L’Aiglon, il più grande di tutti i successi

Credo di non essere l’unico che all’idea di assistere in teatro alla rappresentazione di un dramma in sei atti in versi alessandrini si lascia prendere da pulsioni vagamente suicide. Non paiono, però, essere stati di questa idea i parigini che a partire dal 15 marzo 1900 accorsero al Théâtre Sarah-Bernhardt e decretarono a L’Aiglon, il nuovo lavoro di Edmond Rostand, un successo di tale portata che qualcuno si spinse ad affermare che si trattava del trionfo più trionfante di tutta la storia del teatro. Ti pareva che i francesi non avocassero a sé anche questo record.
Sia stato o no il più grande di tutti, quello de L’Aiglon fu un successo strepitoso, e a confermarcelo non è solo il fatto che Sarah Bernhardt lo replicò per ben 250 sere soltanto a Parigi, ma anche la straordinaria quantità di fotografie prodotte per l’occasione, alcune a documentare vari momenti dello spettacolo e altre, la maggior parte, a ritrarre la splendida protagonista, all’epoca cinquantaseienne, nelle vesti del quasi adolescente e sfortunato figlio di Napoleone Bonaparte. Il fatto è che la prima dello spettacolo ebbe luogo a un mese esatto dall’apertura della Grande Esposizione di Parigi, che in sette mesi di apertura avrebbe visto accorrere nella capitale cinquanta milioni di visitatori. Era proprio il momento ideale per mettere in piedi uno spettacolo di successo e furono sicuramente migliaia e migliaia le cartoline con la divina Sarah Bernhardt che da lì se ne partirono per le città di tutto il mondo. Come queste:

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Bellissima, filiforme, mai schiava della sua celebre e ribelle capigliatura, Sarah Bernhardt aveva un debole per i ruoli maschili. Amleto è quello che più si ricorda ma con lui erano venuti Chérubin nel Mariage de Figaro, Lorenzaccio nel dramma di de Musset, Zanetto ne Le Passant di Coppée. Edmond Rostand era un giovane di trentadue anni e si trovava in una posizione assai delicata: dopo alcuni “successini”, apprezzati dalla critica ma sostanzialmente ignorati dal pubblico, aveva vissuto l’esperienza dell’immensa popolarità due anni prima, quando al Théâtre de la Porte Saint Martin era andato in scena Cyrano de Bergerac, che nello spazio di una sera l’aveva fatto accogliere nell’Olimpo degli autori francesi.
Come si sa, il difficile non è tanto sbancare il botteghino una volta, quanto replicare all’occasione successiva. Con L’Aiglon Rostand e la Bernhardt ebbero il pubblico ai loro piedi, commosso fino alle lacrime dalla triste vicenda del giovane Bonaparte prigioniero a Schönbrunn del perfido Metternich, del suo impossibile sogno di riconquistare il trono del padre e della sua tragica fine. Dell’interpretazione della Berhanrdt in questo ruolo resta anche una straordinaria testimonianza discografica registrata dieci anni dopo il debutto che ci trasmette, al di là della consapevolezza di un approccio alla recitazione ormai completamente perduto, la magia del suo celebre vibrato:

Il successo de L’Aiglon guadagnò a Rostand l’ingresso all’Académie Française e fece della Bernhardt un’eroina popolare. Come raccontano Arthur Gold e Robert Fizdale nella loro biografia della diva, tutti, ricchi e poveri, vecchi e giovani, pro-Dreyfus o anti-Dreyfus, andarono a teatro. A migliaia acquistarono le cartoline che la ritraevano nel ruolo, spille e medaglie col suo profilo apparvero nei negozi, i ragazzini indossarono copie della sua impeccabile divisa bianca e lo chef Escoffier creò, per celebrarla, le Pêches Aiglon, pesche in sciroppo alla vaniglia su un letto di gelato, cosparse di violette candite e decorate con zucchero filato, il tutto servito su un piatto d’argento con un’aquila di ghiaccio. Una cosetta da cotto e mangiato, niente di che.
Assieme alla Gare de Lyon e al Grand Palais, la Bernhardt divenne una delle attrazioni della grande Esposizione, mentre Rostand, poveretto, finì a letto con la polmonite. Se ne stava, raccontano ancora Gold e Fizdale, in una casa nel sobborgo di Montmorency a sospirare sulle gioie che non poteva godere e a illudersi che il venticello della Senna gli portasse l’eco degli applausi del Théâtre Sarah-Bernhardt. Sarah gli faceva visita ogni giorno, arrivava sulla sua incantevole carrozza, tutta sorrisi, vestita di cincillà e coperta fino alle orecchie di pizzi trasparenti. Rostand era impaziente di sentire le novità. Com’era stato Guitry ieri sera? Quale atto era andato meglio? Quante chiamate? Chi c’era? Si era visto Jules Renard nel retropalco? Era piaciuto ad Anatole France? E Montesquiou, e Sardou, e la contessa Greffhule, e il principe Murat? Sarah rideva, li imitava tutti e raccontava gli ultimi pettegolezzi. Poi, realizzando all’improvviso quanto si fosse fatto tardi, mandava un bacio ai Rostand, donava un mazzolino di violette al suo poète chéri e se ne andava, la testa già tutta nel primo atto.
Tutto il mio interesse per L’Aiglon è iniziato con l’acquisizione della cabinet card del fotografo Paul Boyer che mostro qui sotto e che raffigura uno dei moltissimi scatti che oltre che sulle raffinate albumine montate su cartoncino finirono anche sulle ben più economiche cartoline.

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Essendomi già rovinato la reputazione col precedente post su Theodora, non ho problemi ad ammettere che nemmeno questa volta ho ritenuto di sfidare il mio sistema nervoso leggendo il testo del dramma. Sardou e Rostand mi perdoneranno, la mia vita è già abbastanza oberata di pesanti incombenze. Non so dire quindi se l’immagine del giovane duca seduto su una roccia in un atteggiamento che sembra infondere grazia femminile al Pensatore di Rodin, che sarebbe stato fuso di lì a due anni, corrisponda a qualche luogo del testo oppure se sia semplicemente una generica raffigurazione del personaggio. Della stessa fotografia ho trovato anche una versione su cartolina e colorata, che aggiunge l’incredibile epifania di raggi col monogramma di Napoleone a incoronare il capo dello sfortunato erede.

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Dopo duecentocinquanta recite a Parigi L’Aiglon fu portato dalla Bernhardt negli Stati Uniti  ma iniziò un proprio cammino nei teatri anche indipendentemente dalla grande attrice francese.  Lo troviamo per esempio già nell’ottobre del 1900 rappresentato in inglese allo Knickerbocker Theatre a New York, con Maude Adams nelle vesti del protagonista. Nella stessa città poco prima o poco dopo la Bernhardt lo rappresentò nell’originale francese nel corso delle due trionfali settimane di ingaggio della sua compagnia al Metropolitan Opera House, alternandosi col celebre Coquelin che recitava il suo festeggiatissimo Cyrano de Bergerac. Per dirla ancora con Gold e Fizdale, Coquelin, figlio di un fornaio, e Sarah, figlia di una cocotte, avevano raggiunto altezze inimmaginabili. E adesso, vicini ai sessanta, erano gli ultimi esponenti di una tradizione attoriale che risaliva a interpreti che avevano lavorato con Victor Hugo, Dumas e Rachel. Questa eredità romantica, combinata a magnetiche personalità, dava loro questa grandeur, questa autenticità, questa magistrale consapevolezza di sé come grandi artisti.
Fortunati coloro che poterono vederli. A queste condizioni anche un dramma in sei atti in versi alessandrini diventa probabilmente meno pericoloso.

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