Lodoïska, Cherubini e la palpebra pesante

Non ho dormito, no, a questa Lodoïska konzertant, come si dice in Germania. Ma nonostante la buona esecuzione sono uscito dal teatro chiedendomi cosa ci sentissero i parigini per fare tanto strepito nel 1791. E il pubblico di tutta Europa, che se la delibò almeno fino al 1850. E Beethoven, Schubert, Mendelssohn, che pare ne andassero pazzi. Davanti a tanti nomi mi arrendo e dichiaro che se il meraviglioso di questa partitura non mi arriva è solo un limite mio. Uno dei tanti. Mai pensato di non averne, accetto sereno questo dato di fatto.
Non è mica che non ci siano cose belle in quest’opera, anzi. Tanti pezzi d’insieme, molti con coro, un’orchestra trattata in modo magistrale, varietà timbrica, ricerca ritmica, momenti decisamente coinvolgenti fin quasi ad essere trascinanti. Il problema è che esci dal teatro e non hai in testa nulla: non un tema, un motivo, qualcosa che ti si sia impresso nel cervello al di là di una generica tinta.
L’esecuzione mi è sembrata nel complesso molto pregevole, anche se il cast era disuguale. L’orchestra Le cercle de l’Harmonie, diretta da Jérémie Rhorer suona strumenti originali, cosa che giova molto alla musica di quest’epoca. I timbri molto differenziati dei fiati (due oboi, due clarinetti, due flauti con ottavino, fagotto, quattro corni, trombe e tromboni) conferiscono una grande varietà di colori e una tinta molto caratteristica che con il suono forse più perfetto ma omogeneizzato degli strumenti moderni va perduto.
La star della serata pareva essere Nathalie Manfrino (cielo che cognome per un cantante d’opera!), che ha già un sito tutto suo, un recital Decca e riconoscimenti e premi ma dove stia tutto questo fenomeno non so. Il timbro è normale e se nel complesso convince nei passaggi concitati e nelle strette, quando canta piano utilizza una specie di falsetto che rende la voce instabile, gli acuti insicuri e l’intonazione ondivaga. Non ha fatto cose particolarmente riprovevoli ma insomma, da una che viene presentata come la rivelazione di questi anni mi aspettavo qualcosa di meglio. Non molto meglio Sébastien Guèze, il tenore che faceva Floreski. Voce chiara e di poco peso, tutta nella gola e acuti più immaginati che effettivamente cantati, nel complesso un personaggio sciapo. Molto meglio Philippe Do, l’altro tenore che faceva Titzikan e ha uno strumento e una tecnica decisamente superiori. Ancora molto meglio i due bassi: Pierre-Yves Pruvot che faceva Dourlinski e soprattutto Armando Noguera, che è veramente un baritono chiaro e canta benissimo. Ottimo il coro maschile Les Eléments, dal quale uscivano anche i quattro emissari che come solisti hanno un ruolo non piccolo nel secondo atto.
Teatro quasi pieno, successo decisamente pieno. Molto più, sentivo dire, di quello del recente Rigoletto.

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4 risposte a Lodoïska, Cherubini e la palpebra pesante

  1. Amfortas ha detto:

    Grazie per questa recensione di un lavoro che ignoro in toto. Ero tentato di venire a Venezia, ma mi sono perso con il cubo di Rubrik dei miei impegni operistici!
    Ciao.

  2. Michele Girardi ha detto:

    Non voglio lasciarla da solo: anch’io mi sono annoiato terribilmente (ma anche un po’ benevolmente incazzato con la lista di estimatori che lei ha citato) quando ho visto, anni or sono, Lodoïska a Ravenna, diretta dal maesctro [sic: indovini chi è…] a Ravenna. Suggerisco che si tratti di un caso di conformismo musicale, malattia di cui la critica, specie i suoi lacerti italiani del momento, è da sempre affetta. Cordialmente, MG

    • Winckelmann ha detto:

      Caro MG, anch’io sentii la produzione del Maesctro a Ravenna e quella volta, complici forse la messinscena, l’aura che emanava dal podio e la mia giovane età, l’opera mi parve un capolavoro. Salvo che, poi, quando comprai il cd di quella stessa esecuzione non riuscii mai a superare il primo quarto d’ora…

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