Ernest van Dyck e la rivincita di Tannhäuser

Questo post ha una lunga ma indispensabile introduzione. Per non castigare troppo in basso le immagini, che sono pur sempre la cosa che più ci interessa, metto in apertura a mo’ di antipasto questa piccola galleria di Tannhäuser, che ci servirà a meglio contestualizzare quello che vedremo più oltre. Non so quanti plotoni di tenori si sono fatti fotografare in questa identica posa: corpo eretto, sguardo sognante e manina a pizzicare le corde dell’arpa. Eccone qui alcuni dalla mia raccolta, giusto per farsi un’idea della fortuna e della lunga vita di questa iconografia: sono, da sinistra, Heinrich Knote, Francis MacLennan, Leo Slezak e Set Svanholm.

L’introduzione è lunga perché questa volta tocca partire da trentaquattro anni prima, e precisamente dal 13 marzo 1861, il giorno che vide Tannhäuser debuttare sul palcoscenico dell’Opéra di Parigi. Era la prima rappresentazione ufficiale in Francia di un’opera di Wagner, un sogno che il compositore cullava da tempo e per la cui realizzazione aveva pesantemente rielaborato la propria partitura. Decisive furono anche le abili trame tessute dalla principessa Pauline Metternich, che era irrimediabilmente svampita ma anche grande amica dell’imperatrice Eugenia, oltre che portatrice di un cognome che poteva aprire qualsiasi porta. A tal punto le sue pressioni andarono a buon fine che Napoleone III non solo ordinò di allestire l’opera ma diede a Wagner carta bianca su tutto quello che riguardava la preparazione scenica e musicale dello spettacolo. Come andò a finire, però, lo sanno tutti: in uno dei più disastrosi fiaschi della storia del teatro, da annoverare – scrive Robert W. Gutman nella sua biografia di Wagner – fra gli avvenimenti più vergognosi della storia musicale di Francia. Dell’opera, sontuosamente messa in scena e furiosamente fischiata, furono date solamente tre rappresentazioni prima che lo stesso Wagner, dopo aver tentato di mettere qualche toppa introducendo nuove modifiche e tagli alla partitura, ne chiedesse il ritiro con una lettera alla direzione dell’Opéra che anche i giornali pubblicarono. A tal punto questa disfatta era diventata un affare sulla bocca di tutti.
La débacle del 1861 fu il risultato di un insieme variegato di fattori: si trattò di una caduta orchestrata e sostenuta in gran parte da una fondamentale antipatia dei francesi per Wagner e per la Germania, fomentata da quell’intervento diretto dell’imperatore per imporre l’allestimento dell’opera che molti non mandarono giù. Sicuramente nell’organizzazione della sommossa ebbero un ruolo di primo piano i giovanotti membri del Jockey Club, infuriati per la testarda presunzione del compositore di piazzare il balletto nel primo atto, quando loro, come d’abitudine, si trovavano ancora a cena. Di sicuro giocò anche un ruolo non secondario l’incapacità di comprensione del pubblico, che non aveva mai ascoltato un’opera di Wagner per intero e che si trovò a subire sconcertato (Le Ménestrel, 17 marzo 1861) questo oceano di recitativipezzi d’insieme inestricabiliscoppi improvvisi dell’orchestrazione… e così via. Aggiungiamo che mentre Marie Sasse (che cantò Elisabeth in francese) e un certo Morelli di cui pare nessuno conosca più il nome (che cantò Wolfram in italiano) furono all’altezza del compito, Albert Niemann (che cantò Tannhäuser in tedesco) diede invece a quanto pare una prova assolutamente modesta.
L’ultima, ingloriosa apparizione di Tannhäuser sulla scena dell’Opéra ebbe luogo il 24 marzo. Per una di quelle pure coincidenze di cui la storia è piena, di lì a pochi giorni, il 2 aprile successivo, nella non lontanissima Anversa nasceva Ernest van Dyck, il tenore che trentaquattro anni dopo (tanti ne sarebbero dovuti passare) sarebbe stato il vero e indiscusso eroe del riscatto, sullo stesso palcoscenico, del bistrattato titolo wagneriano. Il mondo del 1895 era molto cambiato rispetto a quello del ’61: il Secondo Impero era solo un ricordo, Wagner era morto da dodici anni, il pubblico aveva imparato a digerire partiture infinitamente più complesse di questa e l’Opéra aveva nel frattempo ricevuto la propria fastosa nuova sede nel neobarocco Palais Garnier.
Sono legate alle recite del 1895 due cabinet card che ho acquistato separatamente e poi, come mi piace tanto fare, ho messo in relazione una all’altra. E che, come sempre, mi hanno dato il la per andare a ficcare il naso negli avvenimenti legati alla loro creazione.

Eccolo qua Ernest van Dyck, che col suo faccione rotondo che tanto piaceva a Sybil Sanderson (i due ebbero una relazione non breve) guarda ispirato l’orizzonte e tocca le corde della propria arpa da viaggio. Dopo il debutto alla fine degli anni Ottanta, nel ’95 era già un personaggio di primo piano del teatro europeo: a Vienna, per dirne una, aveva tenuto a battesimo il Werther di Massenet e a Bayreuth, dove la perfida Cosima l’aveva schiavizzato minacciando di non farlo debuttare fino a che non avesse perfettamente padroneggiato la dizione tedesca, aveva da qualche anno dato inizio a una lunghissima serie di esibizioni che fino al 1912 ne avrebbero fatto un Parsifal di riferimento.
Van Dyck appare in questa fotografia con il costume del secondo atto, quello in cui ha luogo la gara dei cantori. Ho detto molte volte che le vignette pubblicate sui giornali parigini, satiriche o puramente illustrative, sono in realtà sempre estremamente precise nel riprodurre i dettagli reali. Ecco infatti Ernest van Dyck, trasformato in Alfred de Tannhauser, come viene raffigurato al momento della gara su una rielaborazione parodistica del Tannhäuser che fu pubblicata su Le Journal amusant dell’8 giugno 1895, in concomitanza con le recite in cui van Dyck appariva proprio con questo costume:

L’arpa diventa una chitarra, il capello si fa selvaggio ma il vestito a bande oblique e il mantello sono indubbiamente quelli. Nella stessa parodia vediamo anche come van Dyck appariva nel finale, moribondo pellegrino in cerca di redenzione:

Ed ecco infatti come il tenore si fece fotografare da Benque, uno dei fotografi preferiti da attori e cantanti dei teatri parigini:

Il Tannhäuser della rivincita andò in scena all’Opéra il 13 maggio 1895 e già sul numero in uscita sei giorni dopo il periodico musicale Le Ménestrel pubblicava un lungo articolo di Arthur Pougin che contiene una approfondita analisi dell’opera e dell’esecuzione e dimostra senza ombra di dubbio che rispetto a trentaquattro anni prima l’atteggiamento sia della critica sia del pubblico nei confronti della musica di Wagner era radicalmente mutato. Neppure questa volta si era risparmiato sull’allestimento, che fu sontuoso, e sulla composizione del cast: a fianco di van Dyck cantarono Rose Caron (Elisabeth), Maurice Renaud (Wolfram), Jean-François Delmas (le Landgrave) e Lucienne Bréval (Venus). Non avendo riscontrato evidenze in senso contrario, assumo che questa volta tutti gli interpreti finalmente cantarono in francese. Pougin loda tutti e proclama van Dyck eroe indiscusso della serata, mentre nel numero di giugno 1895 il critico di La vie théâtrale, un poco più propenso di lui a dissezionare le prestazioni vocali dei singoli, concorda con i peana al tenore ma si dichiara sensualmente conquistato dalla Venere della Bréval, che avrà anche dovuto lottare con una parte troppo bassa per lei ma ha offerto una Venere le cui forme scultoree risplendono sulla pelle di tigre sulla quale la dea riposa.
La Bréval avrà fatto sicuramente una gran figura ma anche senza poter approfittare di una sua pelle di tigre il fulcro assoluto dell’esecuzione musicale fu quella sera il tenore. In effetti, forte della sua esperienza nel ruolo maturata in precedenti esecuzioni a Berlino e a Bayreuth, van Dick dovette offrire una prestazione a dir poco eccezionale, nel descrivere la quale Pougin esprime ammirazione incondizionata:

La nostra Opéra ha allestito Tannhäuser in modo grandioso. Si sa che M. van Dyck è stato chiamato espressamente per assumere il ruolo del protagonista, che aveva già interpretato in Germania. La sua voce superba, assistita da una articolazione fuori del comune, produce meraviglie e l’attore non è inferiore al cantante. L’artista sembra prendersi gioco della fatica di questo ruolo massacrante, nel quale dall’inizio alla fine e senza mai vacillare profonde una straordinaria energia. Nella grande scena del Venusberg, nel settimino, nella disputa del torneo, nel formidabile recitativo del terzo atto, è sempre pari a se stesso e si dispensa con una generosità e un ardore di cui pochissimi sarebbero capaci. E’ stato ricompensato dal trionfo che la sala intera gli ha decretato.

Leggendo tra le righe dei resoconti della stampa, sembra di percepire tracce di una sorta di senso di colpa collettivo nei confronti di quello che nel ’61 era stato riservato a Wagner e alla sua opera. In fondo, in quell’estremo scorcio dell’Ottocento Wagner era ormai non più “solamente” una gloria germanica ma in qualunque parte del globo un punto di riferimento imprescindibile, in positivo o in negativo, per compositori, musicisti e melomani. Rivangare il ricordo dei fischietti e delle urla che gli erano state riservate allora non faceva bene alla reputazione di una nazione che vantava una propria salda e gloriosa tradizione musicale.
Per fortuna il danno fu riparato, grazie indubbiamente a un enorme sforzo produttivo dell’Opéra ma anche e soprattutto grazie all’apporto fondamentale di un tenore che, arpa in spalla e sguardo perso nell’infinito, seppe regalare al pubblico una di quelle interpretazioni che fanno la storia.

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2 risposte a Ernest van Dyck e la rivincita di Tannhäuser

  1. ausdemspielberg ha detto:

    Io, per esempio, non sapevo come fosse andata a finire la prima rappresentazione parigina. E non mi meraviglio per niente che i francesi l’abbiano fatta miseramente affondare. Wagner, lei mi insegna, non si può prendere a piccole dosi ma solo a dosi massicce. Assunte le quali o si diventa melomani oppure rocchettari. Per rinvenire semmai in età matura quando alla chitarra elettrica comincia a preferirsi l’arpa da viaggio.

    • Winckelmann ha detto:

      Se non ricordo male la nostra unica esperienza wagneriana in comune è stato un lontano Tristano alla Fenice, quello dei sacchi di Burri. Mi pare che resse tutto sommato bene, no?

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