Storie per la memoria: Vera Schwarz

Fu previdente, Vera Schwarz, e riuscì ad evitare il peggio. Forse già nel 1927 aveva capito come sarebbero andate a finire le cose; era a Vienna a cantare Jonny spielt auf di Ernest Krenek e si trovò a fare da testimone alle manifestazioni dei nazisti locali, che protestavano contro l’esecuzione di questo per loro spregevole esempio di musica degenerata.
Il ’27 fu un anno cardine della sua carriera perché segnò il passaggio dai grandi ruoli del melodramma “alto” (come l’Elisabeth del Tannhäuser nel quale è raffigurata in questo ritratto o come la Floria Tosca nell’opera di Puccini nel quale la fotografò quel genio di Setzer in uno stupefacente ritratto che ho mostrato qui) a quelli dell’operetta. Un passaggio che non fu, come facilmente potrebbe sembrare a noi spocchiosetti detrattori di un genere che meriterebbe ben altra fortuna di quella di cui attualmente gode, il segno di un declino da una carriera nobile a un tramonto più facilmente gestibile, ma si rivelò la definitiva incoronazione di una formidabile donna di teatro che seppe diventare la perfetta corrispondenza femminile di Richard Tauber. E scusate se è poco.

A Berlino, il 21 febbraio di quello stesso 1927 che le fece annusare dove il nazismo avrebbe potuto portare, Tauber e la Schwarz crearono il nuovo lavoro di Franz Lehar, Der Zarewitsch, e da lì non si tornò indietro. La grande cantante lirica che fino a quel momento era passata da Mozart a Verdi, da Puccini a Richard Strauss si trovò diva dell’operetta e regina del Metropol-Theater, la cui splendida sala oggi ospita la Komische Oper. Qui la Schwarz e Tauber raccolsero trionfi in altri titoli di Lehar, dal Paese del sorriso a Paganini e a partire dal 1929 la bellissima Vera entrò a far parte definitivamente della compagnia stabile del Metropol.

Il grosso problema, però, era che Vera Schwarz era ebrea. Quello enorme fu che nel 1933 i nazisti arrivarono al potere. Anche Tauber era ebreo e si rese conto immediatamente di che pasta era fatta questa gente quando dovette subire per strada un’aggressione di camicie brune. Illudendosi forse che questo triste sfacelo non avrebbe varcato i confini della Germania, se ne andò a Vienna e può darsi che lui stesso abbia suggerito a Vera Schwarz di fare la stessa cosa. Nella capitale austriaca Vera tornò al suo antico repertorio e trovò la Staatsoper, che già l’aveva conosciuta per moltissime recite negli anni Venti, ad accoglierla. Forse tutto andò bene per qualche anno, ma nel 1938 gli austriaci si buttarono nelle braccia del loro compatriota coi baffetti e la Schwarz dovette andarsene di nuovo, prima in Inghilterra e poi negli Stati Uniti. Cantò a Chicago e a Los Angeles ma al contrario di altre illustri colleghe espatriate che al termine della guerra elessero la California loro patria definitiva, Vera Schwarz non ruppe mai il proprio legame con l’Europa. Già nel 1948 fece ritorno nell’ancora semidistrutta Vienna e qui sarebbe vissuta e avrebbe insegnato fino alla morte nel 1964.

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