James Henry Mapleson: le strategie di un impresario

James Henry Mapleson, uno dei più grandi impresari dell’Ottocento, per decenni gestì le sorti di numerosi teatri e compagnie di giro di qua e di là dell’Atlantico. Le sue memorie sono una miniera di racconti sul mondo del teatro d’opera ottocentesco e ci rivelano aspetti per noi del tutto inimmaginabili di una professione che procedeva costantemente sull’orlo di due baratri: prima di tutto quello del tracollo economico, poi quello, certo meno preoccupante ma presente quotidianamente come una spada di Damocle appesa sul capo dell’impresario, dell’improvvisa indisponibilità di uno dei suoi delicatissimi cantanti. Ecco qui sotto come, in un’epoca in cui non esistevano doppi cast, poteva anche essere risolta questa eventualità.
L’ignobile traduzione è mia, così come le piccole integrazioni fra parentesi quadre.

Nel corso del mio tour in provincia del 1862 ho avuto molte difficoltà nel trovare una sostituta al mio contralto, a quel tempo Mademoiselle [Marie Vittusch] Borchardt, che soffriva di un inaspettato attacco di grippe; una malattia che, almeno fra gli artisti, comprende influenza, un po’ di febbre e altri malanni difficili da definire. L’opera annunciata era Lucrezia Borgia e il mio problema era trovare una cantante in grado di sostenere la parte di Maffio Orsini. Riuscii a tirar fuori una sostituta piena di buona volontà ma che non conosceva la musica e praticamente non aveva voce. Per scusarmi col pubblico annunciai che M.lle Borchardt era indisposta e che un’altra artista che aveva acconsentito a sostenere il ruolo di Maffio Orsini pur senza preavviso, col consenso del pubblico avrebbe omesso il brindisi del terzo atto.

Sembrava una richiesta ragionevole, anche se il ruolo di Maffio Orsini senza il celebre brindisi Il segreto per esser felici è come la famosa rappresentazione di Amleto nella quale fu tagliato il ruolo del principe di Danimarca.
Essendo comunque stata accettata l’omissione, la cantante tagliò anche su mia indicazione (ben poco necessaria, a dire il vero) il racconto della scena di apertura
[la prima aria di Maffio, Nella fatal di Rimini]. Tolti questo e il brindisi, della parte di Maffio Orsini non resta nulla a parte poche battute di disprezzo che il personaggio deve indirizzare a Lucrezia Borgia nel finale del primo atto. Queste, tuttavia, possono anche essere cantate da qualcun altro e un pubblico poco abituato a quest’opera molto probabilmente non si lamenterà neppure se verranno tagliate del tutto. Il brindisi della scena del banchetto non poteva, ovviamente, essere eliminato senza spiegazioni [essendo all’epoca un brano popolarissimo, ndr] ma una volta che era stata chiesta scusa con franchezza per questo, non era necessario dire altro sul resto.
Speravo che M.lle Borchardt si sarebbe rimessa a sufficienza per assumere la sera successiva il ruolo di Azucena ne
Il Trovatore. La grippe, purtroppo, se la teneva stretta: le fosse stato possibile avrebbe senz’altro cantato ma le forze per farlo l’avevano completamente abbandonata ed era assolutamente necessario sostituirla anche per questo ruolo, per il quale la sua presenza era già stata annunciata.
Nel primo atto del Trovatore Azucena non appare e io avevo ragione di credere, o almeno di sperare, che prima che il sipario si alzasse per il secondo atto sarei riuscito a persuadere la mia seconda donna
[la comprimaria che interpretava il ruolo di Ines] a farsi carico negli atti successivi (nei quali la confidente di Leonora non appare) della parte di Azucena.
Alla fine la mia eloquenza l’ebbe vinta e la seconda donna si dichiarò pronta ad assumere il ruolo della zingara. Il problema era che da qui a cantarne la musica correva una notevole differenza. Le raccomandai quindi di pensare a realizzare il personaggio meglio che poteva, senza preoccuparsi del canto. Nel frattempo avevo chiesto a
[Therese] Tietjens, [Antonio] Giuglini e [Gottardo] Aldighieri di dare assolutamente il massimo nel primo atto, e soltanto dopo che essi avevano ottenuto un enorme successo nel terzetto conclusivo io mi azzardai a chiedere al pubblico comprensione per questa mia nuova e del tutto inesperta Azucena.
Era necessario prima di tutto occuparsi del suo trucco e così, assicurata la benevolenza degli spettatori, io stesso le coprii la faccia, e pesantemente, di ocra rossa. Sfortunatamente, nella fretta dimenticai di dipingere anche la parte posteriore del collo e le altre parti visibili del corpo. Fu così che la nuca, le mani e le braccia rimasero candide: io avevo detto alla mia nuova Azucena di restare seduta sul sofà
[!] con la testa appoggiata sulle mani, cosa che lei diligentemente fece col rischio di mettere ancor più in evidenza il contrasto fra il rosso dell’una e il bianco perlaceo delle altre. Decisi che la prima scena del secondo atto doveva terminare dopo il coro delle incudini e che il duetto successivo fra Manrico e Azucena sarebbe stato tagliato. Passammo quindi direttamente alla celebre aria del Conte di Luna Il balen del suo sorriso e da qui al finale dell’atto. Nel terzo, Azucena veniva semplicemente portata davanti al Conte e subito condannata alla prigione; nel quarto le fu imposto di dormire tranquilla sul pavimento della cella e di non svegliarsi se non dopo la decapitazione di Manrico.
Trattata in questo modo la parte di Azucena non è difficile. Cos’altro si può fare quando il contralto della compagnia è ammalato e non si trova un sostituto?

da: The Mapleson memoirs. The career of an operatic impresario 1858-1888, edited by Harold Rosenthal, Putnam, London, 1966.

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2 risposte a James Henry Mapleson: le strategie di un impresario

  1. ausdemspielberg ha detto:

    Io mi sarei rivolto al pubblico e avrei chiesto “C’è qualcuno che sa cantare?”
    Molto divertente quest’opera ridotta a Bignami. Che fa anche riflettere sulle reali aspettative dell’epoca da parte del pubblico nei confronti dello spettacolo dell’opera.
    Di puristi e filologi non dovevano essercene tanti quanti ve ne sono oggi.

    • Winckelmann ha detto:

      Ovviamente queste cose poteva farle nei giri in provincia. Immagino (spero) che il pubblico di Londra fosse più scaltrito anche se, prendendo per buoni altri racconti fatti dal nostro nel prosieguo delle sue memorie, pare che anche lì ne abbia combinate di grosse. Anche se poi non così lontano nel tempo era decisamente un altro mondo, sotto tutti i punti di vista.

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