Emma Eames e la dimenticatissima Zaïre

Succede sempre così, mi accingo a una nuova ricerca e invece di andare diritto per quella strada mi distraggo, apro parentesi, colgo indizi che mi fanno suonare campanelli su tutt’altre cose e finisco, tempo mezz’ora, per occuparmi di tutto fuorché dell’oggetto sul quale mi ero messo al lavoro. Questa volta è stato uguale: cercavo di dipanare una intricata matassa sulla quale, forse, potrò un giorno scrivere qualcosa quando l’occhio mi è caduto su un semplice titolo e il din din din è partito, mandandomi subito a recuperare una fotografia acquistata tempo fa ma mai attentamente presa in considerazione. Questa:

Chi non riconosce Emma Eames in questa cabinet card dell’atelier parigino Benque. Fu all’Opéra che la giovane americana mosse i primi passi sulla scena: già quando l’ho acquistata mi era chiaro che contrariamente ad alcune altre mie fotografie questa non la ritrae nel Roméo et Juliette di Gounod, l’opera del debutto; non mi sono mai posto realmente il problema di capire con sicurezza in quale ruolo si sia fatta fotografare per questo ritratto, ma proprio lavorando sul tragico operone gounodiano ho trovato, quasi per caso, la soluzione.
Della celebre ripresa di Roméo et Juliette allestita dall’Opéra di Parigi per l’Esposizione Universale del 1889 mi sono già occupato più volte, ma ancora mi resta da chiarire il complicato alternarsi di protagoniste femminili nei primi mesi di recite. Una di queste era la venticinquenne Emma Eames che, allieva della sempiterna Mathilde Marchesi, in questo spettacolo debuttò sulla scena e, a sentir lei, in un batter di ciglia si trovò da perfetta sconosciuta a idolo delle folle, di qua e di là dell’Atlantico. Questa almeno è la sua versione dei fatti anche se io, convinto che la vita è sempre un pochino più complicata di quanto le primedonne la raccontino nei loro memoirs, stavo appunto cercando di recuperare il maggior numero di fonti per capire come realmente funzionò questo passaggio di testimone che nel giro di un anno mandò in scena le Juliette di Adelina Patti, Hariclea Darclée, Emma Eames e Nellie Melba. Che oggi sono per noi quattro autentici pezzi da novanta ma all’epoca erano in effetti una superdiva forse un pelo in là con gli anni (la Patti) e tre più o meno perfette sconosciute. Per poter procedere a una chiara ricostruzione di chi cantò cosa e quando, avevo recuperato su Gallica alcuni numeri dell’Almanach des Spectacles, una di quelle pubblicazioni che tanti potrebbero considerare mortalmente noiose ma che a me paiono invece oro puro. Pubblicato annualmente, l’Almanach fornisce, teatro per teatro (parigino naturalmente, come si sa per i francesi la Francia non è che la poco interessante periferia della loro capitale), una serie preziosa di informazioni e dati statistici su direzione, artisti della compagnia, numero di recite, lavori rappresentati, incassi e così via e soprattutto riporta, anno per anno, mese per mese, i debutti dei cantanti mano a mano che assumevano nuovi ruoli. Compulsando questi elenchi infiniti, individuavo così, dopo le recite concesse dalla munifica Patti, il momentaneo apparire della Darclée e poco dopo quello della della Eames, che sarebbe stata a lungo confinata nel ruolo di Juliette mentre Nellie Melba (la mia migliore nemica, l’avrebbe sempre chiamata la Eames) veniva chiamata a interpretare sempre nuovi personaggi: Ophelie a maggio, Juliette a novembre, Lucia (di Lammermoor) a dicembre 1889. Nel ’90 qualcosa di nuovo si muove anche per la Eames, alla quale però sembra essere negato il grande repertorio. E così, mentre alla migliore nemica il nuovo anno regala Faust e Rigoletto, alla Eames vengono affidate due novità: il 21 marzo Ascanio di Camille Saint-Saëns e il 28 maggio Zaïre, di Paul Véronge de la Nux, il titolo con cui la sua carriera all’Opéra si chiude. L’Almanach del 1891, infatti, attesta che in questo anno il suo nome scompare dagli elenchi dei cantanti messi a contratto.

Ecco, Zaïre è stato il titolo che mi ha fatto drizzare le antenne e mi ha costretto a prestare a questa fotografia la dovuta attenzione. Alla fine dei conti sapevo adesso che la giovane Eames ha cantato all’Opéra appena tre ruoli, e il ritratto non poteva che riferirsi a uno di questi. Juliette e la Colombe di Ascanio non c’entrano nulla con quel costume un po’ orientaleggiante e men che meno con quella mezzaluna che fa capolino dall’acconciatura. Con Zaïre, invece, le turcherie ci stanno a pennello, la direzione nella quale ficcare il naso doveva per forza essere quella.
La prova che conferma l’ipotesi l’ho trovata, come al solito, nelle illustrazioni della stampa periodica contemporanea. Affidate ancora ai disegni ma, come tante volte ho avuto occasione di constatare, estremamente precisi ed affidabili. Ecco infatti cosa pubblicava Le Monde Illustré dopo la prima:

E’ il tragico finale dell’opera, con la morte della protagonista. Se facciamo uno zoom sul dettaglio:

vediamo che il costume, pur nella sommarietà del tratto, è proprio lo stesso della foto, con le due bande ricamate verticali e i veli appuntati all’acconciatura. Un’altra illustrazione, che Gallica pubblica come ritaglio senza poterne determinare la provenienza, mostra lo stesso costume con un po’ di precisione in più e aggiunge, per chi guarda bene, anche la collana che appare nella fotografia:


Già altra volta ho parlato dell’obbligo assunto dall’Opéra di mettere in scena ogni due anni un’opera nuova scritta da un passato vincitore del Prix de Rome. Era un dovere più subìto che non realmente sentito e a quanto pare il teatro cercava solitamente di cavarsela con il minore sforzo possibile: commissionava un’opera in due atti, da abbinare magari a un balletto acchiappapubblico e cui riservare qualche allestimento già realizzato per altri lavori. Fra Véronge de la Nux e il teatro ci furono tensioni e, mi pare di aver capito, anche una causa in tribunale con reciproche accuse di inadempienza, ma alla fine tutto si accomodò e a maggio, gratificata da un abbondante concorso di pubblico in buona parte richiamato (almeno così insinua il critico di Le Gaulois) dal balletto Coppelia che la precedeva nella serata, Zaïre andò in scena. Il successo, a leggere le recensioni, fu più che buono, almeno per quanto riguarda il gradimento dei cantanti. Nei confronti dell’opera i critici musicali si dimostrano ben più cauti, e alcuni non vanno leggeri con i giudizi sul povero Véronge de la Nux:

Non avevo mai sentito nominare questo giovane. Dopo la rappresentazione della sua opera non so di lui nulla di più. Per due ore ho udito echi del compositore del Faust, e formule, cadenze e rimasticamenti della timbrica di Massenet; di M. Véronge de la Nux, nulla.

“Le Gaulois”, 29 maggio 1890

Il testo di Voltaire potrebbe offrire il necessario alimento all’ispirazione di un compositore dotato di calore, di passione, di temperamento. Che sono precisamente le qualità che sembrano difettare a M. de la Nux.

“Le Ménestrel”, 1 giugno 1890

Le Gaulois stronca senza remissione anche l’esecuzione ma gli altri periodici sono molto più generosi con il cast, soprattutto con la protagonista e con i suoi due partner principali, il baritono Jean-Françoise Delmas e il tenore Léon Escalaïs. Delmas riscosse, a quanto pare, un vero trionfo e la Eames, gratificata da una impegnativa scena finale di morte, non gli fu da meno. Un po’ tutti lodano la bravura dell’attrice e della vocalista:

In testa agli interpreti va posta M.lle Eames, che ci ha dato una Zaïre ideale. La donna è affascinante e possiede una nobile eleganza; la cantante, dotata di voce adorabile, precisa, di timbro carezzevole e di squisita purezza, sa adoperarla con gusto perfetto e fraseggia deliziosamente; l’attrice, infine, dà prova di vera intelligenza e non lascia nulla a desiderare.

“Le Ménestrel”, 1 giugno 1890

Affascinante, elegante, adorabile, brava, bella ma Parigi non seppe tenersela. Sarà stato per l’invadenza della migliore nemica, sarà stato per l’insoddisfazione di essere stata relegata a tre sole produzioni in due anni, seppure in uno dei più importanti teatri del pianeta, sta di fatto che “personal reasons”, disse lei senza sbilanciarsi, la convinsero a cercare la sua fortuna altrove. Aveva sicuramente piena coscienza dei propri mezzi e non dovette aspettare troppo tempo prima che il Metropolitan le aprisse le porte.
Il povero Véronge de la Nux, invece, non tentò più la propria sorte sul palcoscenico, né sembra che a Zaïre sia stata concessa una seconda chance in qualche altro teatro dopo quel primo giro di recite all’Opéra. Il bistrattato compositore scrisse qualche musica di scena, un Solo de concours pour trombone avec accompagnement de piano e poi finì nominato Inspecteur de l’enseignement musical, forse l’impiego giusto per uno che voleva occuparsi di musica ma non aveva né calore, né passione, né temperamento.

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Una risposta a Emma Eames e la dimenticatissima Zaïre

  1. ausdemspielberg ha detto:

    Interessantissimo contributo, Cavaliere!
    In altri tempi la ricordo preso dalla lettura di riviste anche vecchie di mesi se non di anni; ora la ritrovo a compulsar gazzette.
    Non dubito che questo abbia affinato la sua memoria e le sue associazioni mentali.
    Complimenti.

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