Emma Albani, seconda a una soltanto

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Non credo che Emma Albani, Dama dell’Impero Britannico amatissima dalla Regina Vittoria, sia stata qui ritratta il giorno delle sue nozze, che sono certamente avvenute parecchi anni prima di questa fotografia. E’ che, come ho già avuto altre volte occasione di dire, esistevano nell’Ottocento marcate differenze nei modi in cui le opera stars di sesso femminile si facevano ritrarre: rigorosamente in costume di scena le tedesche; languide, mollemente atteggiate e onuste di veli e monumentali gioielli le francesi; in gran sera e addobbate come granduchesse le inglesi.
Emma Albani, canadese nata Marie-Louise-Emma-Cécile Lajeunesse in un anno imprecisato da porre fra il 1852 (che lei stessa tenta di dare per buono nella sua autobiografia) e il 1847, ritenuto oggi più probabile, ebbe quella che si suol dire un’educazione musicale di ferro. Prima in casa, grazie a un padre musicista di professione, poi a Parigi con Gilbert Duprez e infine a Milano con Francesco Lamperti, uno dei più grandi maestri di canto del secolo.
Il debutto in scena fu nel 1870 a Messina nella Sonnambula, cui seguirono numerosi ingaggi nella provincia italiana e a Malta. All’epoca aveva già cambiato nome: secondo Hermann Klein il nuovo cognome le sarebbe stato suggerito da un insegnante di dizione, che l’avrebbe definito ideale perché quello di una antica e nobile famiglia italiana, i cui esponenti erano quasi tutti morti.
Dopo un’audizione con Frederck Gye, impresario del Covent Garden, fu scritturata e fece con successo il suo debutto a Londra nell’aprile 1872. Come ricorda Klein, la Albani fu subito amata dal pubblico della capitale ma per alcuni anni fu una delle tante, non certo per limiti suoi quanto perché il parterre di primedonne a disposizione del Covent Garden in quegli anni era veramente impressionante. La svolta, ricorda Klein, avvenne nel 1878, quando la Albani sposò Ernest Gye, figlio e braccio destro di Frederick. A quel punto essa divenne se non proprio seconda a nessuno, seconda a una soltanto, ovvero Adelina Patti. E fu, osserva acutamente Klein, sufficientemente sensibile e diplomatica da non tentare mai lo scontro diretto con la star delle star.
Klein la ascolta la prima volta nel 1874 in Lucia di Lammermoor. Ha uno strumento buono ma non eccezionale, dice, né lei è particolarmente bella. Però due cose si percepiscono immediatamente: un grande senso del teatro e una grandissima musicalità. La voce è piccola e risonante soprattutto in alto, mentre il centro e i bassi appaiono, forse per scelta, un po’ fiochi. E’ abilissima nella vocalizzazione e nel canto di agilità ma ha un bizzarro modo di eseguire il trillo, praticamente mezzo tono sopra.
Forse all’inizio casualmente, forse consapevolmente per cercare una propria individualità di interprete, la Albani abbandona abbastanza presto i ruoli di soprano leggero frequentati fino allora e abbraccia un repertorio più lirico, che è anche quello da cui la Patti si tiene prudentemente lontana.
Il risultato è straordinario: nel 1875 è Elsa nel debutto londinese di Lohengrin: una doppia rivelazione per il pubblico, da un lato per la novità della partitura, dall’altro per l’interpretazione dell’Albani che (Klein) crea una poetica e sognante giovinetta nella quale si combinano fascino e fragilità femminile, colta nelle angustie di una vera tragedia romantica; una raffigurazione inusuale in quei drammi virulenti che solitamente si incontrano nelle pompose regioni dell’opera convenzionale.
Per preparare il personaggio, la Albani aveva passato due settimane a Monaco con Franz Wüllner, compositore e direttore d’orchestra nelle prime assolute di Das Rheingold e Die Walküre. Secondo quanto testimonia Klein, in quella prima londinese di Lohengrin, cantata in italiano, con un protagonista e un Telramondo francesi e un direttore e gli altri interpreti tutti italiani, la Albani fu l’unica che seppe incarnare nella sua eroina l’autentico ideale teutonico che aveva ispirato Wagner. Chissà cosa diremmo se la sentissimo oggi, abituati a certi odierni urlatori: di sicuro quello che la Albani fece fu di sfatare presso i contemporanei il mito di un Wagner distruttore della voce. Allora come oggi, Wagner bisogna cantarlo, e cantarlo bene. Non è uno zuccherino, ma non è lui che rovina le ugole.
Bravissima attrice, perfettamente a proprio agio con inglese, francese, italiano e tedesco, protagonista anche della scena concertistica e oratoriale, in Inghilterra importante tanto quanto quella dell’opera, Emma Albani ebbe una grande carriera internazionale, facendo sempre base a Londra ma dividendosi equamente fra Europa e Stati Uniti. Al Metropolitan debuttò nel 1891 come Valentine negli Ugonotti. L’anno successivo cantò Senta nell’Olandese volante e il New York Times, pur rilevando una esecuzione con qualche menda dal punto di vista strettamente vocale, riportò che seppe fare talmente tante cose in maniera eccellente che tutti nel pubblico le perdonarono i problemi di intonazione che sembravano ormai essere divenuti per lei una costante.
Non era comunque un puro spirito svolazzante nell’iperuranio del bello ideale: quando ci voleva sapeva bene far valere i suoi diritti di primadonna. Racconta Klein che al suo debutto come Contessa nelle mozartiane Nozze di Figaro pretese, nell’incantevole duettino fra la Contessa e Susanna nel terzo atto, di scambiare la parte con Bianca Bianchi, Susanna, nel momento in cui le voci, unite nel canto per terze, salgono una al si bemolle acuto, mentre l’altra si ferma sotto al sol.
Va bene le ragioni della musica, ma si è vista mai una contessa messa in ombra dagli acuti di una cameriera?

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Una risposta a Emma Albani, seconda a una soltanto

  1. ausdemspielberg ha detto:

    Bella, per nulla maliarda ma serenamente espressiva.

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