Sybil Sanderson e quel sol alto come la Tour Eiffel

Nei suoi Souvenirs, che come tutte le autobiografie è una fonte da prendere con molto spirito critico, Jules Massenet racconta di averla incontrata, timida, vestita a lutto e con la mamma a farle da chaperon, a un dopocena nella residenza parigina di una facoltosa famiglia americana di cui non rivela il nome. Era il 1887 e questa ragazza extraordinairement jolie aveva raggiunto gli invitati con il preciso scopo di farsi ascoltare dal celebre compositore. Con lui fece la ritrosetta: mi scuserete – disse – se non canto musica vostra. Ci vuole del coraggio per farlo davanti a voi, e questo coraggio io non ce l’ho. E, alla faccia della fifa, attaccò nientemeno che un’aria della Regina della notte. Per lui fu amore a prima vista, totale e incondizionato: émerveillé, stupéfait, subjugué, Massenet riuscì in qualche modo ad aspettare mattina prima di correre dal suo editore a comunicargli che aveva trovato la fuoriclasse dei suoi sogni. Nelle autobiografie la vita è fatta quasi sempre di coincidenze incastrate una nell’altra come gli ingranaggi di un orologio svizzero. Ecco quindi che Hartmann, l’editore,  viene colto dall’estatico compositore proprio nell’esatto momento in cui si sta chiedendo chi gli scriverà l’opera di cui ha bisogno per l’apertura dell’Esposizione Universale del 1889. Ovvio che Massenet è l’uomo giusto al momento giusto e in un batter d’occhio i giochi sono fatti e stabiliti: sarà lui l’autore e questa meravigliosa Sybil Sanderson sarà la protagonista di Esclarmonde, che nel tripudio universale sarebbe andata in scena all’Opéra-Comique il 14 maggio 1889, dalla sera alla mattina consacrando  la giovane americana a stella di prima grandezza del firmamento vocale.
Questo è il racconto di Massenet, e può anche darsi che nella sostanza riproduca la realtà. Che fu però, come sempre succede, un pochino più complessa e meno romanzesca.
Californiana di Sacramento, Sybil Sanderson si era trasferita a Parigi con la mamma alla morte del padre, di professione giudice, con lo specifico obiettivo di diventare una stella dell’opera. Che avesse una gran fretta di arrivare ce lo testimonia Mathilde Marchesi, che nelle sue memorie racconta di come Miss Fanny Reed, uno dei membri più stimati della colonia americana di Parigi, le avesse presentato questa bella ragazza per una audizione. Il responso della grande insegnante era stato che il materiale c’era e che occorreva mettere in programma almeno due anni di studio per farlo diventare qualcosa. Oh! è troppo – aveva risposto l’americana – non ho tempo da perdere. Davanti a tanta sfrontata sicumera l’interesse per lei dell’austera Madame Marchesi era precipitato verso lo zero assoluto e della cosa non si fece più nulla; fu solo più tardi, dopo l’ingresso di Massenet nella vita artistica e nella camera da letto di Sybil Sanderson, che la ragazza si sottomise con santa pazienza alle lezioni della Marchesi, ma su questo torneremo fra un po’. Alcune fonti indicano Giovanni Sbriglia come suo primo insegnante a Parigi: a lui andrebbe quindi il merito di averla portata al livello nel quale Jules Massenet la sentì in quella sera del 1887. Fra quel colpo di fulmine e la sensazionale presentazione al pubblico parigino in Esclarmonde, però, fra soprano e compositore (ventitré anni lei, quarantacinque lui) nacque una vicenda che non ebbe solamente ripercussioni sulla vita sentimentale di entrambi ma segnò la storia di uno dei massimi capolavori di Massenet e più in generale del teatro d’opera francese: Manon.
L’opéra-comique in cinque atti era andata in scena alla Salle Favart il 19 gennaio 1884, con Marie Heilbron come protagonista. Aveva avuto enorme successo ma a dispetto delle ottantotto recite date nel giro di un anno e di una diffusione all’estero iniziata immediatamente, non era più tornata sulle scene parigine. Nella biblioteca del Museo dell’Opéra, a Parigi, si conserva una copia a stampa dello spartito di Manon sulla quale proprio nel 1887 (l’anno del loro incontro) sia Massenet sia la Sanderson hanno aggiunto varianti vocali e annotazioni sull’interpretazione, a testimonianza del fatto che prima del debutto in Esclarmonde la giovane americana era stata approfonditamente preparata dal compositore in uno dei suoi lavori più fortunati. In occasione delle rappresentazioni londinesi che avevano avuto luogo sei mesi dopo la prima parigina, Massenet aveva già apportato una variante significativa aggiungendo per Marie Roze la splendida gavotta di Manon nella scena del Cours-la-Reine. Con la Sanderson, però, le modifiche si fecero più estese e sostanziali: approfittando della sua predisposizione al canto di agilità e della straordinaria estensione vocale, Massenet aggiunse in molti punti abbondanza di colorature e rese più acuta tutta la linea vocale. Tutto questo lavoro aveva uno scopo: Sybil Sanderson doveva debuttare sulla scena al più presto, con le consuete modalità dell’epoca finalizzate soprattutto a fondare l’esperienza della cantante e a testare la sua tenuta in palcoscenico. Si scelsero come sempre un teatro non di primo piano in una città un po’ defilata, un ruolo accuratamente preparato e, giusto per andare completamente sul sicuro, uno pseudonimo. Fu così che la prima esperienza teatrale di Sybil Sanderson, per l’occasione ribattezzata Ada Palmer, ebbe luogo nel 1888 a L’Aja in questa Manon accuratamente tagliata su di lei. Dall’esito della prova si ebbe la certezza che la ragazza poteva affrontare quell’autentico sesto grado vocale che è la parte della principessa bizantina Esclarmonde che Massenet stava scrivendo per lei, e che questo poteva farlo a Parigi e in una stagione che grazie all’Esposizione Universale avrebbe richiamato pubblico da tutto il mondo. Nel 1889, un anno dopo L’Aja, la Sanderson apparve col suo nome all’Opéra-Comique. Il resto è storia.
Nel tripudio generale che salutò il suo debutto, si levarono per la verità alcune voci se non proprio discordi almeno in qualche modo perplesse davanti a un’organizzazione vocale che se poteva contare da un lato su una estensione assolutamente sbalorditiva verso l’acuto, soffriva dall’altra di una certa povertà del registro medio. Tutti però riconobbero lo straordinario talento istrionico della ragazza, non solo derivato della sua eccezionale bellezza ma frutto anche di un istintivo magnetismo grazie al quale, seppure debuttante, essa sapeva come poche altre artiste della scena catturare l’emozione del pubblico in sala.
Fatta la prima, bisognava adesso programmare la seconda e dare fondamento e continuità a questo grande successo. Il ritorno a Parigi di Manon era ovviamente, data la fortuna di cui l’opera stava godendo in mezzo mondo, improcrastinabile. Nella versione riveduta l’opera andò quindi in scena alla Salle Favart nell’ottobre 1891, con Sybil Sanderson magnetica protagonista. Ed eccoci finalmente alla vera ragione di questo post, la splendida cabinet card di Benque che mostro qui sotto e che qualche tempo fa ho pagato un occhio della testa, senza peraltro che la minima traccia di pentimento mi si sia affacciata alla coscienza. Nella sua, come vedremo, abbastanza breve carriera la Sanderson riuscì ad essere una delle cantanti più fotografate dei suoi tempi ma devo dire con un certo orgoglio che per quanto abbia cercato non conosco altri esemplari di questo scatto, che raffigura naturalmente la Sanderson nel ruolo di Manon.

Arthur Pougin, celebre critico e scrittore di cose musicali, pubblicò la propria recensione dello spettacolo su Le Ménestrel. Non era di quelli che con Esclarmonde aveva applaudito incondizionatamente la nuova diva e con molta nostalgia ricordava ancora Marie Heilbron, la creatrice del ruolo morta prematuramente nel 1886 ad appena trentacinque anni. La nuova prova della Sanderson, però, dissipò completamente le perplessità che gli erano rimaste dopo il primo ascolto: Può darsi che Mademoiselle Sanderson abbia anche guadagnato in bellezza da quando, per la prima volta, ci è apparsa in Esclarmonde. Di sicuro ha guadagnato in talento. La sua voce ha preso corpo e omogeneità, e se l’agilità è sempre la stessa, le frasi sono più nette, l’articolazione più flessibilee le note del registro inferiore sono più piene e corpose di prima. Ha avuto accenti felicissimi per tutta la lunghezza di questo ruolo così difficile e il suo successo è stato completo. Si è fatta soprattutto applaudire nell’aria con gavotta del terzo atto, la cui brillante esecuzione ho già segnalato.
Difficile non farsi venire il sospetto che dietro a questa sensibile maturazione sia tecnica che artistica non stia lo zampino dell’onnipotente Mathilde Marchesi. Pougin ci offre un piccolo indizio in questa direzione quando scrive, nello stesso articolo, che la Sanderson e il tenore Delmas, protagonisti a Parigi, avevano eseguito Manon anche a Bruxelles nella stagione precedente, cioè nel 1890. Bruxelles era la città nella quale Madame Marchesi organizzava i debutti delle sue allieve più dotate, il trampolino di lancio che serviva a metterle alla prova e a fortificarle prima dell’immissione nell’arena parigina.
Il debutto in Manon consolidò definitivamente la posizione di Sybil Sanderson nell’empireo teatrale parigino. Immediata conseguenza fu, nello stesso anno, il debutto al Covent Garden anche se è importante notare che le esibizioni al di fuori della Francia, in Inghilterra e soprattutto negli Stati Uniti, suscitarono entusiasmi più moderati. In ogni caso Parigi era ai suoi piedi, e lo fu sempre di più dopo i successivi debutti in ruoli di donne bellissime, fatali e perverse. La prima, dal 24 maggio 1893, fu l’etèra Phryné nell’opera omonima di Camille Saint-Saens, l’ultimo spettacolo interpretato dalla Sanderson all’Opéra-Comique. In questo ruolo la vediamo ritratta nella cartolina in apertura. Passata alla ben più monumentale Opéra, il 16 marzo 1894 la Sanderson creò con successo straordinario il ruolo della protagonista, prima divorata dalla sensualità e poi trasfigurata e santificata nel pentimento, in Thais, di Massenet.
Dotata di una vocalità per alcuni aspetti eccezionale ma in ogni caso particolarissima, ebbe un repertorio tutto sommato ristretto e fu attiva per pochi anni. Il 2 dicembre 1897 sposò Antonio Terry, milionario cubano figlio del re dello zucchero. Dopo un viaggio di nozze in Italia si trasferirono nel castello di Chenonceaux, con l’intenzione probabilmente di condurvi una vita principesca. Le cose non andarono però così: poco tempo dopo il matrimonio, in occasione del quale non mi è chiaro se avesse pianificato di abbandonare definitivamente il teatro, Sybil fu vittima probabilmente di un ictus che la lasciò temporaneamente paralizzata. Tornata a Parigi e profondamente segnata dalla depressione, con l’attenuarsi della malattia e la lenta ripresa dell’uso delle gambe iniziò ad accarezzare il sogno di poter tornare sulla scena.  Un trafiletto su Le Monde Artiste del luglio 1898 dà al pubblico che la conosceva bene questo aggiornamento sulle sue condizioni:
Una delle più brillanti pensionnaires dell’Opéra-Comique, la Phryné di Saint-Saens, l’Esclarmonde e la Manon di Massenet, Mademoiselle Sanderson la cui terribile malattia avevamo annunciato nel marzo scorso, da qualche settimana sta meglio.
M.lle Sanderson si è stabilita di nuovo a Parigi e noi l’abbiamo incontrata agli Champs-Elysées, dove abita, assai rinvigorita a dispetto delle stampelle senza le quali non può camminare. La paralisi delle due gambe è ormai scongiurata e se nulla ostacola la sua guarigione M.lle Sanderson spera di riprendere la sua carriera teatrale nel corso dell’anno prossimo.
Il 1899 non fu però l’anno del suo rientro ma quello della morte del marito, che se ne andò appena due anni dopo le nozze lasciando un patrimonio assai inferiore a quello che ci si poteva immaginare. Tornata a vivere con la madre sognando di portare sulla scena la Nedda dei Pagliacci, Sybil accettò ingaggi qua e là da Berlino a New York ma i trionfi di solo pochi anni prima rimasero un ricordo. Quello che le riuscì di fare con la paralisi non poté farlo con la depressione e, probabilmente, l’alcolismo. Debilitata anche nel fisico morì di polmonite nella sua casa di Parigi il 16 maggio 1903, a trentotto anni.
Nella parte di folle difficoltà che Massenet aveva scritto per presentarla al pubblico parigino in Esclarmonde, la sua voce doveva salire fino al sol sopracuto, una nota che il pubblico battezzò immediatamente sol Eiffel. La torre costruita per l’Esposizione era stata inaugurata appena un mese e mezzo prima del debutto di Sybil Sanderson nei panni della velata principessa di Bisanzio. La bellissima californiana non ebbe il tempo di diventare un mito come il monumento in ferro al quale la sua arte era stata immediatamente collegata. Un’eredità però la lasciò, una giovane collega scozzese anch’essa passata dalla scuola di Madame Marchesi, che negli anni bui dei tentativi di ricostruire una carriera ormai perduta prese sotto la propria ala, presentò a Massenet e introdusse all’Opéra-Comique. La ragazza era Mary Garden, fra molte altre cose sarebbe stata la Melisande di Debussy e il Chérubin di Massenet e, prima a Parigi e poi a New York e Chicago, sarebbe diventata l’epitome stessa della diva liberty, l’incarnazione di quell’immagine di donna cui una vita difficile e la sfortuna avevano impedito a Sybil Sanderson di dare corpo.

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Una risposta a Sybil Sanderson e quel sol alto come la Tour Eiffel

  1. Briciolanellatte ha detto:

    Molto interessante, grazie

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