Jean de Reszke, o la ricerca della perfezione

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Diceva che riandando col ricordo all’intera sua carriera avrebbe potuto indicare almeno cinque serate nelle quali la sua esibizione era stata buona sotto ogni punto di vista. Decisamente un buon numero, aggiungeva. C’era naturalmente un po’ di vezzo primadonnesco in questa boutade, ma di sicuro tutta la carriera di Jean de Reszke fu spesa nell’inesausta ricerca della perfezione, all’insegna di un magistero tecnico e artistico che, se dobbiamo fidarci delle testimonianze dei  contemporanei che ebbero la fortuna di ascoltarlo, ebbe pochi rivali.
Ancora in tempi recenti ho letto giudizi superciliosetti su questo grande tenore, elaborati peraltro in assenza di qualunque base d’appoggio dato che i pure inestimabili cilindri Mapleson, che ci offrono qualche infinitesimo e fantasmatico frammento della sua arte, non possono certo essere assunti a fondamento di riflessioni critiche minimamente motivate. Nei nostri tempi tristanzuoli, e nonostante il fatto che ci atteggiamo a nipotini della belcanto renaissance, c’è ancora infatti chi scambia, nell’opera, il supremo dominio della tecnica per manierismo e l’urlo belluino per saggio preclaro di “drammatica interpretazione”. Poverini, vorrei che un giorno mi spiegassero perché per un grande pianista o un grande violinista la tecnica è l’irrinunciabile punto di partenza, quello da cui discende tutto il resto, mentre un cantante per essere “artista” dovrebbe affidarsi in primo luogo all’istinto. Come dicono i tedeschi: Quatsch!
Ho già avuto modo di dire che un po’ tutti i grandi cantanti del passato, solitamente generosi nell’elargire volumi di ricordi autobiografici, non amavano proprio parlare del lavoro di studio e di affinamento tecnico cui volente o nolente qualunque musicista di professione, cantante o trombonista, arpista o percussionista, si deve sottoporre quotidianamente. Ritenevano infatti assai più interessante sciorinare resoconti su ricevimenti e teste coronate ma, soprattutto, amavano dare di sé l’immagine di esseri baciati dal cielo, in grado, senza essere minimamente legati alla sminuente e troppo umana pratica dell’esercizio quotidiano, di aprire bocca e di compiere imprese sovrumane. Se sappiamo quindi poco o nulla di come e quanto studiassero ogni giorno Lilli Lehmann o la Patti, abbiamo invece un sintetico ma preciso resoconto relativamente a Jean de Reszke, non per generosità sua ma per accuratezza di Amherst Webber, che in seguito alla scomparsa del grande tenore (3 aprile 1925), pubblicò un articolo di ricordi nel numero del giugno della rivista Music & Letters. Webber aveva assistito, come pianista, de Reszke nella preparazione dei ruoli di Tristano e Sigfrido ed è quindi una fonte assai affidabile per tutte le informazioni che riguardano la sua vita dietro le quinte. Mi sembra che la sua testimonianza sia estremamente interessante e ne riporto qui alcuni brani tradotti da me medesimo, che dedico ai fautori dell’apri la bocca e canta, tanto quello che conta è il cuore

La routine era più o meno questa: alle sette Jean si alzava per guardare gli esercizi dei suoi puledri inglesi. Dopo colazione iniziavamo il lavoro, che andava avanti con qualche pausa fino all’ora di pranzo; non si trattava di un mero ripasso ma di un vero e proprio studio tecnico di difficoltà, svolto cantando più volte e in modi diversi lo stesso passaggio, fino a che non ne era soddisfatto. Questo andava avanti tutta la mattina. Nel pomeriggio lavorava intensamente per la maggior parte del tempo, e giocava a tennis con grande vigore.
Dopo cena riposava, seduto a sonnecchiare su una poltrona fino alle undici; poi, proprio quando noi cominciavamo a sperare di poter raggiungere il letto, si alzava e diceva:
Essayons la voix, e provava frasi che lo preoccupavano da tutte le opere del suo repertorio e andava avanti a cantare, probabilmente più di un’opera intera, fino alle due di notte. Ma alle sette del mattino dopo sarebbe stato in piedi comunque. Questa capacità di lavorare senza dormire non lo abbandonò mai e fino alla fine si lamentava se qualcuno cercava di andare a letto prima di mezzanotte.
[…]
Mentre studiava il Tristano, sentiva la musica così profondamente che a volte sembrava riuscisse appena a cantare. Ma arrivato alle rappresentazioni era perfettamente in grado di cantarlo
a freddo, affidandosi unicamente alla tecnica per riprodurre quel particolare effetto che aveva sentito così profondamente mentre studiava. Prima di affrontare Siegfried lavorò per un anno, e ne vide diverse rappresentazioni a Dresda. Ogni momento era pensato e provato con una tale attenzione che nulla poteva essere dimenticato, e nessuno dei mille dettagli poteva sfuggirgli.
Io sedevo nella fucina con la partitura per suggerirgli se ce ne fosse stato bisogno, non tanto per la musica in sé ma per la difficoltà data dalla combinazione della musica con l’azione della forgiatura della spada. Ma non fu mai necessario. Inoltre, tutta la scena, ogni sua frase erano state così messe a punto nella sua voce che quando le cantava apparivano
inevitabili, sia le note sia il colore, e l’intera linea della frase stessa. Era soprattutto questo, con la sua maestria e la sua personalità, che impressionava immediatamente il pubblico. Gli effetti di un duro lavoro non avrebbero potuto essere meglio esemplificati.
Cantò
Tristano, Sigfrido e Götterdämmerung, e passò un anno a studiare ciascuna di queste tre opere. Poteva cantare le intere parti, o atti interi, utilizzando differenti metodi di produzione della voce, fino a quando non era soddisfatto poiché aveva trovato il migliore. A New York lui ed Edouard [de Reszke, il fratello basso] facevano esperimenti di tecnica vocale al Metropolitan, uno in scena e l’altro in galleria, e analizzavano ogni singola nota fino a quando non avevano raggiunto il suono ideale.
[…]
A New York la sua regola di vita era molto rigida, vivendo egli in un albergo che non lasciava praticamente mai se non per andare a teatro. Prendeva facilmente raffreddori che si trasformavano velocemente in bronchiti. Con il migliorare della sua abilità tecnica fu spesso in grado di cantare bene persino quando soffriva di quella congestione alle vie respiratorie che gli procurava la massima angoscia.

Ricordo che anni fa lessi che un’altra cantante, celebratissima interprete di ruoli drammatici e indimenticabile attrice sulla scena, raccomandava che nulla mai, in palcoscenico, deve essere demandato al caso. Ogni dettaglio, diceva, deve essere stato preparato e sempre, prima di muovere un braccio o di emettere una nota, l’interprete deve avere chiarissimo nella mente il gesto che sta per fare, il suono che sta per emettere, l’accento che sta per declamare. Questa signora si chiamava Maria Callas, a conferma che i grandi, per essere tali, non possono fondare la propria grandezza che sul duro e quotidiano lavoro. Il canto anema e core è meglio lasciarlo ai guitti di seconda categoria.

A. Webber, Jean de Reszke. His manner of life, in “Music & Letters”, luglio 1925, pp. 195-202.

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6 risposte a Jean de Reszke, o la ricerca della perfezione

  1. laulilla ha detto:

    “Il canto anema e core è meglio lasciarlo ai guitti di seconda categoria.”
    …non solo il canto, direi. Sono molto, ma molto d’accordo. 🙂

  2. ausdemspielberg ha detto:

    Tanto di cappello all’impegno ed allo studio costante dei grandi artisti.
    E ai poveri pianisti accompagnatori sui quali, Cavaliere, lei potrebbe intrattenerci in una prossima puntata.
    Sono sicuro che è categoria ingiustamente bistrattata attorno alla quale fioriscono rigogliosi gli aneddoti.

  3. Gabriele ha detto:

    Bellissimo articolo. Grazie per la traduzione che ci fa rivivere per un momento col mitico Jean.

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