La passeggiata di Monsieur e Madame Gueymard

Sembrano usciti da un romanzo di Flaubert: potrebbero essere il signore e la signora – che ne so – Cabochon; lui stimato commerciante di granaglie, lei moglie più o meno devota e più o meno sopportabile, ma fieramente consapevole di ricoprire una onorata posizione sociale in una qualche cittadina della provincia francese. Eccoli pronti per la passeggiata domenicale, lei particolarmente orgogliosa di un abito nuovo fatto realizzare nella migliore sartoria del capoluogo del dipartimento.

E invece no, come cantava Mina: è veramente difficile immaginarselo a vederli qui, ma i signori ritratti in questa carte de visite dell’atelier Disderi sono stati due colossi dell’Opéra di Parigi, e insieme a questo anche protagonisti di momenti diversi della storia della fortuna francese di Giuseppe Verdi.
Di lui, il tenore Louis Gueymard, ho già parlato in questo post di parecchi anni fa, e dovrò tornarci su prossimamente per mostrare un piccolo gruppo di sue fotografie che ho messo assieme negli ultimi tempi. Nato nel 1822, fece a ventisei anni il suo debutto all’Opéra, nientemeno che come protagonista di Robert le Diable. Cantò nelle prime di Le Prophete e della Sapho di Gounod, ebbe in repertorio bazzecole come Guillaume Tell, La muette de Portici, Les Huguenots e La Juive. Dicono che non fosse troppo propenso alle finezze; sarà probabilmente vero ma non si tiene assieme per trent’anni un’infilata di titoli del genere, più molti altri, se non si è fatti della pasta di quelli di classe superiore. Di questo dovette essere convinto anche Giuseppe Verdi, che nel 1855 scrisse per lui il ruolo di Henri in Les vêpres siciliennes. Due anni dopo, Gueymard fu anche il primo Manrique al debutto all’Opéra di Le Trouvère, ma su questo torno fra poco.
Il matrimonio di Louis Gueymard con Pauline Lauters durò esattamente dieci anni, dal 1858 al 1868. Questo ci dà anche i termini post e ante quem per fissare la realizzazione della fotografia. Nata belga nel 1834, figlia di un pittore insegnante all’Académie Royale de Beaux-Arts di Bruxelles, la giovane Pauline pensò dapprima di dedicarsi anche lei alle arti figurative, poi optò per il canto e si iscrisse al conservatorio. Sposò un certo architetto Deligne, che non pare aver lasciato altre tracce nella storia, e con lui si trasferì a Parigi nel 1853. Già l’anno dopo debuttava al Théâtre Lyrique, dove nel giro di due anni cantò, con il nome di Pauline Deligne-Lauters, una serie di opere di cui resta oggi appena il titolo. Il livello generale delle produzioni del Théâtre Lyrique era, in quegli anni, non più che medio ma Pauline dimostrò immediatamente di possedere la classica marcia in più. Per preparare il ruolo di Agathe in Robin des bois, bislacco rifacimento secondo la moda francese del Freischütz nel quale l’originale protagonista Max diventa nientemeno che Robin Hood, ricorse all’aiuto di Gilbert Duprez, che combinò però un mezzo pasticcio. La critica trattò molto male questa produzione, censurando quasi tutto e tutti ma evidenziando come la prova della Deligne-Lauters avrebbe fatto storia a sé, non fosse stato per le tonnellate di interpolazioni e variazioni che Duprez le aveva suggerito, che rendevano irriconoscibile la musica di Weber. Lette le recensioni, Pauline tenne in debito conto le censure e dalle recite successive alla prima ripristinò il testo originale, con grande gioia dei giornalisti che non mancarono di mettere in evidenza questa prova di intelligenza.
Il rapporto col Théâtre Lyrique fu comunque di breve durata; Pauline lo lasciò per un tour di concerti e riapparve infine all’Opéra, dove il 12 gennaio 1857 cantò il ruolo di Léonore nel debutto di Le Trouvère, al fianco come dicevo di Louis Gueymard (Manrique) e di Adelaide Borghi-Mamo (Azucena). Il matrimonio fra i due nel 1858 portò una variazione nel nome, e da quel momento Pauline fu per tutti Gueymard-Lauters. Per comprendere il peso assunto dalla nostra piccoletta nel principale teatro di Parigi basta dare un’occhiata a quello che fu il suo repertorio: Léonore in La Favorite, Valentine in Les Huguenots, Isabella in Robert le Diable, Donna Elvira in Don Giovanni. E poi l’elenco abbastanza impressionante delle prime assolute, alcune a fianco del marito: La Magicienne (Halévy, 1858), Herculaneum (David, 1859), Pierre de Medicis (Poniatowski, 1860), La Reine de Saba (Gounod, 1862), La Mule de Pédro (Massé, 1863 all’Opéra-Comique), Roland à Roncevaux (Mermet, 1864), Hamlet (Thomas, 1868).
Ma quello che a noi oggi salta agli occhi come l’evento che fece la storia accadde l’11 marzo 1867, quando a fianco di una batteria di pezzi da novanta Madame Pauline Gueymard-Lauters diede vita al personaggio della principessa Eboli nella prima assoluta del verdiano Don Carlos.
Lo strappò a Rosine Bloch, prima assegnataria del ruolo con una scelta prudenziale finalizzata principalmente a tenere lontane dalla stessa produzione le due primedonne assolute dell’Opéra: la Gueymard-Lauters e Marie Sasse, che cantava Elisabeth. Poi si decise di rischiare e di mettere le due tigri nella stessa gabbia: Verdi ne fu contento ma dovette adattare quanto già scritto perché la Gueymard-Lauters era sostanzialmente un mezzosoprano acuto mentre la Bloch era un contralto.
Alla fine andò bene: le due tigri non si cavarono gli occhi, la mansueta Bloch accettò obbediente di andare a cantare Fidés nel Profeta (insomma, come risarcimento non c’era male) e il Don Carlos diventò quello che è e sempre sarà: il capolavoro dei capolavori.
Anche grazie a questa piccoletta vestita a festa, che a vederla qui non si direbbe mai capace di impersonare la fiera principessa della corte di Spagna. Ma si sa, alti o bassi, grassi o magri, quando salgono sul palcoscenico i veri artisti sono capaci di farci vedere quello che vogliono loro.

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