Verdiani a Parigi: Louis Gueymard

Ancora una Carte de visite dell’atelier Disderi (la storia dell’invenzione di questo fortunatissimo formato l’ho raccontata qui). Il signore ritratto, in una posa che esprime sicura consapevolezza del proprio status, aveva effettivamente di che essere orgoglioso: negli anni attorno al 1860, quando la foto fu scattata, Louis Gueymard occupava saldamente il trono di primo tenore eroico del Théâtre de l’Académie Impériale de Musique, ovvero dell’Opéra di Parigi. Erede della posizione che era stata di Nourrit e Duprez, vantava una carriera artistica abbondantemente costellata di appuntamenti con la storia. Per la verità, non molto è rimasto della sua fama e di certo il suo nome non è entrato nel mito come quello dei suoi predecessori. Nel suo Voce di tenore, Rodolfo Celletti ne parla come di un cantante dotato di molta voce e anche temperamentoso, ma spesso criticato perché carente di finezza. E questo, in anni nei quali il canto tenorile contava su interpreti straordinariamente raffinati, era considerato limite non da poco. Non ho trovato fonti dirette che parlano di lui: non ne mancheranno sicuramente ma questo è anche un indizio che con lui l’idolatrizzazione del tenore, che coi suoi predecessori aveva toccato punte di isteria collettiva, si era intiepidita.
Gueymard era nato il 17 agosto 1822 a Chapponay, nell’Isére, in una famiglia contadina. Avviato allo studio del canto, si formò prima a Lione, dove debuttò nel 1845, e poi al Conservatoire parigino. All’Opéra ci arrivò in fretta e passando per la porta principale: nel 1848 vi debuttò interpretando il ruolo del protagonista in Robert le Diable di Meyerbeer, un’opera che avrebbe mantenuto in repertorio per tutta la carriera e nella quale, poco meno di dieci anni dopo, Gustave Courbet lo celebrò con un famoso ritratto oggi a New York. Questo:

Gustave Courbet: Louis Gueymard in “Robert le diable”. New York, Metropolitan Museum

All’Opéra Gueymard sarebbe rimasto vent’anni, nel corso dei quali partecipò a un grande numero di prime assolute. Il 16 aprile 1849 cantò ad esempio il ruolo di Jonas alla creazione di Le Prophéte e, guarda le coincidenze, lo stesso giorno di due anni dopo fu il primo Phaon nella Sapho di Gounod. In entrambe le occasioni si trovò al fianco della grandissima Pauline Viardot. Con un’altra Fides di eccezione, l’italiana Marietta Alboni, cantò in riprese di Le Prophéte l’anno successivo alla prima, nelle quali però gli fu assegnato il ruolo protagonistico di Jean de Leyde. Altre sue creazioni all’Opéra furono fra l’altro La Nonne sanglante e La reine de Saba di Gounod, La Magicienne di Halévy e Le Maître Chanteur di Armand Limnander, mentre ruoli che interpretò frequentemente furono Arnold nel Guillaume Tell, Raoul in Les Huguenots ed Eleazar ne La Juive. Praticamente tutto il sesto, settimo e ottavo grado della vocalità tenorile ottocentesca.
Come mai, però, Louis Gueymard si trova in un post intitolato “Verdiani a Parigi”? Perché il tenore ebbe un ruolo di primo piano nella fortuna di Verdi all’Opéra. Il primo teatro di Parigi si era messo in guerra col Théâtre-Italien per quanto riguardava le sue opere italiane, che proponeva in versioni tradotte e spesso adattate dallo stesso strapagato compositore per la sua scena specialissima. Così Gueymard fu nel febbraio 1853 il primo Rodolphe nella Louise Miller e nel ’57 il primo Manrique in Le Trouvére, versione parigina con balli e gran finale de Il trovatore. Ma soprattutto, il 13 giugno 1855 fu il primo Henry di Les vespres siciliennes, a fianco della tedesca Sofia Cruvelli.
Per una decina d’anni (si separarono nel 1868) sposato a Pauline Lauters-Gueymard, altra celebre e fortunata cantante, Gueymard cantò principalmente a Parigi ma ricevette inviti anche dal Covent Garden, dove si esibì più volte. Nella fase tarda della carriera, nel 1873-74, attraversò l’oceano per esibirsi al teatro dell’Opera francese di New Orleans. Morì, appena cinquantottenne, l’8 luglio 1880.
Le cartes de visite di Disderi nella mia raccolta cominciano ad essere un buon numero. In attesa che altre ne arrivino, ne restano ancora alcune da mostrare qui: una soprattutto merita attenzione pari ai palpiti che mi procura ogni volta che la estraggo dalla sua busta. Ne parlerò presto.

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