Un biglietto per l’empireo

vienna

Frugando in un cassetto di quella che era la mia scrivania a casa di mia mamma, ho trovato una busta di plastica nella quale io, precoce feticista del cimelio cartaceo, avevo raccolto una serie di biglietti di teatro di spettacoli che, più o meno adolescente, ho visto assieme ai miei genitori. Ho già detto che non finirò mai di ringraziare qualunque divinità appaia all’orizzonte per avermi fatto venire al mondo in una casa di melomani totali, con i quali per una quindicina d’anni si viaggiò per l’Italia (ma non solo) a vedere cose il cui ricordo resta quasi indelebile, seppure dopo tanti anni circonfuso in un alone di inevitabile vaghezza. Per questo motivo i post che un po’ alla volta scriverò partendo da questi deliziosi rettangolini di carta verranno raccolti in una categoria intitolata “scombinate memorie”. Ho visto cose meravigliose, ma a volte quello che mi resta è appena qualche flash: nella vita, purtroppo, bisognerebbe arrivare a cinquant’anni e poi, con quella stessa testa, poter ricominciare tutto daccapo, godendosi e centellinandosi e scolpendosi nella memoria tutto quello che ci siamo fatti scivolare via.
Vivevamo in una città di provincia con un bellissimo teatro ottocentesco, a suo tempo inaugurato con la donizettiana Maria di Rohan ma ai nostri tempi utilizzato per la prosa e per un po’ di concerti. Di opera quasi non si parlava, se non per qualche spedizione “in terra di frontiera” del Comunale di Bologna. Nei primissimi anni Settanta si inaugurò la tradizione della gita estiva a Verona, con due o tre opere all’Arena, e questo per me era tutto. A un certo punto però, eravamo nel ’76, tramite amici riminesi i miei vennero a contatto con uno di quei gruppi di appassionati che riempiono pullman e si sballottano da Firenze a Milano, da Verona a Macerata: con loro si fece una prima uscita fiorentina (fu uno shock, il mio primo incontro con il teatro vero. Ne parlerò) e fu amore a prima vista. Della capocomitiva-tuttofare-ipercinetica organizzatrice ho già parlato: era quella simpatica signora che ogni volta che entrava alla Scala per l’emozione perdeva la voce.
Insomma, arrivo al dunque, il 1977 inizia con la clamorosa notizia della gita, a maggio, a Salisburgo e Vienna con tappa alla Staatsoper per Il trovatore. Mica uno spettacolo qualunque: dopo quindici anni di gran dispitto con la Haus am Ring Herbert von Karajan tornava a Vienna da trionfatore con tre opere: un piccolo festival personale che comprendeva Nozze di Figaro, La Bohéme e, appunto Il trovatore. Così, se l’Aida a Verona nel ’72 era stata l’occasione per i miei primi pantaloni lunghi, il Trovatore del ’77 fu quella per il mio primo (e credo ultimo) vestito blu. Dopo mezza giornata a Vienna credevo di avere in pugno la città e così convinsi mio padre ad andare a piedi dall’albergo al teatro. Naturalmente dopo il primo angolo mi ero già perso e al dodicesimo angolo mi rassegnai all’evidenza che così non ci saremmo mai arrivati. Per fortuna passò un taxi, che mi salvò dall’ormai certo supplizio.
Lo spettacolo fu un mix di strane sensazioni: l’allestimento era quello, già carico di qualche annetto, di Georges Wakhevitch: tradizionalissimo, completamente dipinto e allora, ricordo, guardato un po’ col sopracciglio alzato. Mi piacerebbe molto rivederlo però, perché ricordo cose (l’enorme vessillo rosso nel quadro del coro dei soldati, per esempio) che se mi sono rimaste in testa dopo trentasei anni qualcosa di buono dovevano averlo. La regia era di Karajan, all’insegna quindi dell’entra-canta-esci. Francamente, vedendo certe cose oggi ne provo ogni tanto nostalgia. Un dettaglio assolutamente ridicolo lo ricordo: alla fine del primo quadro, quando suona all’improvviso la campana che spaventa le guardie, sbucava fuori da qualche parte un fantasma col lenzuolo e, appeso a una fune, volava via per la scena.
Karajan lo ricordo come un omino piccolo e secco, completamente assorto in se stesso e quasi indifferente al pubblico. Credo che all’epoca già soffrisse dei dolori atroci alla schiena che lo tormentarono per anni. Forse l’immagine che ne ho conservato è proprio quella di un uomo sofferente. Diresse Verdi a modo suo, con tempi dilatatissimi (ricordo ancora lo sconcerto di alcuni componenti della comitiva, particolarmente “toscaniniani”) e una dinamica spaventosamente ampia, che alternava pianissimi quasi inudibili a fragorosissimi clangori. Io non avevo strumenti per formulare opinioni motivate e lì, in quella situazione, trovavo tutto assolutamente meraviglioso. Ricordo però giudizi tranchant da parte di molti, a cominciare da mio padre.
Il cast era di quelli che oggi ci sembrano appartenere all’epoca delle fiabe, anche se con qualche stranezza: Luciano Pavarotti era Manrico, Leontyne Price Leonora, Mario Sereni il Conte di Luna e Christa Ludwig Azucena. Con quello che oggi chiameremmo uno schiaffo alla miseria, poi, per fare Ferrando si era scomodato nientemeno che Jose van Dam. I ricordi su di loro sono abbastanza vaghi. Pavarotti l’avrei sentito ancora qualche anno dopo nello stesso ruolo e lo ricordo meglio. Della Price mi sono restati invece i frequenti arrochimenti, che peraltro non incrinarono il mio amore totale nei suoi confronti e della Ludwig (che sarebbe stata per me anni dopo una meravigliosa Fricka) movenze da sciantosa un po’ troppo poco zingaresche.
In ogni caso il successo fu trionfale e io, nonostante le perplessità di gran parte del pullman, volavo nell’empireo. Alla fine dello spettacolo la signora che alla Scala rimaneva senza voce mi portò in camerino da Pavarotti, il quale era a dieta stretta e stava cenando con fette di pane coperte di scaglie di formaggio grana. Fu divertente, ma io volevo vedere (e adorare) la Price e questo, purtroppo, non mi fu concesso. Fu questo l’unico vero neo di una memorabile serata.

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5 risposte a Un biglietto per l’empireo

  1. Grrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr mille serpi divoranmi il seno. Se potessi cancellerei questo post. Proprio con questo ricordo dovevi iniziare? Il Trovatore della Price….bastardo!
    Per strana coincidenza, l’altro ieri sera ho ascoltato su youtube il D’Amor sull’Ali Rosee di quella edizione: non lo avevo mai ascoltato temendo l’usura vocale che la Price nel ’77 già mostrava (a sentire quella paZa di Elvio Giudici era già oltre la frutta, il caffè e l’ammazzacaffè). Bellissimo: i tempi più slentati mai uditi in questa pagina, lei ancora fascinosissima (e piena dei suoi manierismi degli ultimi anni), con solo qualche arrochimento in più, qualche velatura, il do acuto decisamente più cauto, ma un dominio assoluto del legato e del registro acuto, una voce lunare, dolente e salvifica.

    • Winckelmann ha detto:

      Non avevo neanche pensato di controllare su Youtube. Dopo averla ascoltata ho una crisi di angina pectoris in corso… tu mi porterai alla tomba! Non so se mi spiego: io ero lì, seduto lì mentre lei faceva queste cose. Meravigliosa, la prendo anche così, con un piede nella fossa come dice quello là (e poi cinguetta sulla Bartoli, mah!):

  2. Amfortas ha detto:

    I tempi di Karajan, vero, erano dilatatissimi, però aveva a disposizione cantanti superdotati. Il dramma nasce quando il direttore impone tempi “alla Karajan” a cantanti asmatici. Esempi a iosa, potrei fare.
    Per quanto riguarda la Price (invidia), siamo a livelli stratosferici, a prescindere da ciò che dice il mio amico Giudici 🙂
    Pavarotti, povero, era costretto a dieta permanente ma trasgrediva così frequentemente che gli sforzi erano inutili.
    Fai bene a ricordare che la maturità (eufemismo) ha anche qualche lato buono…
    Ciao!

    • Winckelmann ha detto:

      E comunque, sentiti oggi mi pare che questi tempi suscitino meno perplessità rispetto a 35 anni fa. Quanto a Pavarotti, effettivamente in quel periodo era relativamente snello (in rapporto alla sua media, intendo) ma penso sia chiaro a tutti che quella delle diete fu per lui una lotta persa in partenza.

  3. Pingback: Il giorno della doppia rivelazione | Il cavaliere della rosa

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