Emil Schipper, michelangiolesco Hans Sachs

Il genio compositivo e la maestria tecnica del sempre grandissimo Franz Xaver Setzer si manifestano evidenti in questo bellissimo ritratto dell’Heldenbaryton Emil Schipper nel ruolo di Hans Sachs, che presento in apertura del mese che vedrà sulla verde collina l’inaugurazione del festival di Bayreuth proprio con i Maestri Cantori di Norimberga. Sachs appare qui assorto nello studio, quasi michelangiolesco nella potenza fisica e nello splendido gioco delle braccia, il grembiule di cuoio a ricordare la sua professione di ciabattino. La fotografia è stata scattata con ogni probabilità dopo il 1922, anno in cui il cantante passò a Vienna dalla Staatsoper di Monaco di Baviera, dove fra le altre cose nel 1919 aveva cantato il ruolo di Barak nella prima locale della Donna senz’ombra di Richard Strauss. Del teatro di Vienna sarebbe rimasto membro fino al 1938 riuscendo anche, negli anni 1925-27, a legarsi parallelamente alla Deutsche Oper di Berlino. La lista dei ruoli interpretati da Schipper a Vienna è abbastanza impressionante e va notato (sempre col solito disclaimer che non sappiamo mai quanto siano completi i risultati delle ricerche negli archivi on line della Staatsoper) che fra questi non appare Hans Sachs. Che Schipper cantò invece, assieme ad altri ruoli wagneriani e straussiani e all’amato Amonasro dell’Aida, nel corso delle sue ripetute visite al Covent Garden avvenute negli anni 1924-28. Saranno state queste recite londinesi l’occasione per produrre questa cartolina fatta apposta per contenere l’autografo del cantante? Chissà.
Schipper era nato a Vienna nel 1882 e prima di darsi al teatro aveva preso una laurea in giurisprudenza. Aveva studiato canto a Milano e debuttato al Deutsches Theater di Praga come Telramund, il cattivissimo del Lohengrin. Dopo la gavetta in provincia era sbarcato a Vienna, alla Volksoper dove, fra le altre cose, aveva partecipato alla prima locale di Isabeau di Mascagni e a quella di Parsifal. Da Vienna era passato a Monaco e da qui, come abbiamo visto, era tornato a Vienna. La carriera lo portò fino agli Stati Uniti e soprattutto al Sudamerica oltre che a Madrid e Barcellona, ad Amsterdam, Bruxelles, Parigi e Budapest. Fu Wotan a Parigi nel 1928 e a Buenos Aires nel ’22, nella prima rappresentazione locale dell’intero Ring. Al Teatro Colón tenne a battesimo anche Elektra (Orest, diretto da Richard Strauss, 1923) e Salome (Jochanaan). Nel 1935 e ’36 fu Kurwenal a Salisburgo nel Tristano e Isotta diretto da Arturo Toscanini. Non mi risulta che abbia mai cantato a Bayreuth.
Marito dal 1925 del grande contralto Maria Olszewska, fu considerato principalmente un baritono eroico particolarmente adatto al repertorio wagneriano e straussiano, ma i ruoli interpretati a Vienna negli oltre quindici anni del suo rapporto con la Staatsoper lo mostrano attivo a lungo anche nel repertorio italiano e, in misura minore, francese. A fianco quindi di 55 rappresentazioni come Telramund, 36 come Amfortas o 33 come Olandese ne troviamo ben 71 come Amonasro, 21 come Gérard nell’Andrea Chénier, 24 come Posa nel Don Carlo (cantato in italiano), 25 come Rigoletto e 38 come Renato nel Ballo in maschera.
Il fatto che proprio il 1938, annus horribilis nella storia dell’Austria, abbia segnato la fine del suo rapporto con la Staatsoper di Vienna come anche, pare, il suo ritiro dalla scena, mi aveva fatto sospettare l’appartenenza di Schipper al non esiguo gruppo dei cantanti cacciati per questioni razziali e costretti all’esilio. Di questo, però, non trovo evidenza in alcuna delle sue poche biografie disponibili: questo possente Hans Sachs morì nella sua Vienna settantacinquenne nel 1957. Lo scarno lascito discografico non ha reso la sua celebrità duratura nei decenni che seguirono il suo addio alle scene, ma il titolo onorifico di Kammersänger che gli fu conferito in qualche momento della carriera testimonia la solidità di una posizione che senza dubbio ne fece, per almeno quindici anni, una delle figure di riferimento del principale teatro austriaco.

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4 risposte a Emil Schipper, michelangiolesco Hans Sachs

  1. ausdemspielberg ha detto:

    Proprio iersera, nel cortile dello Spielberg, si proiettava Stefan Zweig: Vor der Morgenröte, la ricostruzione degli ultimi, infelicissimi anni dello scrittore viennese, costretto alla fuga dalla sua città nel 1934 e morto suicida con la giovane moglie in Brasile nel 1942 perchè dichiaratemente incapace di sopportare la vita da esule.
    Vita da esule che lei, gentile cavaliere, suppone fondatamente sia toccata anche al suo Schipper sulla base del fatto che di lui si perdono le tracce proprio nell’anno dell’anshluss e che il noto baritorno aveva già avuto frequentazioni estere.
    Lei sa che la mia curiosità è irrefrenabile, peggio di quella di una femmina indiscreta.
    Perciò mi sono dato un gran daffare per cercare dove e cosa abbia fatto Schipper “during the war” per dirla con un biografo della di lui consorte Maria che, mentre l’Europa andava a fuoco e fiamme, cantava invece a Chicago e Nuova York.
    Beh, nulla. Schipper non figura nelle diverse liste di artisti di religione ebraica, o semplicemente oppositori del regime, emigrati nelle Americhe e di lui si perdono effettivamente le tracce sino al 1957, quando, mi si perdoni, “scomparendo ricompare”. Nè è servito seguire come un segugio le tracce della moglie la cui vita deve aver preso tutta un’altra strada, sebbene entrambi fossero tornati a Vienna dopo la guerra.
    Non le pare strano? A me assaissimo.
    PS. Di tratto in tratto le spiacerebbe riporre il suo wagnerismo e deliziarci con ritratti di artisti italiani o, in subordine, franfofoni o anglofoni?

    • Winckelmann ha detto:

      Schipper e la Olszewska effettivamente a un certo punto divorziarono, anche se non saprei dire quando. La mia non è una supposizione, direi piuttosto una sensazione che in maniera forse un po’ automatica mi è nata al vedere quella coincidenza fra il ritiro e il 1938. Ricordo ancora, esposta in una mostra a Vienna, la lettera di licenziamento con la quale da un giorno all’altro Lotte Lehmann veniva cacciata dal teatro di cui era stata regina. Ipotizzando che a Schipper sia successa una cosa analoga, questa rimozione non sarebbe comunque un caso strano ma un episodio in linea con parecchi altri. La metabolizzazione di quanto avvenne in quegli anni orribili ha richiesto alcuni decenni solo per prendere il via e non è certo terminata. Poi, Schipper non era la Lehmann, che continuò a essere ciò che era sull’altra sponda dell’oceano mentre lui (sempre nell’ipotesi che non stiamo vaneggiando) si perse un po’ nelle nebbie della storia. Potrebbe anche essere andata così.
      PS. Per il periodo di cui mi occupo, le fotografie italiane sono rare come i ravennati che sanno guidare. Non dica però che sono avaro per quanto riguarda francesi e inglesi. Prometto di sforzarmi un po’ di più, anche se in questo mese di avvicinamento alla verde collina dovrà rassegnarsi a sentir parlare ancora delle sacre rappresentazioni di papà Wagner.

  2. Pingback: Theodor Reichmann a Bayreuth | Il cavaliere della rosa

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