Minnie Hauk, dall’America con furore

Hauk

Il bello del perder tempo con una collezione è che poco a poco le conoscenze si approfondiscono e l’occhio si affina, così che a volte capita di fare qualche piccola scoperta. Prendiamo queste due carte de visite che ho acquistato recentemente su Ebay: le fotografie sono ben conservate ma i cartoncini di supporto sono stati malamente ritagliati. Al verso, dove spesso si trovano stampati il nome e l’indirizzo del fotografo, uno è muto mentre l’altro mostra solo una serie di ghirigori perché i dati che vorremmo sono andati persi nella parte tagliata via. Da questo punto di vista si tratta quindi di cose da poco prezzo, il cui valore potrebbe salire se il soggetto ritratto fosse in qualche modo interessante.
Cosa che in questo caso succede, ma per fortuna me ne sono accorto io e non il venditore, che le ha messe all’asta identificando la signorina ritratta con una mai esistita “attrice” Hanek. Il cognome, in effetti, è scritto a mano al verso di entrambe le foto, e che si trattasse di attrice il nostro l’ha dedotto, immagino, dal palese costume di scena sfoggiato nella fotografia di destra. I conti non mi tornavano: le foto sono carine ma nessuna recondita piega della rete mi documentava l’esistenza di una certa Hanek donna di spettacolo. Per di più, quella faccina paffuta e quel nasino a punta mi facevano suonare un campanello, che in uno dei miei periodici ritorni su quell’inserzione ha provocato l’accensione di una lampadina e mi ha portato qui. Il mistero è stato, quindi, presto svelato: nessuna Hanek ma Minnie Hauk, soprano temperamentoso (gli archivi del New York Times documentano che fu arrestata per una notte assieme al marito con l’accusa di essere venuta alle mani con una cameriera) e una delle prime dive dell’opera autenticamente americane.
Per la verità Amalia Mignon Hauck aveva radici europee molto vicine nel tempo, visto che il padre aveva lasciato la natìa Germania per fuggire la rivoluzione del 1848. Lei era nata a New York appena tre anni dopo, nel 1851, e nel 1866 aveva debuttato a Brooklyn come Linda nella Linda di Chamounix e Amina nella Sonnambula. La carriera era partita subito e lo stesso anno era passata alla Academy of Music di New York, dove il 15 novembre 1867, un giorno prima di compiere 16 anni, aveva cantato Juliette nella prima americana di Roméo et Juliette di Gounod.
Seguirono nel ’68 il debutto, con un clamoroso successo, al Covent Garden e poi quelli a Bruxelles, Parigi, Mosca, San Pietroburgo, Berlino e Vienna. Dal 1874 al ’78 fu in pianta stabile all’Hofoper di Berlino, cantante prediletta dalla famiglia del Kaiser e protagonista di molti di quei concerti a corte la cui bizzarra etichetta è descritta da Lilli Lehmann nelle sue memorie. Nel 1878 tenne a battesimo Carmen a Londra, fra le polemiche bigotte di chi considerava l’opera di Bizet un prodotto di bassa pornografia, improponibile a un pubblico per bene. Il personaggio di Carmen divenne invece uno dei cavalli di battaglia della Hauk, che nello stesso 1878 la portò anche a New York per la prima rappresentazione americana.
Realizzando quello che pare essere stato l’obiettivo della maggior parte delle primedonne dell’Ottocento, nel 1881 sposò un barone e celebre scrittore di viaggi, Ernst von Hesse-Wartegg, ma ancora per un decennio percorse instancabilmente il pianeta, dividendosi fra Europa e America e cantando anche in Cina, Giappone, in India e nei Caraibi. Il repertorio era sterminato e andava da Susanna, Zerlina e Pamina di Mozart fino all’Elsa nel Lohengrin, Selika nell’Africana, Leonora nel Trovatore, Aida e Santuzza, passando per Rosina, Maria nella Figlia del reggimento e Angela in Le domino noir. Nel 1885 cantò anche la prima americana della Manon di Massenet.
Nessuno lo dice ma la notizia che nell’intera stagione 1890-91, scritturata al Metropolitan, abbia cantato solo cinque recite fa nascere il fondato sospetto dell’insorgere di problemi vocali. D’altra parte, neppure una donna d’acciaio avrebbe potuto reggere più di tanto un ritmo del genere: magari non c’entra ma trovo un trafiletto del New York Times del 28 agosto 1888 che avvisa, da Londra, che la Hauk soffre di nervous prostration e che a causa di ciò non potrà tornare in America per la prossima stagione. E andando ancora all’indietro trovo che già nel 1880 una dettagliata recensione della sua Caterina nella Bisbetica domata di Goetz a Londra mette in evidenza difficoltà di intonazione e nel registro acuto, pur lodando allo stesso tempo le grandissime qualità di attrice e interprete della cantante. Come che fosse, ritiratasi comunque al culmine della celebrità Minnie Hauk si stabilì col marito nella propria villa sul lago di Lucerna, che non era altro che quella stessa a Tribschen nella quale dal 1866 al ’72 aveva abitato Richard Wagner. O almeno questo scrivevano i giornali americani.
I quali tornano a occuparsi di lei numerosi anni dopo il suo ritiro dalle scene, prima nel 1912 quando si sparge (prontamente smentita) la falsa notizia della sua morte a Monaco, poi nel 1919, quando viene resa pubblica una triste lettera nella quale l’ex cantante, vedova da un anno e gravemente inferma, chiede l’aiuto dei compatrioti per far fronte al tracollo economico nel quale la guerra e i debiti contratti dal marito l’hanno condotta. Grazie a questo appello vengono raccolti tremila dollari, sufficienti a consentirle di rimanere a Tribschen. Vive ancora qui nel 1922, quando il New York Times la dà per ormai completamente cieca, e qui muore il 6 febbraio 1929, a settantasei anni.

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3 risposte a Minnie Hauk, dall’America con furore

  1. Amfortas ha detto:

    Una volta di più si ripropone il problema di indagare il reale peso vocale, le qualità e i difetti dei cantanti del passato. Lo dico, ovviamente, leggendo gli sterminati repertori che quasi tutti frequentavano. Non ricordavo – o forse non ho mai saputo – che la Hauk fosse stata la prima Juliette negli Stati Uniti! E a 16 anni poi!
    Però la mia attenzione si è destata in particolare per quel Selika, dal momento che martedì prossimo vedrò la mia prima Africaine live, proprio dalle tue parti.
    Speriamo che non prenda a me la nervous prostration, anche se temo che dove non potrà la Simeoni (che a me piace un sacco, vedremo) potrebbe farcela l’uovo del ponte. Che, mi rendo conto benissimo, sa molto di jingle ma potrebbe essere un magnifico titolo calembour per il mio prossimo post dall’orrida. A meno che non voglia rispolverare “se questo è un uovo”, non si sa mai…
    Ciao!

    • Winckelmann ha detto:

      Buona fortuna, sono passato davanti alla Fenice qualche giorno fa e guardavo con un certo rimpianto alle locandine di questa Africana. Ma è più forte di me, in quel teatro non ho più voglia di andare. Paturnie da vecio, lo so, ma che ci posso fare?
      Resto in attesa del resoconto della tua nervous prostration (il corpo a corpo con l’uovo), poi noi ci sentiremo quanto prima.

  2. Pingback: Enchanting Zelia Trebelli | Il cavaliere della rosa

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