Gilbert-Louis Duprez, o dell’arte di sapersi trasfigurare

Due dei miei venticinque lettori si sono coalizzati per chiedermi di affrontare la questione del physique du rôle, ovvero del divario che si crea, in presenza di certe costituzioni non proprio eteree, fra ciò che il libretto richiederebbe da un punto di vista squisitamente scenico e ciò che invece il cantante di gamba corta o girovita olimpionico può proporre presentandosi sulla scena. Certo, tutti sappiamo che anche coi prelibati distillati registici e le fantascientifiche dotazioni scenotecniche di oggi solo uno squinternato potrebbe cercare la verosimiglianza in uno spettacolo d’opera; però se è facile abituarsi a un mezzosoprano che fa l’adolescente guerriero, trovarsi una Juliette con la stazza di un vagone della Transiberiana o un Sigfrido con gli anni di mia zia genera qualche sconcerto in più. E a volte qualche sonora risata, come quella volta che Montserrat Caballé, Tosca più che oversize, lanciò contro il cielo stellato che avvolgeva la ravennate Rocca Brancaleone il suo finale O Scarpia, davanti a Dio! e invece di saltare dal bastione di Castel Sant’Angelo se ne uscì come una gran dama dalla porta.
Lasciamo da parte questi buffi aneddoti e anche l’immagine un po’ trita del soprano tutta ciccia e occupiamoci di un signore. Un tenore per l’esattezza, uno dei più grandi dell’Ottocento, per certi versi l’incarnazione stessa del tenore romantico. Gaetano Donizetti, che senza mezzi termini lo adorava, per lui e con lui aveva scritto la scena lancinante del suicidio di Edgardo nella Lucia di Lammermoor. Quella scena che, posta in quel modo a concludere l’opera, ne fece di Edgardo il reale protagonista e mandò su tutte le furie la prima Lucia, Fanny Tacchinardi Persiani, che da vera primadonna pretendeva che il sipario calasse definitivamente dopo la sua morte. Invece quella storica serata al San Carlo di Napoli, il 26 settembre 1835, fu Gilbert-Louis Duprez a chiuderla, scatenando un trionfo di pubblico che ebbe tutti i connotati del delirio collettivo.
Duprez, parigino, era nato nel 1806 e aveva avuto un deludente inizio di carriera in Francia. Trasferitosi in Italia nel ’27, aveva caparbiamente modificato la propria organizzazione vocale fino a trasformarsi nell’icona del nuovo canto tenorile romantico, ormai lontano da certa lunare astrattezza dei tenori rossiniani e belliniani e capace di sostenere le più vibranti accensioni drammatiche conferendo allo stesso tempo ai personaggi una struggente tinta patetica.
La storia si tinge di leggenda e racconta del suo Arnoldo nella prima italiana del Guglielmo Tell a Lucca nel 1831, quando sconvolse il pubblico con il mai sentito prima do di petto. La realtà fu più complessa di così, l’invenzione non fu tutta sua e non si fece in una sera, però è indubbio che il canto di Duprez spalancò le porte dei nuovi tempi. E così, se la disperazione non toglieva il minimo aplomb al belliniano Arturo dei Puritani e al suo astratto fa sopracuto emesso con un adolescenziale falsettone, l’Edgardo di Donizetti e Duprez si aggirava fra torri diroccate e cieli tempestosi declamando versi di indicibile presa emotiva:
Orrida è questa notte
come il destino mio!
Si, tuona, o cielo…
Imperversate, o turbini…. Sconvolto
sia l’ordin di natura, e pèra il mondo…
Parole forti, sentimenti esasperati che delineavano un eroe tutto amore e morte, un concentrato di virulenza e patetismo che letteralmente schiantava il cuore di un pubblico che non aspettava altro che di farsi strappare l’anima per essere portato in paradiso. E che così lo vedeva:

Duprez

Stupidini questi venditori di riproduzioni digitali che marchiano coi loro watermark incisioni dei cui diritti non sono certo proprietari. Eccola qua nel suo contesto originario, ad aprire la Galerie des artistes dramatiques de Paris del 1841, fotografata un po’ così con il resto dell’imponente tomo di cui fa parte

20160117_005352

Non era bello, Duprez, e neppure questo trasfigurato ritratto, che lo mostra probabilmente come Arnold nel Guillaume Tell, può negare questa evidenza. Ma il cipiglio, lo sguardo fiero, il corpo snello e scattante, il gesto autoritario sono quelli dell’eroe giovane e romantico che Duprez seppe incarnare come nessun altro. Questo la magia del teatro e della musica facevano vedere, mentre altro è quello che l’impietoso mezzo fotografico ci mostra. Eccolo, giunto direttamente dall’Olimpo dei grandissimi, Gilbert-Louis Duprez in una carte de visite di Disderi che ne mostra le reali fattezze, senza il filtro dell’illusione teatrale

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D’accordo, se siamo dopo il 1860 vuol dire che dall’epoca dell’incisione sono passati più o meno vent’anni. Ma la statura ridotta, la gamba brevilinea, il derrière importante sono tutti attributi costituzionali e vagamente spoetizzanti se li pensiamo connessi al disperato Edgardo che in una notte di tempesta vaga fra le tombe degli avi suoi in attesa di piantarsi un coltello nel cuore.
Eppure la magia del teatro, della voce, della musica e una personalità artistica di eccezione seppero compiere il miracolo e fecero sì che questo bassetto stempiato sconvolgesse il pubblico napoletano e, poco dopo, quello di Parigi. Tornato nel 1836 nella città che l’aveva cresciuto e maltrattato, proprio con il Guillaume Tell Duprez spodestò Adolphe Nourrit dal suo trono all’Opéra e divenne il primo tenore di Francia. Quindici anni durò il suo regno, nel corso del quale scrissero per lui e i suoi mezzi straordinari Berlioz (Benvenuto Cellini), il suo amico Donizetti (La Favorite, Les Martyrs, Dom Sébastien), Halevy (Charles VI, La Reine de Chypre, Guido e Ginevra), Verdi (Jerusalem). Difficile dire, con una carriera del genere e un tale parterre di blasoni, che il brevilineo Duprez non avesse il physique du rôle. Ma nell’opera, si sa, la verità sta sempre altrove.

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2 risposte a Gilbert-Louis Duprez, o dell’arte di sapersi trasfigurare

  1. ausdemspielberg ha detto:

    Cavaliere! Lei supera di gran lunga ogni più rosea aspettativa.
    Pèra il mondo se questo sul tenore dall’importante derrière non si rivelerà uno dei suoi scritti più riusciti.
    Ma non disdegni di deliziarci talora anche con quelli che lei definisce buffi aneddoti. Infatti a qualcuno è capitato di innamorarsi dell’opera principiando con l’ascoltare proprio il racconto di quelli.
    Ad esempio, una Butterfly allestita nel teatro di una ridente cittadina romagnola il cui impresario si trovò, all’ultimo momento, sprovvisto di un fanciullo di età adeguata (circa tre anni) al ritorno di Pinkerton. Si decise così, concitatamente, di adoperare il figlio quindicenne di un macchinista, lungo lungo e secco secco.
    Il quale, poverino, fece tutto ciò che gli fu detto di fare.
    Un impietoso loggionista non seppe però trattersi e sbottò in dialetto: Orca se è cresciuto!
    L’incanto si ruppe e in un soffio si passò dal pianto al riso.

  2. gabrilu ha detto:

    Lo Spielberg mi ha preceduta di un soffio. Responsabili del mio ritardo il “pèra” e il “derrière”, chè troppo occupata ero a ridere come una matta. Come per la Tosca di Monserrat-Caballè. Non sapevo fosse riuscita ad evitare il salto dal bastione, ma d’altra parte, come darle torto? Mi congratulo per il buon senso da lei dimostrato 🙂

    Certo oggi, l’avvento di riprese video sempre più raffinate (ma anche, a volte, dissennate) hanno reso di molto la vita complicata — non è difficile immaginarlo — a cantanti che magari di voce eccellente come fisico lasciano a desiderare. La distanza spettatore-palcoscenico cui eravamo abituati aiutava a passar sopra e a trasfigurare molti bomboloni e bombolotte. La magia del teatro, appunto.

    …Ma oggi? Primi e primissimi piani crudeli che non fanno grazia (ai cantanti e a noi spettatori) di una ruga, un sudore, un filo di saliva, uno spasmo mascellare, un cerone che si squaglia…Nulla.

    La regia video dovrebbe volere e saper filtrare i momenti critici, evitare di costringerci a vedere da dieci centimetri di distanza lo sforzo fisico di un cantante impegnato nei momenti più difficili. Purtroppo spesso questo non avviene.
    Oggi i poveri cantanti sono costretti a preoccuparsi non solo di non steccare (per dire) ma anche di non risultare in un primissimo piano video un’orrida maschera…

    …Ah, dimenticavo: grazie per avere accolto la richiesta, e rimango in trepidante attesa di altri e sempre gustosi ritrattini e di aneddoti 🙂

    I miei omaggi.

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