La pesca fatale di Joseph Maas

Somiglia un po’ alle fototessera che ci si faceva nelle macchine automatiche in stazione questa carte de visite dello studio londinese Kingsbury & Notcutt. Il signore raffigurato, dall’aria stupefatta e vagamente contrita, forse lui stesso poco convinto del costume di Faust che indossa, è il tenore inglese Joseph Maas, che ebbe una carriera non di secondo piano ma che, purtroppo, morì prima di arrivare a quarant’anni.

La mattina dello scorso 16 [gennaio 1886] la Londra musicale apprese incredula la notizia che Joseph Maas era stato chiamato nel mondo dei più. La tragedia era accaduta con sconvolgente rapidità, Mr. Maas aveva appena cantato nelle province – per esempio a Birmingham per il Boxing Day [il 26 dicembre, n.d.r.] – e nonostante fosse risaputo che il suo vecchio nemico, il reumatismo, l’aveva attaccato, nessuna idea di pericolo si era affacciata alla mente del pubblico. Con queste parole inizia l’articolo che, nel numero dell’1 febbraio 1886, The Musical Times dedica alla scomparsa inaspettata dell’ancor giovane tenore. Lo stesso giorno, a Milano, era morto Amilcare Ponchielli: l’evidente popolarità di Maas presso il suo pubblico è resa palese dal fatto che il necrologio sul periodico inglese è lungo più del doppio di quello del compositore della Gioconda, pubblicato sullo stesso numero.
Non aveva ancora compiuto trentanove anni, Joseph Maas, ma da oltre un decennio era una presenza importante della scena operistica e concertistica di Londra e della provincia inglese. La voce a quanto pare era splendida e a molti ricordava quella di Antonio Giuglini, il grande tenore marchigiano che nella prima metà degli anni Sessanta era stato un beniamino del pubblico di Londra e l’abituale partner sulla scena di Thérèse Tietjens. A tanto splendore vocale non corrispondeva però, in Maas, una pari abilità nella recitazione, e così il suo terreno di elezione furono da un lato l’oratorio e il repertorio concertistico, generi comunque fortunatissimi in Inghilterra, e dall’altro l’opera più popolare sui palcoscenici britannici, che comprendeva sia i lavori all’epoca fortunati di compositori come Wallace e Balfe sia rimaneggiamenti in salsa inglese di lavori del repertorio italiano, francese e tedesco.
Nel gennaio 1879, ad esempio, Maas aveva interpretato con successo il protagonista del wagneriano Rienzi in una versione inglese presentata all’Her Majesty’s Theatre dall’impresario Carl Rosa, della cui compagnia faceva parte dopo essere rientrato da una lunga gavetta negli Stati Uniti, nel corso della quale si era fatto le ossa come secondo tenore della compagnia itinerante di Clara Louise Kellogg. Maas era nato a Dartford nel 1847 e aveva avuto una precoce educazione musicale come voce bianca nel coro della cattedrale di Rochester. Arrivata la muta della voce e la maggiore età, era dapprima tornato nei ranghi della vita normale adattandosi a un impiego nella pubblica amministrazione, poi si era fatto convincere a intraprendere studi musicali seri e aveva approfittato della generosità di un benestante di Rochester che aveva finanziato il suo soggiorno a Milano. Tornato a Londra nel ’71, aveva avuto un debutto fortunato e casuale sostituendo il celebre Sims Reeves in un concerto alla St. James’ Hall, poi aveva anche fatto la prova del palcoscenico al Covent Garden. Poi era venuta l’America e finalmente il ritorno a Londra, dove aveva guadagnato una salda posizione nell’ambito del repertorio di cui si è detto. Da quello che i giornali scrissero dopo la sua morte questo pacioccone un po’ impedito sulla scena doveva essere una persona assolutamente amabile: In private life Mr. Maas was greatly beloved. His friends used to say of him that he had a “good hearth”, and it was true.
Il reumatismo che da tempo lo affliggeva era in realtà la più vittoriana delle malattie, la gotta che – da quanto mi pare di capire – se non curata e in forme gravi può dare anche esiti mortali. La rapidità dell’avvenimento aveva dato luogo a una serie di voci sulle presunte cause del decesso. Si disse, per esempio, che all’origne di tutto c’era stata una bronchite presa dormendo in un letto umido. L’antico proprietario della nostra fotografia ridusse la vicenda a un livello ancora più terra terra e la riassunse al verso del cartoncino dandole una involontaria vena comica:

Maas (tenore) come Faust – scrisse – Voce paradisiaca. Pescando, prese un raffreddore e morì abbastanza giovane. Altro che raffreddore si era preso il nostro povero Faust. La chiesa di St. Mark, dove si celebrarono i funerali, fu gremita da parenti, amici ed esponenti del mondo musicale londinese e più di mille persone assistettero all’inumazione nel cimitero di Child’s Hill.
Qui si ritrovarono in molti, esattamente un anno dopo, per l’inaugurazione di un monumento funebre finanziato da una pubblica sottoscrizione. Come riporta il Musical Times nel numero dell’1 marzo 1887, Il monumento, su disegno di Mr. James Currie di Oxford Street, rappresenta la Musica come una figura femminile classica addolorata poggiante su un piedistallo, che contempla un medaglione col ritratto del tenore scomparso. Nella mano sinistra tiene una lira, una delle cui corde è rotta. L’iscrizione dichiara che il memoriale è stato eretto “da amici e ammiratori, in memoria di un grande cantante e di un uomo buono”.
La sottoscrizione che aveva finanziato il monumento aveva raccolto 558 sterline e 298 ne rimasero dopo la realizzazione. Fu deciso di investirle per dare luogo a una rendita annua di 10 sterline, con le quali finanziare un Joseph Maas Prize da mettere a concorso ogni anno fra gli allievi tenori di una scuola musicale pubblica. Cosa che fu fatta e funzionò almeno per una ventina d’anni e che, di sicuro, avrebbe reso felice il nostro tenore dalla voce d’angelo e dal cuore d’oro.

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