Il giorno della doppia rivelazione

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Nella bustina di plastica casualmente ritrovata ci sono alcuni biglietti del Comunale di Firenze, un teatro che per alcuni anni ho frequentato con una certa assiduità col gruppo di melomani in pullman. Fra questi manca purtroppo quello del primo spettacolo che mi portarono a vedere là (questo qui sopra risale a un’altra occasione) e che, come ho già detto, segnò un momento cardine della mia storia di scombinato melomane.
Il 20 giugno 1976 era domenica, lo so per certo. Col pullman si era partiti presto perché prima della pomeridiana a teatro si andava tutti a vedere una grande mostra sui Macchiaioli allestita nel Forte Belvedere. Durante il viaggio ebbi la prima rivelazione: la capogruppo (quella che restava senza voce alla Scala) si appropriò dell’autoradio, mise su una cassetta e io mi sentii il cuore nei calcagni perché dagli altoparlanti si sprigionò la voce di Marilyn Horne che cantava Deh, placatevi con me… Furie!… Larve!…
A quel punto sarei anche potuto tornare a casa perché la mia esperienza estetica l’avevo avuta. Memorizzai quel nome – anzi, come dicono i tedeschi “lo chiusi nel mio cuore”. Il giorno dopo sarei già stato alla Dimar di Rimini a comprare quel disco e lì, in quel pullman, giurai amore eterno e inestinguibile alla più grande cantante di tutti i tempi. E nessuno provi a farmi cambiare idea.
Per fortuna a casa non ci tornai. Al Comunale si dava Orfeo ed Euridice di Gluck in una produzione gestita da Riccardo Muti, Luca Ronconi e Pierluigi Pizzi. Non avevo bene idea di cosa mi sarei trovato davanti: la mia esperienza di frequentatore di teatri si limitava all’Arena di Verona e a qualche trasferta bolognese nel mio piccolo teatro di provincia: ho un vago ricordo, ad esempio, di Puritani tutti quinte e fondali dipinti, una Butterfly agita su tre pedane rotonde e altre cose così. Qui, invece, lo shock: il palcoscenico era nero e conteneva una enorme scatola, anch’essa nera, sollevata da terra. Sotto la scatola stava il coro in formazione da concerto, di cui intravedevamo nel buio solo le teste; nella scatola stavano gli elementi scenici, i cantanti e i danzatori. Le scene erano estremamente semplici: ricordo un gruppo di cipressi per il primo atto e alti muri di mattoni con ringhiere e passerelle per il secondo. Ricordo anche, della regia, il gesto con il quale Orfeo, chiudendo il primo atto, prima di scendere agli inferi ricomponeva la lira spezzata. Quella sera decisi che da grande avrei fatto lo scenografo e da quel momento per alcuni anni non feci che disegnare scene d’opera, tutte tragicamente uguali a se stesse e a scene di Pizzi. Poi capii che era meglio fare altro.
Il cast era notevole. Orfeo era Julia Hamari, alla quale diedi benevolmente credito perdonandola per avere osato accettare di cantare un ruolo nel mio cuore ormai indissolubilmente legato a Jackie Horne. Euridice era Ileana Cotrubas, della cui esistenza si erano accorti persino Oggi e Gente quando da un momento all’altro, pochi mesi prima, era saltata su un aereo a Londra e volata a Milano giusto in tempo per salire in palcoscenico senza prove alla Scala a sostituire la Freni nella Bohéme. Amore, invece, era una sconosciuta americana destinata, come si dice, a luminosissima carriera: Lella Cuberli. Che io, guarda un po’, decisi di adorare seduta stante.

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3 risposte a Il giorno della doppia rivelazione

  1. Jackie e Lella for ever! Coincidenza: l’unica volta che ho visto la Horne in un’opera dal vivo fu proprio in Orfeo ed Euridice.

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