Helena Forti, nomen omen

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Racchiusa nell’inconfondibile cornicetta bianca che a inizio Novecento contraddistingueva le cartoline ufficiali del Festival di Bayreuth, una giunonica Kundry stringe le mani al petto, avvolta in un velo dipinto a grandi fiori che ancora oggi, magari con un bel po’ di giallo, rosso e arancione, potrebbe fare ottima figura come tendaggio in un bar sulla spiaggia di Cesenatico.
La scritta sul lato sinistro ci avverte che la fotografia è stata aufgenommen im Festspielhaus von A. Pieperhoff, dove quell’A. sta forse per Alfred mentre il resto indica sicuramente l’Hofatelier Pieperhoff, che aveva la sua sede principale a Halle e sedi secondarie a Lipsia e Bayreuth.
A dimostrazione che il vecchio adagio nomen omen qualcosa di vero contiene, l’energica signora ritratta nel costume della selvaggia ammaliatrice del Parsifal si chiamava Helena Forti ed ebbe una carriera importante, anche se è oggi quasi completamente dimenticata. Nata a Berlino nel 1884, già da bambina fu frequentemente utilizzata per ruoli infantili in teatro. Avviata presto allo studio della musica, iniziò tuttavia la carriera nel 1900 a Dessau come attrice di prosa. Il canto però chiamava e così, dopo un periodo di studio con Karl Scheidemantel, grandissimo baritono wagneriano e gloria dell’Opera di Dresda, e con Theodor Emmerich a Berlino, nel 1906 ebbe sempre a Dessau un secondo debutto in veste sopranile, nientemeno che come Valentine negli Ugonotti di Meyerbeer. Che non è precisamente, a ulteriore dimostrazione dell’adagio di cui sopra, un ruolo che qualunque principiante sostiene con tranquillità.
Da quel momento la carriera non conobbe passi all’indietro: da Dessau a Stoccarda, poi a Brno, a Praga e infine a Dresda. Era il 1911, l’anno che era iniziato in quel teatro con la trionfale prima rappresentazione di Der Rosenkavalier. La Forti fece il suo ingresso nel Königlisches Opernhaus come Elisabeth nel Tannhäuser; qui sarebbe rimasta tredici anni, fortemente segnati per lei dalla musica di Richard Wagner. Ciononostante, il suo nome resta legato anche alla prima assoluta nel 1916 di Die toten Augen, l’opera di Eugen d’Albert di cui ho già parlato qui, e alla prima locale nel 1923 di Boris Godunov, nella quale interpretò il ruolo di Marina.
Oltre che a Dresda, la Forti cantò a Vienna, Monaco, Praga e Berlino, in uno spettro di ruoli che andava dalla Pamina del Flauto Magico fino ad Aida, Ariadne, Carmen e Amelia del Ballo in maschera ma comprendeva soprattutto i grandi ruoli sopranili wagneriani: Senta, Venere, Eva e Fricka fino alla Brünnhilde del Ring.
Nel Festival di Bayreuth del 1914 fecero sensazione la sua Sieglinde e la sua Kundry, di cui la cartolina che pubblico qui conserva un poco di memoria.
Helena Forti si ritirò dalla scena ancora giovane, nel 1924 e per il suo addio a Dresda scelse ancora Wagner interpretando Adriano nel Rienzi. Si diede all’insegnamento del canto a Vienna, città nella quale si era trasferita assieme al marito, l’attore e regista Walter Bruno Iltz, che in quella città aveva preso le redini del Volkstheater.
I suoi ultimi anni non furono felici: i pesantissimi contrasti fra il marito e il partito nazionalsocialista (Iltz prese pubblica posizione contro le discriminazioni razziali che colpivano anche musicisti e autori teatrali e subì lunghe e pesanti persecuzioni) la portarono al crollo nervoso e dopo anni di malattia morì a Vienna l’11 maggio 1942, a cinquantotto anni.

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