Jean Lassalle, baritono a Lahore

Questa è la prima fotografia di Jean Louis Lassalle che ho acquistato, molti mesi prima di quella che ho mostrato nel post precedente. Si tratta in questo caso di una più piccola carte de visite di Pierre Petit, celebre fotografo che sulla scia di Disderi costruì la propria fortuna sul successo di questo piccolo e praticissimo formato. Anche in  questo caso non avevo elementi cui appoggiarmi per individuare il personaggio interpretato da Lassalle e così, giusto per non lasciare una casella vuota, nel registrare la fotografia avevo buttato là, visto che c’era un turbante, il Ben-Saïd di Le tribut de Zamora di Charles Gounod, che ebbe il suo battesimo all’Opéra di Parigi l’1 aprile 1881 con Lassalle nel ruolo dell’emissario del califfo di Cordoba. Devo ammettere che ero abbastanza soddisfatto di questa ipotesi e non contemplavo l’eventualità di investire tempo per verificarla.
Invece è successo che ha fatto il suo ingresso in collezione la foto del post precedente e così, messomi all’opera per cercare di capire quale personaggio rappresentasse, vagando qua e là per la rete mi sono imbattuto in quest’altra fotografia, chiaramente sorella della mia, che portava un’indicazione ben diversa da quella che io avevo, forse troppo sbrigativamente, ipotizzato: quella di Scindia nel monumentale Le roi de Lahore di Jules Massenet, che era andato in scena quattro anni prima dell’opera di Gounod, il 27 aprile 1877, sempre all’Opéra.

Le roi de Lahore fu il trampolino di Massenet per il successo. Nelle trionfali e sontuosissime rappresentazioni parigine, che aprirono la strada alla rapida quanto limitata a pochi decenni diffusione della partitura di qua e di là dell’oceano, Lassalle interpretava il perfido ministro Scindia usurpatore del trono e, in quanto baritono, innamorato del soprano (Josephine de Reszke) che invece è ovviamente promessa al tenore, che sarebbe il legittimo roi de Lahore. Il quale però muore già nel secondo atto ma, novello Orfeo, dopo un incredibile terzo atto ambientato nel paradiso indù di Indra, fra danze esotiche e cori di odalische divine, ottiene di tornare sulla terra seppure in veste di mendicante, pedaggio cui volentieri si sottomette pur di stare accanto in qualche modo alla sua Sita. Arriva (atto quarto) appena in tempo per assistere all’incoronazione di Scindia e dopo qualche altra peripezia si giunge (atto quinto) al suicidio di Sita che non tollera l’idea di dover sposare il baritono-re e alla sua ascesa al cielo con l’amato tenore prontamente ridiventato spirito, mentre il baritono resta nella sua Lahore, incoronato ma con un sonoro palmo di naso.
Ora, se per l’ipotesi mia (Le tribut de Zamora) non avevo lo straccio di un elemento a supporto, neppure per questa (Le roi de Lahore) potevo dirmi fornito di qualche prova. Che ho recuperato però con una certa facilità, come al solito rastrellando i favolosi repository della sempre più indispensabile Gallica.
Ecco qua la scena del trionfo nel quarto atto della produzione parigina del 1877:

Credo che già parecchio si intuisca ingrandendo l’immagine (basta cliccarci sopra) , ma di sicuro tutto appare chiaro quando si guarda nel dettaglio la parte centrale del disegno, che mostra Scindia nel padiglione, in attesa di essere incoronato:

Le perle, il turbante con la piuma, e anche la fusciacca e lo sbuffo del mantello sulla spalla sinistra che si vedono nella fotografia “sorella”. Ci siamo, il costume è indubbiamente quello, a ennesima riprova che il patrimonio iconografico che la pubblicistica ottocentesca ci offre e a cui spesso dedichiamo sguardi, se non distratti, di sicuro superficiali e troppo rapidi, costituisce invece una autentica miniera di dettagli e di informazioni spesso imprescindibili. Se non altro per i pazzoidi compulsivi come il sottoscritto, per i quali non si dà maggior piacere né gioia più grande del riuscire a porre un titolo e una data nella giusta casella, del poter togliere uno alla volta questi magici rettangoli di cartoncino dal cassetto dei “da identificare” per metterli in quello degli identificati. Tragicamente, per uno che ne esce altrettanti e anche più ne entrano, cosicché quel cassetto non sarà sicuramente mai vuoto. Il supplizio di Tantalo del collezionista, verrebbe da dire, ma si tratta di una dolce sofferenza, fossero tutti qui i dolori della vita.

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5 risposte a Jean Lassalle, baritono a Lahore

  1. Amfortas ha detto:

    Leggo sempre avidamente i tuoi articoli, sappilo! Sono davvero affascinanti e scritti in modo elegante. Ciao!

  2. ausdemspielberg ha detto:

    Vediamo, come dicono i giovani d’oggi?
    Ah, sì: WOW

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