse, negli anni della prima guerra mondiale, di abbandonare la scena senza clamori e scrisse: Mi ritiro dall’arte senza chiasso, dopo una carriera forse troppo clamorosa.
Dopo la guerra aprì a Parigi un Institut de beauté e sposò il quarto marito, Giovanni Campari, proprio uno di quelli del bitter. Ritiratasi a Roma e poi a Firenze, visse amministrando le proprie ingenti ricchezze fino alla tragica scomparsa, il 7 febbraio 1944, nel bombardamento alleato che distrusse la sua villa di Fiesole. Qualcuno scrisse che non aveva voluto abbandonarla per non lasciare incustoditi i suoi celeberrimi gioielli: sia vero oppure no, sarebbe difficile inventare un finale più perfetto per la favola della fioraia che fece innamorare di sé il mondo intero.

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2 risposte a La donna più bella del mondo

  1. ausdemspielberg ha detto:

    Poco da aggiungere a questa vita romanzesca.
    Salvo osservare che, talora ed ancora oggi, un’ accentuata bellezza e femminilita’, ed un sapiente garbo nel raccogliere e drappeggiare, o togliere e lasciar scivolare, gli indumenti compensa, nel pubblico maschile, la poverta’ di doti di altra natura.

  2. Amfortas ha detto:

    Bello e interessante questo tuo ritratto di una diva di altri tempi. Chissà cosa penserebbe oggi di un pubblico così imperdonabile.
    Ciao!

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