La quarantena di Antonio Cotogni

La fotografia che mostro qui sotto è stata, lo scorso febbraio, l’ultimo acquisto che ho fatto prima che il cielo ci cadesse sulla testa. Come al solito avevo dato per la consegna l’indirizzo del mio ufficio, dove posso contare su una portineria sempre aperta e molto più sicura delle cassette della posta condominiali. La stavo ancora aspettando quando, da un giorno all’altro, ci è stato detto che il mondo chiudeva bottega e che dall’indomani ci saremmo ritrovati tutti eremiti condannati a settimane di smart working.
Nemmeno a farlo apposta, quella stessa sera ho trovato nella posta elettronica la notifica dell’effettuata consegna, a una sede per me oramai sbarrata e inaccessibile. Dopo qualche inutile tentativo di sapere, dalla mia cella, che fine avesse fatto la busta, ho vissuto i successivi due mesi senza sapere se veramente fosse mai arrivata, e dove. Solo il 18 maggio, autorizzato a un saltuario rientro in un palazzo enorme e deserto, l’ho trovata proprio dove doveva essere, nel cassetto della posta in arrivo. Anche lei si era fatta la sua bella dose di quarantena.
Per una volta la legge di Murphy del collezionista, quella che dice che se un pezzo deve andare perso per strada, di sicuro succede a uno di quelli da novanta, non si è avverata.
E altro che di pezzo da novanta si trattava, seppure un po’ acciaccato dai segni del tempo: una promenade card di primissima generazione proveniente dall’atelier pietroburghese Bergamasco, con un ritratto in costume a figura intera di uno dei miti assoluti del teatro d’opera ottocentesco: il baritono Antonio Cotogni.

Cotogni0467

Contraltare italiano al francese Jean-Baptiste Faure, Antonio Cotogni è stato nel corso di una lunga carriera, esercitata prevalentemente in Italia, a Londra e a San Pietroburgo, uno dei massimi esponenti di quella corda baritonale che trovava, nella più pura tradizione del belcanto, i propri punti di forza nell’eleganza del fraseggio, nella bellezza del suono e in un tipo di espressività mai forzata o, men che meno, volgare. C’era anche chi lo rimbrottava per rendere troppo eleganti e “simpatici” certi personaggi cattivi che capitano frequentemente ai baritoni, ma in generale pubblico e critica pendevano dalle sue labbra: è un artista perfetto in tutto il significato della parola: a un canto sempre appassionato, incisivo e mellifluo, robusto e delicatissimo egli aggiunge un simpatico portamento, un gesto espressivo, una varietà d’azione superiore ad ogni elogio.
Così, per esempio, lo descrisse la Gazzetta musicale di Milano nel 1868.
Nell’ambito di un repertorio sterminato che andava da I Normanni a Parigi di Mercadante fino al Ruy Blas di Marchetti passando per Gounod, Meyerbeer e Thomas, il cavallo di battaglia di Cotogni fu senza dubbio il Rodrigo di Posa del verdiano Don Carlo. Figurarsi che capolavoro doveva riuscire a fare di questo Grande di Spagna nobile, elegantissimo, tutto dedito ai sacri valori dell’amicizia, dell’onestà e dell’amor di patria, cui Verdi ha regalato la più commovente scena di morte della storia dell’opera! Non per nulla lo stesso Verdi lo volle interprete del ruolo nella prima italiana, che fu data a Bologna nell’ottobre del 1867. In quell’occasione, erano di là da venire i rimaneggiamenti della partitura cui egli avrebbe posto mano in seguito, si diede la versione che si era data a Parigi, semplicemente tradotta in italiano e Cotogni vinse, secondo molti, il confronto a distanza con il Posa di Faure. Per la solita Gazzetta musicale di Milano, …il Cotogni è un marchese di Posa insuperabile sia per la distinzione del porgere, come per la soavità della voce e l’eleganza del canto.
Il debutto a San Pietroburgo ebbe luogo nel 1872, che diventa quindi il termine post quem per lo scatto della mia fotografia. Essendo nato nel 1831 aveva a quella data quarantun anni, che effettivamente sono più o meno quelli che dimostra in questo ritratto. Il quale potrebbe anche essere, chissà, testimonianza dell’Amleto di Thomas che Cotogni cantò in quella prima stagione russa. Gli altri titoli di quell’anno (Linda di Chamounix, Gioconda e Faust) non mi sembrano pertinenti al costume qui indossato. Ma è solo un’ipotesi: nella capitale dello zar Cotogni cantò un mare di titoli fino al 1894 e questo teatro scelse per il proprio addio alle scene. Poi tutti sanno che da principe dei baritoni diventò uno dei principali maestri di canto a cavallo fra Otto e Novecento, prima nella stessa San Pietroburgo e poi a Roma. Ovunque si parla di Cotogni si snocciola la lista dei suoi illustri allievi, decisamente impressionante. Io la riduco all’essenziale, sufficiente comunque per capire la levatura del personaggio anche in questa professione: Jean de Reszke, Titta Ruffo, Riccardo Stracciari, Giacomo Lauri Volpi, Carlo Galeffi, Mariano Stabile. Chapeau.

Cotogni0467rFS

Questa voce è stata pubblicata in Bergamasco Charles, Cantanti, Promenade card, San Pietroburgo e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.

2 risposte a La quarantena di Antonio Cotogni

  1. Nick Scholl ha detto:

    Il costume raffigura Don Giovanni. Lo si può confermare nella biografia di Cotogni, “Ricordi di un artista, Antonio Cotogni” di Nino Angelucci.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.