Feodor Chaliapin, “cantava come Tolstoj scriveva”.

Fu un vero pezzo da novanta questo signore un po’ dandy e un po’ gentiluomo di campagna che con studiata naturalezza guarda diritto nell’obiettivo, manifestando una lunga consuetudine con lo stare davanti alla macchina fotografica. Chissà chi gli ha fatto questo bel ritratto, montato su un cartoncino decorato ma anonimo, che ho comperato parecchi anni fa e che, se non ricordo male, non ho neppure pagato più di tanto. Un piccolo colpo di fortuna, perché non solo la fotografia è in ottime condizioni, ma soprattutto perché il signore, che pare dirci embé? mostrando quella sigaretta così poco in linea con il nostro immaginario del cantante d’opera è, assieme a Enrico Caruso, uno dei veri, pochissimi mostri sacri del teatro del primo Novecento. Inevitabile che a un grande nome siano sempre abbinati grandi prezzi.

Sono pronto a scommettere che se ci mettessimo d’impegno per stabilire quale fu, dai tempi del dagherrotipo fino alla Polaroid e oltre, il cantante più fotografato in assoluto, la palma andrebbe senza ombra di dubbio a Fëdor Ivanovič Šaljapin. Sposando senza esitazioni una versione più comoda della traslitterazione dal russo lo chiameremo da qui in avanti Chaliapin, che è probabilmente la forma con la quale lo conosceva uno dei suoi più grandi estimatori: Arturo Toscanini. Era lui sul podio, nel marzo del 1901, per il debutto di Chaliapin alla Scala nel Mefistofele a fianco di Enrico Caruso e di Emma Carelli, e senza dubbi o esitazioni il grande direttore avrebbe più volte affermato di non aver mai conosciuto talenti più grandi del suo. Monumentale nella voce e nell’aspetto, Chaliapin era arrivato ventottenne a quel debutto scaligero che era anche la sua prima apparizione al di fuori della Russia. La cosa più straordinaria di tutte, però, è che il giovane Feodor arrivò a essere quello che poi fu, non solo il maggiore basso della sua epoca ma anche e soprattutto una figura rivoluzionaria nel campo dell’interpretazione e della recitazione, facendo tutto da solo. Nato povero e cresciuto all’insegna del fare qualunque cosa per sbarcare il lunario, aveva trovato presto il modo di mettere a frutto quel dono che la natura gli aveva dato: partito da un coro di chiesa e senza fare studi musicali di alcun tipo si era trovato preso in una compagnia di operette. Da qui all’opera il passo era stato breve e nel giro di due anni era passato dai ruoli di fianco a quello di Mefistofele (quello del Faust però), che a vent’anni era stato il suo debutto da protagonista, a Tbilisi nel 1893. Vennero poi due anni complicati al Mariinskij a San Pietroburgo e, nel 1896, il passaggio a Mosca: prima nel teatro privato di Savva Ivanovich Mamontov e poi al Bolshoi.
Non ho intenzione di fare qui il bignami di una carriera che in oltre quarant’anni toccò ogni punto operisticamente significativo del globo. Dicevo più su che Chaliapin ha dato origine a una autentica marea di documenti fotografici: vissuto in un’epoca nella quale la ripresa non era più forzatamente confinata negli atelier, restano di lui non soltanto ritratti in borghese e, soprattutto, in costume ma anche moltissime istantanee in una varietà di situazioni: con la famiglia, coi molti figli, con i colleghi, in viaggio, in vacanza, a casa e così via. Le fotografie che più intrigano, però, sono senza dubbio quelle che lo ritraggono nei ruoli interpretati in teatro. Realizzate in primo luogo nella forma nobile della cabinet card e vendute oggi a peso d’oro (tempo fa ne girava una su Ebay: autografata, d’accordo, ma offerta per 750 euro), sono fortunatamente più facilmente recuperabili nella versione plebea ma sempre interessante della cartolina postale, altra riprova dell’immenso successo popolare di cui Chaliapin godette per decenni. Eccone una, nella quale appare nel costume di Nilakahnta nella Lakmé

Non fosse per quelle inconfondibili narici, faticheremmo a riconoscere in questo indiano stracciato e smunto il nostro gentiluomo di campagna con fifì e sigaretta. Al di là dei meriti vocali, Chaliapin rivoluzionò la recitazione del teatro d’opera facendo propria la lezione dei grandi attori del teatro di prosa, che (cito Eugenio Gara su Le grandi voci) perseguivano un realismo di ampio respiro, ugualmente lontano così dalla magniloquenza melodrammatica come dal gretto verismo. Esecuzione vocale e recitazione diventarono con lui elementi inscindibili, impossibili persino da considerare autonomamente uno dall’altro. Aveva, si diceva, tante voci quanti erano i personaggi che interpretava, a tal punto ciascuno di essi era profondamente studiato e caratterizzato. Altissimo (è ancora Gara che scrive), non aveva bisogno di coturno per sollevarsi oltre la natura comune; tutto era gigantesco in questo “patriarca vagabondo, dalla paradossale e disinvolta figura” come lo definì Barilli. […] Ma ognuno dei suoi ritratti era definitivo, scolpito da segni indimenticabili: il profilo di sparviero di Ivan il Terribile, lo sguardo corrucciato e oppresso di Filippo II, l’aguzzo fantasticare di Don Chisciotte, il tremarellare codardo di Leporello, la rapace tartuferia di Don Basilio, il parassita dal foulard rosso e dalla schiena di alligatore. Né si può tacere il ritratto che Chaliapin stesso preferiva a tutti, quello di Salieri [nell’opera Mozart e Salieri di Rimskij-Korsakov, che Chaliapin tenne a battesimo a Mosca nel 1898]: con tutta la bufera interiore del personaggio, al II quadro, raccolta nelle parole e nella rattenuta tensione del canto declamato, mentre il corpo era immobile; seduto, in mano la tazzina di caffè, lo sguardo assente.
Se il suo repertorio spaziava da Glinka a Rimskij, da Verdi a Rossini fino a Massenet (che scrisse per lui Don Quichotte, tenuta a battesimo a Montecarlo nel 1910), il suo declamato ampio e solenne, portentoso (scrive Rodolfo Celletti) per la gamma delle sue sfumature […] e la forza dell’accento travolgente sembrava fatto apposta per lo scabro e cupo Musorgskij e, naturalmente, per Boris Godunov, una autentica palestra di ardimento nella quale Chaliapin dava vita non solo allo zar Boris ma anche al vagabondo Varlaam e al monaco Pimen. Eccolo qui sotto, in un’altra cartolina che lo mostra nella terribile scena delle allucinazioni.

Ed eccolo in altri due scatti con un diverso costume. Che differenza rispetto a mille altre fotografie che affollano la mia collezione e che mostrano paciosi signori o nutrite signore addobbati con più o meno fantasiosi costumi e disposti al massimo ad accennare qualche stereotipato gesto che l’osservatore automaticamente possa collegare a Sigfrido o a Lohengrin, a Violetta o a Rosina. Qui invece non troviamo il signor Chaliapin ma lo zar Boris di Pushkin e Musorgskij, reso con incredibile evidenza psicologica. Chi conosce la vicenda non vede forse in quello sguardo il ricordo della colpa commessa per salire al trono e il presagio della fine che sta per arrivare?

La fortuna delle immagini si misura sulla loro diffusione. Per quanto riguarda queste due fotografie, il fatto che siano state riprodotte su cartoline in un’epoca in cui le persone se le scambiavano con una frequenza per noi inimmaginabile anche se non paragonabile alla nostra insipiente mania di inondare il prossimo di sms e whatsapp, è un indice chiarissimo della popolarità non solo dell’artista ma anche e soprattutto del personaggio cui ha saputo dare vita. Pittore e scultore lui stesso, Chaliapin ha sempre lavorato in stretta connessione con le arti figurative, spesso utilizzando specifiche opere d’arte per trarre suggestioni e idee da trasferire nel suo lavoro di attore. Girellando per la rete mi sono accorto che proprio queste due fotografie sono strettamente legate a opere di arte figurativa, anche se in questo caso mi sembra evidente che Chaliapin anziché l’ispirato è diventato l’ispiratore per la loro creazione.

Il legame fra il ritratto a figura intera e il Ritratto di Feodor Chaliapin come Boris Godunov, dipinto da Nikolay Vassilyevich Kharitonov nel 1916 e oggi al Museo teatrale Bakhrushin di Mosca mi sembra evidente. Il costume è indiscutibilmente quello, il corpo è rappresentato un po’ più di tre quarti ma la posizione del braccio resta identica e la testa, orientata verso sinistra anziché a destra come nella foto, sembra piuttosto essere stata presa dall’altra fotografia.
Il secondo esempio è meno aulico ma forse più divertente:

Questa statuetta di ceramica è, a quanto pare, una tarda produzione degli anni Sessanta ma viene venduta in rete a una volta e mezzo la fotografia autografata di cui ho parlato più sopra. Proviene dalla manifattura Lomonosov, già fabbrica imperiale di porcellana. Che sia una derivazione diretta dalla fotografia a tre quarti penso non ci siano dubbi; che si tratti anche di una replica di un modello prodotto già negli anni in cui Chaliapin era attivo e questa fotografia ampiamente distribuita mi sembra altamente probabile.
E’, questa carissima cianfrusaglia, una piccola testimonianza della sopravvivenza anche nell’era Breznev della fortuna e del mito di Feodor Chaliapin, che nonostante una carriera internazionale e una vita spesa in gran parte fuori della Russia, restò sempre una stupefacente incarnazione della cultura dalla quale aveva tratto origine. Non per nulla un altro russo, Sergej Rachmaninov, arrivò a dire di lui che cantava come Tolstoj scriveva: difficile dare con così poche parole un’immagine altrettanto efficace della simbiosi che nonostante tutto legò per sempre Chaliapin alla sua terra di origine.

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