Emma Eames (e le altre due)

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Non aveva problemi di physique du rôle la ventiquattrenne Emma Eames quando, totale debuttante alla sua prima esperienza di teatro, salì sul palcoscenico dell’Opéra di Parigi per interpretare il ruolo della protagonista femminile nel Roméo et Juliette di Gounod. Di questa vicenda ho già parlato qui, ma il fatto di aver trovato questa bella cabinet card dell’atelier parigino Benque & C., legata proprio a quelle rappresentazioni, mi ha spinto a tornarci sopra e ad approfondirla un po’ di più.
E’ stranissimo il fatto che questa fotografia sia stata messa in vendita con un generico “attrice o cantante d’opera”, quando bastava girarla per trovare, scritti a mano sul verso, cognome della signorina, titolo dell’opera, teatro e anno

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Il volto inconfondibile di Emma Eames l’avevo comunque riconosciuto al primo colpo, anche se la fotografia la mostra particolarmente giovane e non ancora più o meno appesantita come sarebbe diventata negli anni successivi della sua grandissima carriera. Nata a Shangai e cresciuta nel Maine, aveva studiato canto a Boston e poi, con la mamma a farle da chaperon, si era trasferita a Parigi per studiare con Mathilde Marchesi, forse la più celebre insegnante dei suoi tempi. La quale, però, viene inaspettatamente trattata dalla Eames nelle sue memorie con un certo distacco: l’ex allieva le riconosce infatti grandissime qualità nello sviluppare e perfezionare cantanti già in possesso di una solida base tecnica ma la ritiene non altrettanto abile nell’impostare fin dall’inizio un allievo. Il rapporto con l’illustre insegnante non dovette essere sereno: sopravvissuta a un improvvido tentativo della Marchesi di trasformarla in soprano drammatico, veste nella quale dovette subire l’esperienza di una fallimentare audizione all’Opéra, la Eames si rimise poi in riga nel suo più naturale e felice registro di soprano lirico. Nonostante le molte promesse, però, la carriera non decollava e nessuna ipotesi di debutto riusciva a concretizzarsi. Difficilmente Emma poteva immaginare che la dea bendata gliene avrebbe riservato di lì a poco uno di portata epocale, la cui storia la Eames stessa ci racconta nella propria autobiografia.
Ce la racconta, se vogliamo dirla tutta, con una certa dose di sagaci aggiustamenti, finalizzati non tanto a mutare la sostanza dei fatti quanto piuttosto a fare di se stessa l’unica vera star di una vicenda che, solo per parlare delle signore, ne ebbe in realtà tre.
Atteniamoci intanto alla sua versione: Mathilde Marchesi presenta Emma a Charles Gounod il quale, non sappiamo perché, sta cercando una Juliette e gli fa ascoltare la giovane allieva. L’anziano maestro è deliziato e chiede alla ragazza di studiare il ruolo con lui e non con la Marchesi, che non ci rimane per niente bene e reagisce ancora peggio quando Gounod le dice che di stile francese lei non capisce nulla.
Mollata la maestra, la Eames inizia così una lunga serie di enchanting lessons con il compositore, che le insegna non solo la parte di Juliette ma anche quella di Marguerite nel Faust e altre sue composizioni. Proprio in questo periodo, guardacaso, l’Opéra prende la decisione di allestire per la prima volta Roméo et Juliette, che fino a quel momento faceva parte del repertorio dell’Opéra-Comique. Gounod propone allora la pupilla alla direzione del teatro come protagonista della produzione. In una audizione davanti a Pedro Gailhard, ex cantante e direttore del teatro, canta con lei tutti i duetti dell’opera: Gailhard snocciola ghirlande di apprezzamenti ma obietta che la Eames è troppo giovane e inesperta per un impegno del genere, e l’affare sembra finito lì. Emma, sconsolata, accetta allora un contratto all’Opéra-Comique, dove trova però a sbarrarle la strada gli intrighi orditi da Jules Massenet e dalla sua splendida amante Sybil Sanderson, anche lei in attesa di debutto e con evidenti diritti di precedenza. Messa quindi a studiare prima La Traviata, poi Mignon e poi I pescatori di perle ma mai mandata in scena, la Eames si trova di fatto a fare la calzetta quando riceve la chiamata di Gailhard, più che mai impresario in angustie. Cos’era successo? che la Juliette da lui scritturata, citata solo come una cantante italiana nella quale credeva, era stata protestata da Gounod, il quale voleva lei e solo lei. Dopo lunghe e penose discussioni si era giunti a questo compromesso: le prime sei recite sarebbero state cantate da Adelina Patti, indispensabile per portare al successo una produzione nella quale si stava investendo moltissimo, le successive tre dalla cantante italiana e tutte quelle seguenti dalla Eames, alla quale Gailhard proponeva per cominciare un contratto di due anni, che fu firmato immediatamente. A spanne dovremmo essere ancora nell’autunno 1888: in ogni caso la prima ebbe luogo come da accordi a fine novembre e da quel momento Emma iniziò a contare le nove recite che la separavano dal debutto, che però ebbe luogo solo il 13 marzo 1889. Tutto per colpa – dice – dei continui mal di gola di Jean De Reszke. Poi il gran momento finalmente venne e in un attimo la Patti fu dimenticata: it was a curious experience to go to the Opéra a nobody, and to find oneself the next day a talk of two continents. Nata per essere circonfusa di gloria, Emma Eames diventò diva accusando semplicemente un lieve e passeggero turbamento. Come per ogni primadonna, il trionfo era per lei una abituale condizione dello spirito.
Nei due anni successivi avrebbe cantato molte recite di questa produzione sul palcoscenico dell’Opéra, aggiungendo via via altri ruoli e iniziando una carriera di altissimo profilo.
Proviamo a raccontare adesso la stessa storia da un punto di vista che non sia quello esclusivo di una sola delle tre protagoniste, e soprattutto con qualche elemento storicamente accertato in più. Roméo et Juliette non era un’opera nuova, anzi: aveva debuttato nel 1867 al Théâtre-Lyrique, si era poi diffusa (soprattutto in italiano) sia di qua che di là dell’Atlantico e, come ho detto, era entrata successivamente nel repertorio dell’Opéra-Comique. Nel 1888, però, la direzione dei teatri parigini aveva preso la decisione di trasferirla all’Opéra, realizzandone un allestimento imponente che ne avrebbe fatto lo spettacolo di punta dell’Esposizione Universale del 1889 (per capirci, quella della Tour Eiffel). Del cast avrebbero fatto parte i due grandi bassi Edouard De Reszke e Jean-François Delmas, ma i riflettori sarebbero stati puntati soprattutto sul debutto nel ruolo di Roméo del tenore più charmant allora in circolazione, il quasi divinizzato Jean de Reszke. Per lui, Gounod aveva composto un nuovo finale per il terzo atto dell’opera.

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Jean De Reszke nel ruolo di Roméo all’Opéra nelle recite del 1888-89

Vediamo quindi innanzitutto che Gounod non era affatto, come potrebbe sembrare dal racconto della Eames, estraneo alla produzione. E infatti non lo era per nulla visto che fin dall’inizio era previsto che ne sarebbe stato anche il direttore d’orchestra. La storia vera ci dice anche che Gounod una Juliette su cui puntare l’aveva trovata ben prima di incontrare la Eames: non la cantante italiana appena nominata dalla nostra Emma ma Hariclea Darclée, giovane soprano rumeno che all’Opéra aveva cantato Marguerite nel Faust con grande godimento del compositore e che almeno dal luglio di quel 1888 studiava con lui il ruolo della giovane amante di Verona. Era agli inizi, ma che non fosse una da poco ce lo dice la sua carriera successiva: attiva principalmente in Italia e in Sudamerica sarebbe stata la prima interprete assoluta de La Wally di Catalani, de I Rantzau e di Iris di Mascagni e, il 14 gennaio 1900 al Costanzi di Roma, della pucciniana Tosca. Alle prove iniziate in ottobre del Roméo et Juliette, però, la Darclée manifestò fin da subito nervosismo e incertezze tali da convincere la direzione del teatro che il successo della prima poteva essere messo a serio rischio. Chissà se era vero o se questa non fu solo la versione ufficiale messa a mascherare il dubbio che un cast di pezzi da novanta non poteva ruotare attorno a una protagonista sconosciuta, sta di fatto che un colpo di mano di Pedro Gailhard tagliò la testa al toro: terrorizzato dall’idea dei tempi che diventavano ogni giorno più stretti, il direttore partì per il Galles per chiedere udienza nel castello in cui soggiornava la regina di tutte le primedonne e prostrarsi davanti all’unica persona in grado a quel punto di salvare la situazione: naturalmente, Adelina Patti.
La quale lo ammise all’udienza convinta che lui la volesse invitare all’Esposizione Universale dell’anno dopo e rimase francamente perplessa nel ricevere un’offerta di debutto per il mese successivo. Conosceva perfettamente l’opera per averla cantata più volte, seppure sempre in italiano, ma aveva il non piccolo problema che l’11 dicembre un contratto già firmato la obbligava a cantare a Londra. Si prese due giorni di tempo per pensarci e poi elargì il proprio si. Nei dieci giorni a disposizione fra il 28 novembre della prima e il suo impegno inglese garantiva quattro recite, per le successive il teatro avrebbe dovuto arrangiarsi. Il debutto era salvo: saputa la meravigliosa notizia l’Opéra fu in festa, Gounod impazzì di gioia (altro che scelta di compromesso) e Parigi fremette di eccitazione, perché la Patti non aveva mai cantato all’Opéra. Tutti furono certi che questo spettacolo avrebbe fatto la storia del teatro.
Adelina Patti, wonder woman in crinolina, arrivò il 24 novembre, annunciò che non le servivano prove con l’orchestra e chiamò a rapporto nella propria camera d’albergo Gounod e De Reszke, ai quali comunicò alcuni piccoli adattamenti che lei aveva apportato alla sua parte. Per andare in scena non aveva bisogno d’altro e nei pochi giorni che restavano lavorò da sola con Gounod al pianoforte, per debuttare il 28, più tranquilla che mai, davanti a un pubblico internazionale nel quale sedevano fra gli altri il Presidente della Repubblica e la prima interprete di Juliette, Marie Miolan Carvalho. E – potevamo dubitarlo? – sbalordì tutti non solo con la meraviglia del suo strumento ma anche con una perfetta padronanza del francese e una interpretazione sia scenica sia vocale che portò il grande critico Hermann Klein, venuto appositamente da Londra per assistere alle rappresentazioni, a definire ideale la sua incarnazione del personaggio.
(Per essere del tutto sinceri, va registrato che a leggere la grande quantità di resoconti apparsi sulla stampa si notano anche alcune lievi annotazioni su qualche infinitesimale imperfezione del suo canto: un vocalizzo non proprio liquido, un acuto leggermente velato, il valzer d’entrata abbassato di tono. Forse Adelina potè sorvolare su questi che dovettero apparirle comunque imperdonabili attacchi alla sua maestà, ma di sicuro non mandò giù che un giornalista avesse osato affermare che Jean De Reszke era stato il vero trionfatore della serata. Mai un altro cantante si era permesso di assidersi su un trono pari al suo: più avanti nel tempo avrebbe confessato che le sue esperienze teatrali col grande tenore non erano state felicissime. Addirittura una volta lui le aveva pestato un piede in scena).
Il trionfo comunque ci fu ed ebbe dimensioni epocali. Queste serate furono a lungo ricordate come una pietra miliare nella storia del più grande teatro di Francia. Ma, come ho detto, la Patti cantò appena quattro recite (non sei come dice la Eames), l’ultima delle quali il 7 dicembre. Probabilmente Gounod aveva già preso i contatti con la giovane Emma, ma è chiaro che il tempo a disposizione per prepararla a un debutto di questa portata era ancora troppo poco, e così il testimone passò dalla Patti a Hariclea Darclée, avvantaggiata sicuramente dal fatto di aver studiato il ruolo più a lungo e dall’aver partecipato alle prove, e che evidentemente si era ripresa dalla sua, forse reale, forse di comodo, fase poco felice perché, per quanto se ne sa, ebbe anche lei un grande successo. Debuttò il 4 gennaio 1889; non so quante furono le sue recite, ma credo sia molto probabile che la dilazione fino al 13 marzo del subentro della Eames abbia avuto come causa non solo le laringiti del povero De Reszke ma anche e soprattutto la necessità di addestrare adeguatamente la nuova recluta.
La quale, finalmente, dopo così lunga attesa fu mandata sul palcoscenico ed ebbe davvero, riconosciamoglielo, lo straordinario successo che ci racconta. Quando scrisse le sue memorie dovette pensare che non si commette, in fondo, grande peccato a dare qualche limatina alla storia, anche e soprattutto se lo scopo è quello di dare il sacrosanto dovuto all’istinto autocelebrativo di una primadonna. In fondo, le altre due avevano avuto onori a bizzeffe, non c’era nessun bisogno, in questo racconto di uno straordinario debutto, di tenersele lì fra i piedi a farsi impunemente rubare la scena.

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2 risposte a Emma Eames (e le altre due)

  1. Alessandra ha detto:

    Sai renderle bene queste vicende liriche da dietro le quinte, sembra quasi di leggere un romanzo. Impossibile poi trattenere un sorriso quando definisci Adelina Patti una wonder woman in crinolina 😉

    • Winckelmann ha detto:

      Personaggi da romanzo lo sono state quasi tutte. E l’Adelina doveva essere di tutte la più tosta. Scommetto che non andava molto lontano dal vero Rodolfo Celletti quando in un suo racconto la diceva certa di essere nata non da umani ma dalla congiunzione del sole con la luna. 🙂

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