La valchiria riconosciuta, probabilmente

E’ vero che per fare i detective occorrono naso e pazienza, ma bisogna ammettere che a volte non si arriverebbe da nessuna parte senza una dose, grande o piccola, di quello che nominar non oso ma che viene comunemente indicato con una breve parola di quattro lettere. Si, quello.
Chi capitasse direttamente su questo post, sappia che si tratta della seconda parte di un lungo discorso, e che sarebbe preferibile prima di questo leggere il post precedente. Riassumo in ogni caso telegraficamente le linee del dramma.
Acquisto una fotografia che senza ombra di dubbio appare legata alla prima rappresentazione del Ring  di Wagner, avvenuta in occasione del primo festival di Bayreuth nel 1876. La cantante raffigurata nelle vesti di una valchiria non è nota e il tentativo di darle un nome sulla scorta del cast di quelle rappresentazioni si rivela non sono estremamente complicato ma del tutto fallimentare. Decido di arrendermi, quando succede qualcosa che rimette tutte le carte in gioco e mi apre una nuova strada. Fine del riassunto.
Come dicevo in chiusura, insoddisfatto delle mie due fiacche ipotesi conclusive sono andato a riprendere la fotografia originale dal suo cassetto. L’avessi fatto un po’ prima invece di adagiarmi sugli allori di certezze dai piedi d’argilla. Rieccola qua la nostra innominata valchiria

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Nella foto c’è un dettaglio che avrebbe dovuto mettermi in sospetto da un pezzo, ma è facile parlare col senno di poi. Partiamo piuttosto dal verso della fotografia

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Eccolo qua, apparentemente muto, col suo bel punto interrogativo messo chissà da chi a testimoniare che non sono il primo che si è posto il problema dell’identificazione della signora. La stampigliatura dello studio Höffert è assolutamente analoga a quella presente in altre mie fotografie e non dice nulla di più.
Un attimo, Höffert? E che c’entra Höffert? Le riprese fotografiche del festival del 1876 furono affidate a Joseph Albert, Höffert subentrò ben più avanti negli anni come fotografo ufficiale del festival. O Gesù d’amore acceso, e questo che significa? Che la fotografia non c’entra dunque nulla con la serie pubblicata da Albert e sulla quale mi sono scervellato per serate intere? Forse anche Höffert ha lavorato nel 1876 producendo altre fotografie, di cui però pare che nessuno sappia nulla? Oppure che abbia a un certo momento acquistato l’archivio di Albert e ripubblicato come sue (pratica comune peraltro) le fotografie del ’76 per rivenderle nell’86? Francamente improbabile.
E allora?
E allora, come nei finali delle opere barocche il cielo si è squarciato e dalle nubi è spuntata anziché quella di Apollo la faccia di quel mio prof di storia all’università che un giorno, ascoltando pazientemente certe mie verbose elucubrazioni legate alle ricerche per la tesi di laurea, mi regalò la più saggia delle raccomandazioni: non innamorarti mai troppo delle tue idee, mi disse.
E’ grazie alla forza del dubbio che il mondo va avanti. E allora ho provato a pensare: se lasciassimo perdere questa storia di Bayreuth 1876? Lì tutte le valchirie sono occupate e la vaga possibilità di identificare la nostra con Marie Haupt cade a questo punto davanti all’evidenza che questa foto non c’entra nulla con le altre.
Oltre tutto, a rafforzare quanto appena detto, viene il fatto che le rocce che compongono l’ambientazione della fotografia sono palesemente diverse da quelle che invece ricorrono qua e là, rimescolate ad arte, negli altri ritratti. Segno dunque che questa posa è stata fatta altrove, in un diverso studio. E, vedremo, in un diverso anno.
Ragioniamo: Wagner dà il Ring a Bayreuth nel ’76 con l’idea di riprenderlo negli anni successivi, cosa che si rivela impossibile per motivi finanziari. Molte fonti raccontano che già durante le rappresentazioni egli ricevette numerosissime richieste da parte di teatri tedeschi per rappresentare una o tutte le opere del ciclo in diverse città, ma fu irremovibile nel respingerle perché Bayreuth doveva avere l’esclusiva. E’ così irrealistico ipotizzare che una volta accettata l’idea di una pausa forzata del suo festival, che avrebbe anche potuto essere lunga un bel po’ di anni, e dopo aver iniziato a dare consensi alle rappresentazioni altrove, Wagner non abbia cercato di tirar su un po’ di soldi affittando o vendendo addirittura l’allestimento di Bayreuth? A me poi qualcosa in questo senso ronzava per la testa, ma vatti a fidare della mia testa e di quello che ricorda o crede di ricordare. Comunque qualcosa ronzava e così gira di qua, gira di là per la rete, recupero un articolo che come Mosè sulla sponda del Mar Rosso mi schiude il passaggio verso la terra promessa. Al paragrafo Urdeutsche Götter, a proposito dei costumi:
[Nel 1876] Wagner e Cosima furono costretti per questioni di tempo ed economiche ad accettare i bozzetti che non apprezzavano. E sotto la pressione della cronica mancanza di denaro a villa Wahnfried, nel 1881 Wagner si decise a vendere all’impresario Angelo Neumann l’intera dotazione delle rappresentazioni del 1876, compresi i costumi di Doepler.
Era l’una di notte, ma la tentazione di uscire di casa e andarmi a fare sette spritz di fila è stata forte. Ecco cosa ricordavo, il mio neurone destro evidentemente ogni tanto ancora stabilisce un contatto col sinistro. Avevo letto le memorie di Neumann alcuni mesi fa e qualcosa mi era rimasto nella testa della vicenda della sua compagnia viaggiante che a partire dal 1882 portò in giro per l’Europa, e in Italia a Venezia, Trieste, Bologna e Torino, il Ring con le scene e i costumi originali visti a Bayreuth in quell’unica occasione di cui tutta l’europa aveva parlato.
[Vabbè, mi accorgo adesso che questa storia della vendita è raccontata anche nella voce della Wikipedia tedesca dedicata a Neumann, ci sarei potuto arrivare anche prima ma, come ho già detto, col senno di poi è facile arrivare ovunque]
A questo punto non potevo non ricominciare daccapo con il mio confronto fra i cast e le facce che potevo identificare, per vedere se quella della mia foto corrispondeva a qualcuna che aveva già un nome. Ma se la cosa era stata difficile per una sola edizione di Bayreuth, per le 135 rappresentazioni del Ring date da Neumann nel corso di due anni era quasi impossibile, visto che la compagnia non fu certo blindata e immutata dall’inizio alla fine.
Nelle sue memorie, che sono andato immediatamente a recuperare, Neumann è al proposito assolutamente laconico, e di nessun aiuto. In rete ho trovato la riproduzione di un manifesto legato a qualcuna delle rappresentazioni italiane, dal quale si desume, per Die Walküre, questa distribuzione dei ruoli:
Brünnhilde: Edwig Reicher-Kindermann
Gerhilde: Elise Freitag
Ortlinde: Anna Stürmer
Waltraute: Georgine Hellwig
Schwertleite: Rosa Bleiter
Helmwige: Therese Milàr
Siegrune: Bertha Hinrichsen
Grimgerde: Elisabeth Telle
Rossweisse: Orlanda Riegler
Tolta la Reicher-Kindermann, già a Bayreuth nel ’76 e presente quindi nelle foto di Albert che ho mostrato nel post precedente, gli altri nomi sono apparsi essere, già alle prime ricerche, niente più che puri fantasmi. Quasi nessuno è menzionato da Kutsch e Riemens e per nessuno ho trovato la minima traccia di un ritratto.
Quasi di nessuno per la verità (entra a questo punto trionfalmente in scena quella cosa col nome di quattro lettere). Vagando ormai per la rete come un disperato senza alcun appiglio che quella lista di nomi sempre più vuota di senso, ho recuperato un volume di memorie di una signora a me totalmente ignota che, se ho capito bene, fu cantante di canzonette di una certa notorietà all’epoca del Terzo Reich, tale Ingeborg Hoffmann-Reß.
Bene, a pagina 11 del suo racconto, Frau Ingeborg racconta e ci mostra una fotografia della di lei nonna, cantante d’opera di un certo nome attiva fino alla corte dello zar, Georgine Hellwig. Che guarda un po’, non è altri che la Waltraute di Neumann (vedi elenco più su)

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Una fotografia per otto valchirie, questo ho trovato. Lì per lì l’ho accantonata, poi però ci sono tornato su esaminandola a lungo e affiancando i due volti

HellwigHellwig

Santa Notburga della Westfalia, forse ho le allucinazioni ma a me quel mento un po’ a pallina, quel taglio di occhi appena all’ingiù, quelle labbra mi sembrano le stesse (non state lì a scuotere la testa su questi due francobolli, basta cliccarci sopra e si vedono ben più in grande).
Il pericolo maggiore in questi casi è di tornare a innamorarsi delle proprie idee e perdere il contatto con la realtà. E così, non fidandomi di me, ho cercato una peer-review esterna e senza dare alcuna spiegazione, senza fare alcun racconto di come ci ero arrivato ho inviato le due foto a qualcuno che di occhio fino ne ha da vendere, e che in questo consesso si vela sotto il nome di Ausdemspielberg.
Quando ho letto, nella sua risposta, le parole per me è lei mi si sono arricciati i baffi. Motivando la sua opinione, AdS mi ha fatto notare anche la presenza in entrambe le fotografie di una minuscola gobbetta sul naso, nonché l’analogia del taglio delle orecchie e dell’attaccatura dei capelli. Certo, nella mia fotografia il viso sembra molto più allungato ma la colpa è anche, credo, dell’altissima acconciatura della nostra – adesso possiamo dirlo? – Waltraute.
Georgine Hellwig dunque, fino a quando qualcuno non mi presenterà evidenze che vadano in altra direzione, questo nome sarà assegnato alla mia fotografia. Georgine Hellwig come Waltraute nella compagnia di Angelo Neumann in giro per l’Europa negli anni 1882-83, con l’allestimento di Bayreuth del 1876.
Per fortuna Ingeborg Hoffmann-Reß non è del tutto avara di notizie biografiche sulla nonna: nata a Reval nel 1850, figlia di un attore e direttore di teatro, si formò come cantante a Lipsia. Sposata giovanissima con un altro cantante, fece il suo debutto a 20 anni a Dessau e iniziò una carriera di un certo respiro. Poi le notizie diventano aneddoti e anche improbabili (avrebbe cantato a Bayreuth, sarebbe stata amica di Lilli Lehmann); in ogni caso pare sia poi finita a San Pietroburgo, dove avrebbe condotto la maggior parte della sua carriera (ma ci sarebbe stato anche un gastspiel alla Scala) e avrebbe anche prodotto un figlio, il padre di Ingeborg Hoffmann-Reß, prontamente riconosciuto dal marito che, però, viveva separato da lei in Germania. Miracoli della biologia ottocentesca. In fine di carriera, munita di un diploma d’onore firmato nientemeno che dallo zar, la Hellwig fece ritorno a Monaco, dove si stabilì col figlio e iniziò una attività come maestra di canto. Morì nel gennaio 1910, eccola com’era diventata

Ellwig1910

Essendo il mio prof di storia tuttora vivo e vegeto, non temo di inquietare il suo fantasma ammettendo che di questa idea mi sono adesso un po’ innamorato. In ogni caso la ricerca del nome di questa ignota valchiria è stata un’impresa di notevole soddisfazione, credo che comunque lassù sulla sua nuvoletta Frau Georgine Hellwig, unica ormai a sapere con certezza se ci ho azzeccato oppure no, possa dirsi tutto sommato compiaciuta che qualcuno, dopo più di cent’anni dalla sua dipartita, abbia chiamato di nuovo in causa lei e il suo diploma, firmato nientemeno che dallo zar.

Anonima0356rFS

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3 risposte a La valchiria riconosciuta, probabilmente

  1. dragoval ha detto:

    Meraviglioso, davvero.
    Meraviglioso anche il tuo racconto, che ci conduce al lieto e gran finale attraverso una suspense prolungata ad arte.
    E quanto agli spritz…..io sono astemia, ma ho conosciuto momenti di esaltazione archimedèa (Eureka, eureka !) in cui avrei davvero tracannato volentieri una bottiglia di champagne.
    A confortante riprova del fatto che, grazie al Cielo, non si vive di solo pane.

  2. Amfortas ha detto:

    Elementare, Watson. Una goduria, magnifico.

  3. gabrilu ha detto:

    Standing ovation! (e se vuoi compagnia per gli spritz, io sono sempre disponibile 😉

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