Per sempre La Stupenda

Cara Joan,
non credo che questa confidenza ti dispiaccia, soprattutto adesso che sei in un mondo dove certe formalità di sicuro hanno ben poca importanza.
Sullo stereo sta girando The art of the Prima Donna, il tuo primo vero disco, quello che ha fatto conoscere Joan Sutherland al mondo e che hai registrato proprio nel 1960, l’anno in cui sono nato. C’è stato un intrecciarsi di messaggi questa sera, quando la notizia ha cominciato a diffondersi. Nessuno di noi ti ha mai conosciuto di persona, eppure – non ridere – esplicitamente o fra le righe ci facevamo le condoglianze l’uno con l’altro.
D’altra parte ho comprato il tuo primo disco che avevo 15 anni, e se è vero che adesso ne ho quasi 51 significa che 36 anni della mia vita li ho passati ascoltandoti. Ma non come se tu fossi una fra le tante che mi piacciono: tu hai sempre avuto una posizione particolare, un gradino tutto tuo, inarrivabile da parte di chiunque altra.
Con la tua voce ho conosciuto Lucia di Lammermoor, Norma, Semiramide, Fille du Régiment, Puritani, Beatrice di Tenda, Faust, Les Huguenots, Maria Stuarda. In molti di questi ruoli, qualunque altra interprete non è e non potrà essere per me che un tuo surrogato. Sbaglio, lo so, ma non posso farci niente. La tua voce è oro puro – quante volte te l’hanno detto? – ma un oro liquido, mobilissimo, spuma sonora come scrisse qualcuno a proposito della tua Marguerite negli Ugonotti. La tua voce sembrava capace di qualunque cosa, far morire di dolcezza su certe melodie infinite di Bellini come far saltare la pressione a 1000 quando, come adesso con le campanelle di Lakmé, affrontavi fuochi d’artificio al di là dell’ineseguibile, con una souplesse e uno sprezzo del pericolo di cui forse, forse, solo chi aveva ascoltato la Patti dei tempi d’oro poteva aver fatto esperienza.
Vien da ridere a pensare che c’era chi faceva il difficile e ti definiva fredda, o stava lì a censurare una dizione poco scolpita, senza capire che proprio quel non articolare troppo le consonanti era uno dei segreti della tua vocalità sovrumana. E infatti, quando ce n’era bisogno e quando il repertorio lo richiedeva le parole le pronunciavi, eccome. In quanti abbiamo fatto un salto sulla sedia quando abbiamo sentito la tua principessa Turandot: gelida e inavvicinabile come Puccini voleva ma anche malinconica e indifesa anziché assatanata mantide mangiauomini come tutte le tue colleghe-corazzata Potemkin la facevano abitualmente. E sapessi quante risate mi sono preso, e ancora mi prendo, quando difendo il tuo disco wagneriano, che avrebbe certamente fatto inorridire la vecchia Cosima (e questo va tutto a tuo onore) ma sarebbe, ne sono sicuro, piaciuto immensamente a Wagner stesso, che sulla voce e sul canto aveva idee ben diverse da quelle della sua signora.
Mia cara Joan, come diceva questa sera Claudio un altro pezzo dei nostri anni di formazione se n’è andato. Anche questo è un segno, l’ennesimo, che il tempo passa, che diventiamo vecchi e che un po’ alla volta tutto finisce. No, non tutto. Una persona che non c’è più mi diceva sempre che chi resta nel ricordo degli altri non muore. Se è così, e io credo che sia così, tu sarai viva ancora per tanto e tanto tempo. Alla faccia di chi cerca le consonanti.

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2 risposte a Per sempre La Stupenda

  1. E come sempre, hai detto meglio di me quello che penso e le sensazioni che in me questa scomparsa suscita. Come te, sono tra i non molti estimatori del disco wagneriano (altrettanto bello di quello della giovanissima Caballé), che non è la sola incisione wagneriana della Stupenda: Joan è anche lo (splendido) Wandvogel nel ring di Solti.

  2. Pingback: 199 candeline « Il cavaliere della rosa

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