Enrico Tamberlik, o della forza

Se il nome del suo coetaneo Italo Gardoni fu per decenni sinonimo di stile, di eleganza, di espressività controllata e ai limiti della maniera, quello di Enrico Tamberlik lo fu di potenza vocale, di acuti squillanti e di un approccio all’interpretazione nel segno di una travolgente carica drammatica. Sia chiaro che non dobbiamo pensare neppure per un attimo di accostarlo a certi belluini urlatori del tempo presente: nessun contemporaneo si sognò mai di negare a Tamberlik il riconoscimento dell’eccellente gusto musicale che sottostava a tutte le sue interpretazioni.
Però fu proprio lui, Giuseppe Verdi consenziente, a inventarsi l’oteco, il do di petto interpolato nella seconda strofa (o nell’unica che resta quando la prima viene tagliata via per risparmiar fiato per l’acuto) della Pira nel Trovatore, con buona pace dei moderni filologi e somma gioia dei pubblici di allora e di oggi. E che Verdi non gli tenesse proprio il broncio per questa sua invenzione lo dimostra il fatto che non se lo lasciò scappare quando ebbe l’occasione di affidargli la parte di Don Alvaro nella prima rappresentazione assoluta della Forza del destino. Era il 22 novembre 1862 e nel teatro Mariinskij di San Pietroburgo andò in scena la prima versione dello spartito verdiano. Quella, per intenderci, in cui la fine arriva perché muoiono tutti tranne il Padre Guardiano; anche Tamberlik, infatti, fu dotato di una impressionante scena di suicidio mediante salto dalla rupe.
Tutte le fonti che ho consultato sono concordi nel dichiararlo nato nel 1820, a Roma. Se questo è vero, assume automaticamente la veridicità di Biancaneve e i sette nani la notizia che ho trovato più volte riportata che Tamberlik avrebbe partecipato in un ruolo di comprimario alla prima assoluta del Marino Faliero di Donizetti. La quale ebbe luogo al Théâtre-Italien nel 1835, quando il nostro aveva quindici anni. Potrebbe invece avere un fondo di verità quella che il ragazzo avrebbe cantato a diciassette l’Arnoldo del Guglielmo Tell all’Apollo di Roma; nell’asserire questo Kutsch e Riemens precisano che si trattò di un debutto “non ufficiale” (qualunque cosa questo voglia dire) e che la vera prima entrata in palcoscenico del giovane tenore avvenne nel 1841 al Teatro del Fondo di Napoli, come Tebaldo nei belliniani Capuleti e Montecchi.
Dal Fondo al San Carlo il passo fu breve, e passare da lì alle altre capitali europee fu poco più che uno scherzo. La Manica la traversò solamente nel 1850 ma il debutto a Londra (Masaniello nella Muette de Portici al Covent Garden) generò una tale esplosione di pazzia collettiva che da quel momento in poi Tamberlik ebbe ogni anno fino al 1864 una scrittura in quel teatro. In tutto questo lasso di tempo divise i propri favori col teatro imperiale di San Pietroburgo, che divenne l’altro polo della sua attività. Il terzo fu, naturalmente, Parigi, anche lui come Gardoni al Théâtre-Italien che lo vide ininterrottamente presente alle proprie stagioni dal 1858 al ’77. In mezzo, giusto per non rischiare di annoiarsi, Mosca e Madrid, Buenos Aires e New York, e giri di concerti in Spagna e negli Stati Uniti.
Al Covent Garden Tamberlik tenne a battesimo Il Trovatore ma anche Benvenuto Cellini di Berlioz e la seconda versione del Faust di Spohr. Diede memorabili scosse al pubblico vittoriano nell’Otello (di Rossini naturalmente), nel Guglielmo Tell, nel Fidelio, nel Profeta, nella Norma e nel Franco Cacciatore.
Il fine di carriera è, almeno sulle fonti standard che ho a portata di mano, nebuloso come l’inizio: la versione più comune è che si sarebbe ritirato dalle scene nel 1881, dopo un giro di concerti in Spagna. Kutsch e Riemens sono più pittoreschi: ritiratosi nel 1877, Tamberlik si sarebbe stabilito a Madrid, dedicandosi alla conduzione di uno stabilimento per la produzione di armi. Ammetto di avere sulla cosa in sé una dose di riserve morali ma riconosco che un finale in questa forma dà alla sua biografia un pepe che perfettamente conclude quella lunga, elettrizzante esperienza che erano stati i decenni della sua vita in teatro.

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