Uno Jugendstil d’Egitto

Ero con la testa su un altro post quando il caso ha spostato la mia attenzione su questa fotografia, facendomi balenare la possibilità di mettere assieme una delle mie micro-microstorie fatte di niente ma, per quanto mi riguarda, così meravigliosamente eccitanti. Per noi toporagni scavatori che bazzicano i meandri più periferici di un passato non troppo lontano, non c’è niente che dia  maggiore soddisfazione del riuscire a collegare qualche tessera di quell’infinito mosaico che non riusciremo mai a vedere del tutto ricomposto.
Ho acquistato questa cartolina, realizzata da uno scatto del fotografo viennese Franz Löwy, alcuni anni fa: il nome della cantante raffigurata non mi diceva proprio nulla e la foto non era il massimo ma quello che mi incuriosiva era la posa “egizia” delle mani e, più in generale, un’impostazione ancora jugendstil del ritratto, con questa presa leggermente dal basso che mi faceva venire in mente alcune figure femminili di Gustav Klimt, il pittore-mago della Secessione viennese. Comprata e archiviata, la foto se ne sarebbe stata indefinitamente nella sua bustina se qualche sera fa un video postato su Facebook non mi avesse fatto tornare in mente quelle due mani e non avesse dato il via a una piccola concatenazione di evidenze e relazioni che mi ha convinto a mettere da parte l’altro post, che arriverà fra qualche giorno. Ma andiamo con ordine.
Käthe Rantzau ha svolto, fra il 1917 e i primi anni Trenta, una onorevole carriera che ha avuto come base principale Vienna e il suo “secondo” teatro d’opera, la Volksoper. Nata nel 1885, ebbe un repertorio di ruoli di consistente impegno, che andavano da Aida, Tosca e Santuzza fino a Carmen (i suoi inizi furono fra l’altro di mezzosoprano) e Isolde, ma anche a Rosalinde nel Pipistrello di Strauss. Kutsch e Riemens la dicono frequente ospite anche del palcoscenico della Staatsoper ma al momento gli archivi on line registrano solo quattro recite, distribuite fra il 1921 e il ’31. Dopo il ’26, anno in cui si chiude il suo contratto con la Volksoper, sembra iniziare per lei un periodo di declino artistico, con ingaggi qua e là in qualità di ospite e rapporti più stabili con teatri in centri di minore prestigio rispetto a Vienna, come Breslau e Augsburg.
Ora, una delle quattro recite sicuramente effettuate alla Staatsoper fu quella del 4 febbraio 1921, nella quale la Rantzau interpretò il ruolo di Aida. Non sono naturalmente in grado di dire se questa cartolina abbia qualche rapporto con quella recita; ne ha però sicuramente con il video di cui parlavo sopra e che si può vedere qui sotto. Si tratta di una scena di Grossfürstin Alexandra, un film del 1933 basato sull’operetta omonima di Franz Lehar e interpretato da Maria Jeritza e dal grande attore austriaco Paul Hartmann. Non ne conosco la trama ma nella scena che mi ha colpito la Jeritza appare sul palcoscenico della Staatsoper mentre interpreta Als Sieger kehre heim, che altro non è se non Ritorna vincitor, dal primo atto di Aida.
Al di là dell’emozione di vedere Maria Jeritza in scena, seppure a incarnare una assai poco plausibile schiava etiope bianca di pelle e bionda di capelli, ho fatto un piccolo balzo sulla sedia quando intonando Numi pietà e quel che segue l’ho vista assumere, da 4:15 in avanti, esattamente la stessa bizzarra posa della Rantzau.

Coincidenza? Caso? Traveggole? Probabile, ormai ne ho di frequente. Però non posso fare a meno di notare che la Jeritza ha cantato Aida alla Staatsoper in un numero abbastanza ridotto di recite, tutte concentrate negli anni dal 1914 al ’21. Quando gira il film nel ’33, quindi, recupera un ruolo ormai lontano nel tempo. E recupera, secondo me, pose e atteggiamenti di quell’antica regia, ovviamente la stessa alla quale aveva dovuto sottostare la Rantzau, che aveva cantato l’opera alla Staatsoper in quel medesimo 1921 nel quale alla Jeritza erano state affidate alcune recite a fianco del Radames di Leo Slezak. La produzione aveva debuttato il 28 aprile 1874 e sarebbe stata abbandonata solo nel 1922, dopo ben 457 rappresentazioni. Regista a partire almeno dal 1909, e probabile responsabile dell’invenzione della bizzarra posa, troppo art nouveau per essere retaggio dell’originale ottocentesco, fu Wilhelm von Wymétal, autore fra le altre cose dei primi allestimenti viennesi di Parsifal, Jenufa, Der Rosenkavalier, Elektra, Ariadne auf Naxos e Tosca. E, guarda un po’, anche “consulente drammatico” di Maria Jeritza, la qual cosa immagino significhi che fu suo maestro di arte scenica.
Alla fine, quindi, una bizzarra posa in una foto tutto sommato bruttina e un po’ tarda ci si rivela essere una sorta di fantasmatica testimonianza, di fossile reperto della gloriosa Hofoper dell’era di Gustav Mahler. La parte più volatile e dimenticata dello spettacolo d’opera è senza dubbio quella che riguarda la recitazione dei cantanti, così affidata, prima dell’avvento del cinema, a testimonianze minimali e frammentarie. Questo è solo un sassolino, una cosa da niente ma chissà che un giorno qualcuno non sappia inserirlo in un contesto più ampio e lo faccia diventare una vera tessera di quel nostro famoso mosaico. Käthe Rantzau, diva Jugendstil, ne sarebbe sicuramente contenta.

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4 risposte a Uno Jugendstil d’Egitto

  1. Amfortas ha detto:

    Meraviglia. Ciao.

  2. ausdemspielberg ha detto:

    E bravo il toporagno!
    Lo scambierei volentieri con le pantegane dello Spielberg.

  3. giulia tonelli ha detto:

    Ganzissimo questo articolo! Veramente gradevole. La Jeritza pero’ calantina eh…..bellissima voce, ma qualche acuto arriva proprio corto.

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