Mario, idolo vittoriano

deCandia00363rGR

L’arte fotografica ha un’età che è stata sufficiente a ritrarre ancora nel pieno del loro vigore cantanti di quella generazione che noi penseremmo piuttosto più legata al dipinto o all’incisione. Artisti già attivi negli anni Trenta dell’Ottocento, legati a prime assolute di melodrammi di Bellini o Donizetti, nomi inevitabilmente per noi circonfusi nell’aura trasfigurante del mito.
A pronunciare il nome di Giovanni Matteo de Candia, su entrambe le sponde della Manica adorato con il solo nome di Mario, al melomane fuori del tempo quale io sono corre un brivido nelle vene. Mario fu il primo Ernesto nel Don Pasquale, fu il compagno di tutta una vita di Giulia Grisi, la prima Adalgisa della Norma, fu cantante considerato tra i massimi artisti della sua epoca da signori che si chiamavano Rossini, Donizetti, Verdi, Meyerbeer. Bello, elegante sulla scena e dotato di uno strumento straordinario, Mario fu – per usare le parole di Kutsch e Riemens, il tenore divinizzato da un’intera generazione di pubblico della Londra vittoriana. Era italiano e nobile Giovanni Matteo de Candia, che vediamo in questa carte de visite nelle vesti di Fernando nella Favorita, ma nessun teatro italiano sentì mai la sua voce.
Era nato a Cagliari nel 1810, settimo di quattordici figli di Don Stefano de Candia, aiutante di campo di Carlo Felice di Savoia. Mandato dodicenne al Collegio Militare di Torino, compì gli studi militari assieme a Camillo Benso di Cavour, suo coetaneo. Ne uscì nel 1829, avviato naturalmente alla carriera militare ma entrò in grave conflitto con il padre, c’è chi dice per una banale questione di debiti ma più probabilmente per irreparabili divergenze politiche. Come che sia, per sfuggire a un probabile arresto Giovanni disertò e se ne fuggì a Parigi a ingrossare le fila degli esiliati che cercavano di rifarsi una vita in quella capitale. Spiantato ma pur sempre di augusto lignaggio, frequentava il salotto dei principi Belgiojoso e dispensava generosamente in quei consessi la sua splendida voce di tenore, che già la famiglia aveva provveduto a fargli educare. Doveva pur inventarsi un mestiere e probabilmente non gli dispiacque fin dall’inizio l’idea di Giacomo Meyerbeer di fargli pagare dall’Opéra un anno e mezzo di stipendio sulla fiducia per dargli modo di completare gli studi musicali e prepararsi a debuttare nella programmata ripresa del Robert le diable, che a causa della partenza da Parigi di Adolphe Nourrit rischiava seriamente di restare senza protagonista. Il debutto avvenne il 30 novembre 1838, Meyerbeer aveva scritto per lui un’aria aggiuntiva da inserire nel secondo atto e il successo fu grande e immediato. Forse per un moto di riguardo nei confronti della famiglia (non c’è niente da fare, per quanto idolatrato un uomo di teatro resta sempre un povero guitto agli occhi di un vecchio nobile conservatore), forse per tagliare con essa definitivamente i ponti, Giovanni decise di rinunciare al proprio nome sulla scena e fu così che Giovanni Matteo de Candia divenne semplicemente Mario.
La permanenza all’Opéra fu breve perché i successivi trionfi all’Her Majesty’s Theatre  nel 1839 e al Théâtre-Italien nel 1840 (i cantanti di stanza a Parigi conducevano abitualmente una doppia carriera, lì e a Londra) gli fecero comprendere che il suo repertorio di elezione era quello italiano. Ed ecco infatti cosa scrive Pier Angelo Fiorentino nel testo che accompagna un suo ritratto nelle vesti di Nemorino nell’Elisir d’amore, nel Tome premier della Galerie des artistes dramatiques de Paris, del 1841 (tomo imponente pieno di meravigliose incisioni, da me acquistato una quindicina d’anni fa svenandomi direttamente su un banco del mercato dell’antiquariato di Piazzola sul Brenta):
Quest’anno [1840] Mario ha raccolto probabilmente, senza contrasti, senza contestazioni, l’eredità di Rubini. Il successo ottenuto nei Puritani, nella Sonnambula e nella Lucia hanno assicurato il suo avvenire; non appena l’abitudine allo stare in scena avrà fatto scomparire quei leggeri difetti che dobbiamo imputare unicamente alla giovinezza, occuperà un rango d’onore fra gli artisti di quella élite che rappresenta con tanto successo la nostra scuola musicale.
L’incontro con la Grisi avvenne in occasione del debutto londinese, quando i due si trovarono affrontati nei ruoli di Lucrezia e Gennaro nella Lucrezia Borgia. La Grisi aveva sulle spalle un precedente matrimonio ed essi non ebbero quindi mai la possibilità di sposarsi legalmente, ma la loro unione nacque e si sviluppò alla luce del sole e vissero e procrearono considerandosi ed essendo considerati marito e moglie a tutti gli effetti. Da Parigi la residenza ufficiale si spostò a Londra ma per tutta la durata delle rispettive carriere la spola di qua e di là della Manica proseguì regolare e incessante. Da una parte il Théâtre-Italien (e, più tardi, un nuovo ritorno di Mario all’Opéra), dall’altra prima l’Her Majesty’s Theatre, poi il Covent Garden.
E’ difficile dare una data a questa fotografia, visto che il ruolo di Fernando fu uno dei favoriti di Mario, che lo riprese numerosissime volte nel corso della sua carriera e lo scelse anche per il suo addio alle scene, avvenuto il 19 luglio 1871. L’identificazione del personaggio sarebbe impossibile dal mio esemplare, che è assolutamente muto, ma l’ho ricavata da questo esemplare catalogato nella collezione fotografica della National Portrait Gallery. La cosa che mi lascia perplesso è che la fotografia della NPG risulta provenire dall’atelier di Caldesi, Blanford & Co., mentre la mia si dichiara al verso di Minshull & Hughes, poco noto atelier della provinciale Chester.

deCandia00363v

Non so se Mario abbia mai avuto contatti con quella città e l’unica cosa che posso pensare è che sia stata uno dei centri toccati nel corso di una delle numerose tournée in Inghilterra e Irlanda cui Mario e la Grisi con altri artisti si sottoposero più volte nella loro carriera. Forse anche questo è un caso di riciclo di una fotografia di un autore ristampata e rivenduta da un altro fotografo. Chissà. La fotografia è comunque importante perché, fatta eccezione per la serie famosissima di scatti che ritraggono Mario con Adelina Patti e Jean-Baptiste Faure in alcune scene del Faust di Gounod, è una delle poche a mia conoscenza che mostrano il tenore in costume di scena.
Ebbe una vita e una carriera molto lunghe, Mario, e sopravvisse, sia nella carriera sia nella vita, all’amatissima Giulia Grisi, che morì circondata dalle figlie a Berlino mentre lui cantava a San Pietroburgo. In vecchiaia si ritirò a Roma, dove morì esattamente 132 anni fa, l’11 dicembre 1883. Avrebbe certamente voluto essere seppellito al Père Lachaise, vicino alla Grisi e a tre delle loro figlie morte in tenera età ma le ragioni del sangue furono più forti e la famiglia d’origine, non sappiamo quanto allontanata da sé durante la vita, se lo riprese e lo fece tumulare nella tomba gentilizia a Cagliari. La sua scomparsa toccò anche la regina Vittoria che il 15 dicembre, appresa la notizia, affidò al proprio diario tutta la sua malinconia:
Era il più grande tenore che sia mai esistito, e aveva una voce paradisiaca, ricca, piena, priva di ogni traccia, fatta eccezione per alcune note estremamente acute, di falsetto, e cantava con una tale sensibilità. Era così bello e recitava così meravigliosamente.
Chi potrà mai dimenticarlo come Gennaro nella Lucrezia Borgia, o come Profeta: appariva splendido nella scena dell’incoronazione. Ma sopra tutto c’era il suo Raoul negli Ugonotti. Quel duetto con Valentina cantato da lui e dalla povera Grisi (anche lei se n’è andata) era la cosa più bella che si potesse immaginare. Il suo “tu m’ami” era squisito e toccante. Andavamo di continuo all’opera, solo per quella scena.
Povera Vittoria, era finito Mario e stava finendo un’epoca. Quella lunghissima, estenuata frase proiettata nel registro sopracuto, quel “tu m’ami” degli Ugonotti che con lui era squisito e toccante sarebbe diventata prima una palestra di ardimento vocale e poi, ahimé, uno dei piccoli grandi miti di un secolo che possiamo ormai solo immaginare.

deCandia00363rFS

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Caldesi Blanford & Co., Cantanti, Carte de visite, Londra, Minshull & Hughes, Parigi e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.

4 risposte a Mario, idolo vittoriano

  1. ausdemspielberg ha detto:

    Gentile Cavaliere,
    farebbe credo cosa grata a tutti i suoi estimatori se volesse “ripostare” (che orrore!) questo interessante articolo liberato dagli insopportabili refusi che ne rendono impervia e claudicante la lettura.
    Se invece i refusi dipendessero solo dagli acciacchi del mio datato elaboratore, mi scuso anticipatamente per il disturbo arrecato a lei ed ai suoi lettori.

  2. Pingback: Un Nelusko cattivo ma con stile, gusto e sentimento | Il cavaliere della rosa

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...