Anna Judic, diva del Variétés

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Una e bina, giovane fanciulla e attempata zitella, malinconica da un lato e arcigna dall’altro, la signora che appare su questa cabinet card di Benque in un fotomontaggio un po’ raffazzonato per quella riga verticale che lo rivela in modo così spudorato, è Anna Judic, una delle protagoniste del teatro leggero parigino degli ultimi trent’anni dell’Ottocento.
Nata Anna Damien, veniva da una famiglia non estranea al mondo del teatro, poiché lo zio era direttore del parigino Gymnase. In un maldestro tentativo di soffocare il suo amore per la scena era stata messa, giovanissima, a fare l’apprendista in una sartoria sul boulevard des Italiens. Quando il palcoscenico chiama, però, sono vani gli sforzi di chi cerca di soffocare una prorompente vocazione e così Anna trovò presto lo sfogo di una compagnia semidilettantesca che girava la provincia attorno alla capitale: con questa accozzaglia certamente modesta di sartine e impiegati con velleità attoriali debuttò in un vaudeville à couplets in un atto che si intitolava Jobin e Nanette. Non doveva essere una vita facile e chissà quali erano le reali speranze di questi ragazzi. Fra i quali, però, Anna trovò marito, un certo signor Judic di cui temo di non aver rintracciato neppure il nome, che di mestiere faceva l’impiegato presso un agente di commercio ma che, pare, riscuoteva in teatro un grande successo presentandosi in scena con una bizzarra parrucca bionda e intonando una canzone che si intitolava Qu’en pensez-vous? Si sposarono il 25 aprile 1865 e Anna aveva quindici o sedici anni (come per tutte le dive che si rispettino, anche nel suo caso sembra esserci un po’ di vaghezza circa la data di nascita). Se ne tornarono quindi a Parigi, dove lo zio offrì loro una scrittura al Gymnase, seppure in ruoli di secondo piano. Da lì Anna passò all’Eldorado, dove il suo successo iniziò invece a consolidarsi e lei si costruì un personaggio tutto grazia e ritrosia, ma condite con le battute più salaci e piccanti. Félicien Sampsaur, l’autore del lungo ritratto da cui sto traendo queste notizie, pubblicato in un tomo dall’enigmatico titolo: Paris. Le massacre, così la descriveva al culmine della carriera, interprete dell’operetta Niniche, di Marius Boullard: In questo ruolo [Anna Judic] fece sfoggio al massimo grado della sua arte delle battute ardite, scabrose e della sua adorabile tecnica fatta di sottintesi maliziosi, di sorrisi innocenti, di occhiate sensuali.
Doveva essere una bravissima attrice la Judic, e questo le viene riconosciuto anche dal New York Times in occasione del suo debutto americano, nel 1885. Un’attrice per pubblici raffinati, non platealmente comica ma, al contrario, abilissima in un tipo di recitazione tutta giocata sul filo della malizia e dell’ambiguità. In un repertorio musicale che non giocava certo sulle stentoree emissioni che caratterizzavano quello dell’Opéra, la sua piccola voce e l’espressione piccante ed elegantissima dovevano dare risultati straordinari, che ancora possiamo cogliere in questo fantasmatico cilindro registrato nel 1901

Impossibile non dar credito a Champsaur quando scrive: Quant à la voix de Judic, elle est adorable.
Quando fu ben chiaro che il pezzo forte della coppia era Anna, monsieur Judic abbandonò la bionda parrucca e si trasformò nel suo agente. Nel frattempo era scoppiata la guerra e nel tragico 1870 i due, come moltissimi altri, lasciarono  Parigi per trasferirsi nella più sicura Bruxelles. Qui Anna Judic ricevette la definitiva consacrazione a stella del varietà, al punto che al suo rientro a Parigi, a guerra finita, Jacques Offenbach prese al balzo l’occasione di scritturarla per affidarle la parte di Cunégonde in Le roi Carotte, forse la più monumentale di tutte le operette, che avrebbe di lì a poco avuto il suo fortunatissimo debutto al théâtre de la Gaîté. Era, quello, il primo frutto della collaborazione fra Offenbach e Victorien Sardou e si trattava di una produzione che definire imponente è dire poco: divisa in quattro atti e diciannove tableaux richiede un cast, se ho contato bene, di quarantatré interpreti sulla scena. Dopo una serie infinita di rinvii la prima ebbe luogo il 15 gennaio 1872 e il successo ebbe, più o meno, le medesime proporzioni dello smisurato apparato scenico. Forte del proprio successo, la Judic restò in realtà solo pochi mesi nella compagnia, poi abbandonò la produzione e si trasferì ai Bouffes-Parisiens, dove avrebbe ritrovato l’onnipresente Offenbach ma dove, soprattutto, avrebbe ottenuto un clamoroso successo in un’operetta di Léon Vasseur, La Timbale d’argentDepuis cet éclatant succès, qui dit La Timbale dit Judic,qui dit Judic dit La Timbale. Così troviamo scritto in una storia dei Bouffes-Parisiens pubblicata nel 1873. Anna aveva a questo punto abbandonato il signor Judic (ma non certo il suo cognome, ormai inseparabile da lei) e stava adesso con il giornalista e scrittore Albert Millaud, che sarebbe diventato il suo secondo marito e l’autore di numerosi libretti di operette musicate da Jacques Offenbach, Charles Lecocq e Hervé.

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Henri de Toulouse-Lautrec, Il compositore Desire Dihau visita nel suo camerino Anna Judic, che si sta facendo legare il busto, 1893.

Nel 1876 Anna Judic passa dai Bouffes-Parisiens al théâtre des Variétés, dove ancora una volta ritrova Offenbach e assume i grandi ruoli dei suoi capolavori che erano stati della mitica Hortense Schneider, da La belle Hélène a La Grande-duchesse de Gérolstein . Per un ventennio sarà la diva del Variétés, protagonista di una serie imponente di titoli come Lili di Hervé, Le grand Casimir e La Roussotte di Charles Lecocq o la già ricordata Niniche. Il suo capolavoro sarà, dal 1883, Mam’zelle Nitouche, comédie-opérette di Hervé il cui clamoroso successo e la lunghissima serie di repliche che ne conseguono le fruttano, pare, un sonoro milione di franchi. Al culmine della gloria, Anna si regala il sontuoso e ancora esistente hôtel Judic, una residenza principesca nel nono arrondissement che deve però rivendere nel 1894, in uno di quei momenti di vacche magre cui la gente di teatro è fatalmente sottoposta e abituata.
Anna Judic fu anche, a più riprese, una stella delle Folies-Bergère, dove apparve l’ultima volta nel 1900. Oltre ai parigini la conobbero i pubblici di Londra, New York e, nel 1875, di San Pietroburgo. Col progredire dell’età abbandonò i grandi ruoli e si avvicinò a quelli di caratterista e, sempre di più, al teatro di prosa. Diede l’addio al palcoscenico non ancora sessantenne nel 1909, interpretando una nonna in La belle au bois dormant di Lecocq. Il secondo marito era morto nel 1892, mentre del primo le tracce sembrano essersi perse qualche decennio prima: chissà cosa doveva provare l’antico agente di commercio che le aveva dato quel cognome così fortunato, assistendo da lontano ai grandi successi della sartina che aveva conosciuto ai tempi in cui il successo più grande era tutto per la sua meravigliosa parrucca bionda.

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2 risposte a Anna Judic, diva del Variétés

  1. ausdemspielberg ha detto:

    Ma Benque non ce l’aveva Photoshop?

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