Uno sguardo guglielmino sul mondo

Mi aspettavo di trovare qualcosa di più nelle seicento e passa pagine dell’autobiografia di Lilli Lehmann (1848-1929), anche se sono ormai rassegnato al fatto che le cose veramente interessanti nelle autobiografie bisogna andarsele a cercare con pazienza, fra le righe e magari nel non detto. Ora, però, da un tomo di tal fatta di uno dei colossi del teatro d’opera di fine Ottocento speravo di trarre maggiori informazioni sulla vita musicale e teatrale della sua epoca, e magari anche qualche notazione saporita sulla musica e il canto.
Per carità, non è che qui si parli sempre d’altro, però è vero che la parte preponderante del libro (che uscì a Lipsia nel 1913 col titolo Mein Weg) è dedicata ad argomenti collaterali: la mamma prima di tutto, poi la vita di società, le traversate atlantiche, l’appartamento di Berlino, le gite sul Tamigi, l’etichetta alla corte dell’amatissimo Kaiser, che pretendeva che gli invitati ai suoi concerti arrivassero puntuali alle otto e lo aspettassero anche due ore immobili, in piedi. Il tutto raccontato con il distacco e il tono moraleggiante della gran dama guglielmina.
Lilli ebbe un’infanzia dura e una formazione musicale meticolosa, una carriera lunga e un repertorio sterminato, che partì con ruoli di coloratura e di soubrette e approdò prima al belcanto italiano e finalmente a Wagner. Con cui ebbe, per mezzo della madre che lo conosceva da molti anni, un significativo rapporto di amicizia che la portò a prender parte alla prima messa in scena integrale del Ring a Bayreuth, nel 1876. Non rimase, però, un’adepta del circolo della verde collina: i rapporti con Cosima (qui passati caritatevolmente per quasi tutto il libro sotto silenzio) non dovettero essere dei migliori e la Lehmann non si sottomise alle direttive della terribile vedova che, morto Wagner, fece della sua musica e del suo teatro il proprio incontrastato dominio. Così Lilli preferì diffondere il verbo wagneriano in altri luoghi, Berlino e soprattutto New York. Quando tornò a Bayreuth per cantare Brünnhilde, esattamente vent’anni dopo, ritrovò ben poco dell’entusiasmo della prima volta. A questo punto Lilli non va leggera coi giudizi: sotto Cosima il canto wagneriano è diventato meccanico e privo di espressione; le messe in scena sono state profondamente alterate e le pretese registiche della vedova naufragano davanti alla sua disarmante incapacità e indecisione; Cosima ha agito in modo da far sfigurare la cantante e si è distinta per averla in più occasioni censurata, perché rea di aver accettato il cachet che il festival (evidentemente per una pura questione formale) le aveva offerto. Consapevole che tutto poteva esserle insegnato tranne che la classe, al termine del festival Lilli tornò a Berlino e di lì scrisse una lettera a Cosima, informandola che l’intero cachet da lei pagato, aumentato di una cifra consistente, era stato devoluto al finanziamento di un letto d’ospedale destinato a musicisti in difficoltà finanziaria. Beccati questo, strega.
Molte cose restano affidate alla fantasia del lettore: dello studio quotidiano e della preparazione dei ruoli nel libro non c’è traccia. Lo stesso progredire della carriera, dalle piccole parti di Praga ai trionfi del Metropolitan, è dato in qualche modo per scontato, come se fosse il necessario evolversi di un processo già interamente scritto nelle stelle. Un marito, il tenore Paul Kalisch, appare all’improvviso e poi scivola via, mai più nominato. Per una dama guglielmina non è decoroso il confessare di essersi separata.
Negli ultimi anni di carriera, Lilli Lehmann fu tra i promotori delle prime edizioni del festival di Salisburgo, per il quale collaborò attivamente alla messa in scena di alcuni dei primi spettacoli. Poi si ritirò nella sua tenuta di Scharfling sul Mondsee, una trentina di chilometri più in là, dove condusse una vita semplice e sana, fatta di nuotate nel lago, di pasti frugali e di una dieta completamente vegetariana. Era una convinta animalista e decine di fotografie la ritraggono, imponente donnone in costume tradizionale, intenta a carezzare mucche, pecore e l’amato bassotto Baby.
Per chi volesse cimentarsi, il libro in traduzione inglese è scaricabile qui.

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7 risposte a Uno sguardo guglielmino sul mondo

  1. amfortas ha detto:

    Le biografie sono sempre un’arma a doppio taglio, a mio parere. Forse dice di più il tono che tu definisci moraleggiante che tutto il resto.
    E a proposito di Salisburgo, è uscito il cartellone di quest’anno, non so se l’hai visto. A proposito di Wagner, invece, ho appena sentito il primo atto del debutto del bel Jonas nei panni di Siegmund. Bravo, nonostante un Levine pesantissimo e una Sieglinde in affanno.
    Ciao!

  2. winckelmann ha detto:

    D’altra parte qualunque documento va letto e interpretato, e anche il più inconfutabile non deve mai esser preso come verbo assoluto cui credere fino in fondo. E figurati se non dobbiamo fare ampia tara a quello che una primadonna racconta di sè…
    Il bel Jonas è bravo, niente da dire. Non immacolato con la voce (ma chi lo è ormai?) però ha una qualità sempre più rara, soprattutto nei cantanti della glamour-generation: è intelligente, un interprete intelligente, voglio dire. Chapeau.

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