Italo Gardoni, o dell’eleganza

Questo bel signore che a braccia conserte guarda spavaldo l’obiettivo nell’atelier parigino Mayer&Pierson appartiene a quella schiera di cantanti che ci viene facile collocare quasi ai confini della mitologia. Senza arrivare subito agli highlights della sua prestigiosissima carriera, fa effetto pensare che lo stesso anno del debutto, come Roberto Devereux nella provincialissima Viadana, già arrivò a cantare, a Berlino, Rodrigo nell’Otello di Rossini a fianco nientemeno che di Giambattista Rubini. Era il 1840 ed essendo lui nato nel ’21 aveva diciannove anni.
Non fece troppa gavetta, Italo Gardoni: nel ’44 era all’Opéra di Parigi e nel 1847 si insediò in quello che sarebbe diventato il suo teatro di elezione, il Théâtre-Italien. Da questo momento in poi, come per tutti i suoi grandi colleghi, la routine organizzativa della sua attività fu segnata: stagione invernale a Parigi e l’estate a Londra. L’incontro col pubblico britannico fu una di quelle occasioni che fanno la storia: la sera del 22 luglio 1847, all’Her Majesty’s Theatre Italo Gardoni fu il primo Carlo Moor nei Masnadieri: Giuseppe Verdi era sul podio e in scena con lui stavano fra gli altri Jenny Lind e Luigi Lablache. Nel palco reale, naturalmente, Queen Victoria e Prince Albert.
La voce di Gardoni era quella di un tenore di grazia, poco portata quindi alle accensioni drammatiche estreme ma perfetta per moltissimi ruoli del repertorio italiano di Rossini, Bellini e Donizetti, per certo Meyerbeer (Dinorah e L’Etoile du Nord) e per Mozart (Don Giovanni e Flauto magico). Nel segno di Donizetti fu chiamato, nel 1850, ad inaugurare con La Favorita il Teatro Real di Madrid, a fianco di Marietta Alboni.
Assieme a La Muette de Portici e a Robert le Diable, La Favorite fu uno dei titoli che portarono più volte Gardoni sul palcoscenico della rivale Opéra, anche se il Théâtre-Italien rimase per tutta la carriera il baricentro della sua attività parigina.
Oltre ai Masnadieri partecipò negli anni a un certo numero di prime rappresentazioni assolute, per la quasi totalità titoli oggi completamente scomparsi dagli orizzonti anche dei più fanatici cercatori di rarità. Fra questi, L’âme en peine di Friedrich von Flotow (Opéra, 29 giugno 1846), che è sicuramente un titolo fantasma come tutti gli altri ma è anche lo spartito per cui Flotow compose quell’aria per tenore che poi, traslata nella più fortunata Martha, diventò prima aria tedesca e poi l’italianissima M’apparì, delizia dei nostri bisnonni e cavallo di battaglia di schiere di ugole d’oro fino a Caruso, Gigli e Tito Schipa.
Il secondo passo nella storia Italo Gardoni lo fece il 14 marzo 1864, non in teatro ma in un palazzo privato e non in un salone di musica ma in una cappella, quella della contessa Louise Pillett-Will. Molti avranno già capito di cosa parlo: quel giorno nella cappella privata dei ricchissimi banchieri parigini un formidabile quartetto di solisti composto da Carlotta e Barbara Marchisio, da Italo Gardoni e dal basso Luigi Agnesi, accompagnato da un coro di otto studenti del Conservatorio, due pianoforti e un harmonium diede vita a uno degli ultimi capolavori di Gioachino Rossini, l’enigmatica Petite messe solennelle. Nel ristrettissimo pubblico di invitati sedevano, oltre naturalmente allo stesso Rossini, Auber, Meyerbeer e Thomas.
Iniziata così presto, la carriera di Italo Gardoni durò anche tanto: quasi trentacinque anni nel corso dei quali alcune fortunatissime uscite in alcune capitali europee, da Vienna a San Pietroburgo, furono piuttosto casi eccezionali in una attività incentrata quasi esclusivamente sui teatri di Parigi e Londra. Ogni tanto qualche critico, soprattutto inglese, storse un po’ il naso davanti alla sua stilizzatissima eleganza, che appariva insufficiente per delineare taluni personaggi che avrebbero richiesto un impeto drammatico maggiore di quello che lui era solito infondere. D’altra parte Gardoni non era uno che si tirava indietro: a Londra affrontò persino, a fianco di Therese Tietjens, il beethoveniano Fidelio. Gardoni cantò fino al 1874: sposato con la figlia del grande Antonio Tamburini restò a Parigi dove morì abbastanza presto, nel 1882. Ormai quella era la sua città e la natia Parma che aveva lasciato poco più che ventenne doveva apparirgli solamente uno sbiadito ricordo.

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5 risposte a Italo Gardoni, o dell’eleganza

  1. Guido Schillaci ha detto:

    Grazie come sempre dei suoi deliziosi articoli che leggo sempre avidamente.

  2. ausdemspielberg ha detto:

    Un tenore di grazia è come un tenore rossiniano d’agilità?
    Me lo chiede Maroncelli tra un lamento e l’altro (gli duole la gamba come l’avesse ancora, poverino) ed io non so che rispondergli.
    Se si equivalgono potrei spiegargli avendone sentito assaissimo uno del secondo tipo in Venezia or sono molti anni.

    • Winckelmann ha detto:

      Le due categorie non necessariamente coincidono. Il tenore rossiniano di agilità (il cui maggiore esponente almeno in potenza, nella figura del sottoscritto, il mondo ha ahimè perso ormai per sempre) ha in certi casi il timbro chiaro e il peso leggero tipici di un tenore di grazia, in altri veleggia invece su tessiture molto più basse (si parla in questi casi di baritenori) e necessita di piglio decisamente drammatico e di grande abilità nella coloratura “di forza”. Mi saluti Maroncelli, gli porti un “in gamba” da parte mia.

  3. Pingback: Enrico Tamberlik, o della forza | Il cavaliere della rosa

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