Immagini per la quarantena: L

Nella pausa forzata cui tutti siamo in questo momento sottoposti, migliaia di istituti culturali mettono a disposizione in rete il proprio patrimonio. Senza ambire a improbabili paragoni, in una serie di brevi post a scadenza quotidiana presento materiali della mia collezione che ancora non ho mai mostrato. L’ordine è rigorosamente alfabetico e oggi tocca alla lettera L: Maria Labia (1880-1953).

A quanto pare Maria Labia non fu solo un’omonima ma un’autentica, tarda rampolla della nobile famiglia che a Venezia ha lasciato il palazzo principesco che sorge proprio là dove il rio di Cannaregio si butta in Canal Grande. Lei però nacque a Verona, dove la famiglia allora viveva. Istruita dalla madre, seguì le orme della sorella Fausta, maggiore di dieci anni e soprano. Fausta ebbe una carriera importante e, secondo Rodolfo Celletti, mezzi e tecnica superiori a quelli di Maria, però decise di sposarsi e mollò tutto. Maria invece non si sposò mai, viaggiò sempre con la mamma a fianco e diventò una delle più celebri primedonne dell’epoca verista.
Molta parte della sua carriera la fece all’estero: debutto a Stoccolma, poi subito a Berlino (Komische Oper), poi New York, Parigi, Vienna, Milano eccetera eccetera. Carmen e Tosca i suoi cavalli di battaglia, e poi Salome, Marta di Tiefland e Giorgetta del Tabarro, parti che affrontava con una voce non voluminosa ma con una carica, una passione, un realismo scenico che lasciavano il pubblico tramortito. Certo, da allora molta acqua è passata sotto i ponti e a riascoltare oggi il suo Sempre libera percepiamo più Michael Aspinall che non Maria Callas, ma anche questo fa il fascino di certe antiche registrazioni.
L’annus horribilis di Maria Labia fu il 1916. Si era in piena guerra e lei, sicuramente a causa del suo stretto legame professionale coi teatri tedeschi, fu arrestata e accusata di spionaggio a favore della Germania. Non fu uno scherzo e prima di essere completamente scagionata si fece quasi un anno di prigione, ad Ancona. Le andò comunque molto meglio che alla quasi collega Mata Hari; tornata in libertà, donna d’acciaio, riprese la carriera e di lì a poco, con una virata che lasciò molti basiti, si diede al genere buffo. E fu soprattutto nei Quatro rusteghi di Ermanno Wolf Ferrari che continuò a mietere successi, gli stessi di quando si accapigliava in scena col Don José di turno oppure, al grido di Questo è il bacio di Tosca!, scannava il povero Scarpia col coltello del formaggio.

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