Hermann Winkelmann, ur-Parsifal fortunato

All’improvviso mi sono accorto che uno dei cantanti meno nominati di questo blog è proprio il mio quasi omonimo. Il quasi è per colpa di quell’imbarazzante c, che se c’è mi apparenta all’altro Winckelmann, mentre se mancasse (come dovrebbe) anziché avvicinarmi al grande tenore farebbe piuttosto pensare a un refuso. Fu solo per questo che quella volta, nel battezzarmi, preferii con codardia conservare la c e rifugiarmi nella sicura tranquillità della lectio facilior. Faccio tardiva ammenda per quella che resta una imperdonabile lacuna recuperando una splendida fotografia che ho utilizzato in passato senza mai seriamente presentarla, una grande boudoir card uscita dall’atelier viennese di Rudolf Krziwanek che ci mostra il nostro nei panni del wagneriano Tristano. Winkelmann0139GR Hermann Winkelmann nacque a Braunschweig nel 1849 con una strada professionale già ben tracciata davanti a sé: avrebbe dovuto fare, come il padre, il costruttore di pianoforti. Lo mandarono a Parigi per imparare il mestiere e lì invece qualcuno trovò che aveva una voce da coltivare. Iniziò così, il giovane Hermann, a studiare canto, prima a Parigi e successivamente ad Hannover, e a ventisei anni in un oscuro teatro della Turingia, l’Hoftheater di Sondershausen, ebbe il suo debutto come Manrico nel Trovatore. Era il 1875 e bastarono tre anni a farlo approdare ad Amburgo, il cui teatro viveva in quegli anni un periodo tra i più fortunati della sua storia. Qui partecipò fra le altre cose alla prima locale della Hérodiade di Massenet e alla prima assoluta del Nerone di Anton Rubinstein, opera nella quale lo vediamo in questa più tarda cartolina viennese, tratta da una fotografia dello stesso Krziwanek. Winkelmann0131NR La sua carriera si sviluppò però soprattutto nel nome di Wagner. Nel 1882 fece parte della tournée del teatro di Amburgo a Londra nel corso della quale si tennero, al Drury Lane, le prime locali dei Meistersinger e di Tristan und Isolde, dirette dal grande Hans Richter. A Winkelmann capitò così di essere il primo Walther von Stolzing e il primo Tristano sulle rive del Tamigi. Ma un onore ancora più grande gli toccò lo stesso anno, quello di essere chiamato da Richard Wagner in persona a tenere a battesimo sulla verde collina di Bayreuth il ruolo di Parsifal. Qui ci entrò un poco anche la fortuna, perché i tenori ai quali la parte fu affidata furono due, Winkelmann e Heinrich Gudehus. Cantarono a perfetta vicenda, cioè una recita per uno, ma siccome cominciò Winkelmann e Gudehus ebbe la seconda rappresentazione, oggi ancora ci ricordiamo solo del primo come unico e incontestabile ur-Parsifal. Benedetto dall’incondizionata ammirazione di Wagner, che moriva però l’anno successivo, Winkelmann divenne una presenza costante di Bayreuth e nel 1883 fu accolto come membro stabile della compagnia della Hofoper di Vienna, dove tenne a battesimo Tristano, l’Otello di Verdi e Dalibor di Smetana, presentato nel 1897 sotto la direzione di Gustav Mahler. Purtroppo proprio l’arrivo di Mahler a Vienna e l’inizio di quella straordinaria anche se sofferta epoca videro manifestarsi i segni del declino vocale di Winkelmann, che negli ultimissimi anni della carriera, chiusa nel 1907, registrò anche un certo numero di brani ma in una forma vocale che non era più quella degli anni migliori. Secondo Leo Riemens, Winkelmann deve essere considerato una delle figure maggiori dell’antica scuola wagneriana, quella che privilegiava un canto dolce e disteso, le mille miglia lontano dal latrato di Bayreuth inventato dalla “grande vedova” Cosima. Rodolfo Celletti ricorda però come già nel 1888 il corrispondente da Vienna del Teatro illustrato l’abbia pesantemente censurato quando ebbe l’ardire di cimentarsi col donizettiano Belisario. Canto italiano e canto tedesco, si sa, non sono mai andati troppo d’accordo e forse c’era anche un po’ di questo reciproco distacco culturale quando il giornale così descriveva la sua voce: registro basso quasi baritonale, registro centrale debole e senza carattere, registro acuto con un paio di note squillanti ma gutturali. Inoltre, continuava, Winkelmann era in forma soltanto quattro sere su dieci. Il pubblico di Vienna non doveva pensarla proprio così visto che sino alla fine della carriera se lo tenne come una delle colonne del teatro. E probabilmente, avesse sentito la maggior parte degli heldentenor che ai nostri dì ululano e gracchiano sui palcoscenici di mezzo mondo, anche il difficile corrispondente avrebbe applaudito volentieri le due note squillanti ma gutturali del mio quasi omonimo. Winkelmann0139FS

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4 risposte a Hermann Winkelmann, ur-Parsifal fortunato

  1. gabrilu ha detto:

    Ueh, finalmente la gloria dell’ “en plein air”! Nello splendore del cinemascope (così si diceva una volta).
    Gli è però vero che io ho sempre associato sino ad oggi il titolare dei due blog a quel Joan Joachim Winckelmann appassionato di statue greche, e siccome all’inizio mi chiedevo “che ci azzecca?” avevo poi cercato di darmi una risposta razionalizzando nel senso che “… evvabbè, certo, di cose antiche Venezia è piena, e magari il tenutario del blog è un appassionato collezionista di statuine…magari, come in quel racconto di Henry James, è pure innamorato di una statua, porello…”.
    Ed ecco invece che ora mi svela il mistero, e devo resettare tutte le mie celluline grige.
    (Notevole, però, eh, il Winkelman senza “c”, eh, diciamolo ;-).
    Ma guarda te quante cose si scoprono.

    • Winckelmann ha detto:

      Ci manca solo che mi metto anche a collezionare statuine, povero me!… 🙂

      • gabrilu ha detto:

        Il Mister di Mister James sgattaiolava di notte in giardino e si abbracciava la statua, eh. Ed io ero così che ormai ti avevo immaginato. Che nottetempo andavi per calli ad abbracciarti mascheroni veneziani. Mi hai demolito un sogno, avrebbe detto Monicelli.
        (scherzo, eh. Ormai lo preciso sempre, che non sia mai qualcuno mi prende sul serio).

        Sulla difficoltà di intendersi tra opera italiana e tedesca quanto hai ragione! Io sono un’ignorante, musicalmente parlando, ma mi infastidisce assai quando un pur mio amatissimo cantante tedesco canta chessò un Ernani come mi è difficile sopportare un nostro pur eccelso tenore di grazia che si esibisce in un ruolo anche considerato leggero di un’opera o in un’operetta tedesca…
        (quest’ultima notazione era giusto per darmi un atteggiamento e rientrare in tema 🙂

      • Winckelmann ha detto:

        Io non l’ho mai letto (credo, o se l’ho letto ero giovane e quindi parliamo di qualche migliaio di anni fa) ma ricordo che Rodolfo Celletti in un suo articolo citava un racconto di Karen Blixen in cui una qualche nobildonna dell’ancien régime faceva gettare in carcere un baritono tedesco reo di aver accettato di cantare un’opera di Cimarosa. Ecco, a questo non arriverei… 😉

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