Sir John Martin-Harvey, Amleto senza stravaganza

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E chiudiamo questo quartetto di britannici shakespeariani con l’Amleto di Sir John Martin-Harvey, che fu attore di vastissima popolarità ma conquistata a fatica e, bisogna dirlo, più in provincia che non a Londra. E pure quando tentò la carta dell’America si trovò a godere di molta maggior fortuna in Canada che non negli Stati Uniti. Conseguenza di questa popolarità più vasta che non culturalmente elevata fu che il nostro, fascinoso e dandy, si trovò ad essere uno degli attori probabilmente più fotografati della sua epoca, aiutato anche da frequentazioni cinematografiche non occasionali che si protrassero fino agli anni Trenta del Novecento.
Eppure per molti e lunghi anni John Martin-Harvey, nato nell’Essex nel 1863, era stato confinato alle piccole parti: nel 1882 la sua prima apparizione come membro della compagnia di Henry Irving al Lyceum Theatre fu addirittura in un ruolo non parlato in Molto rumore per nulla. Per i quattordici anni che passò con Irving, Martin-Harvey visse una sorta di schizofrenica carriera: comprimario a Londra e protagonista in provincia nelle tournée estive. La grande occasione venne, sempre in compagnia con Irving, quando gli fu affidata la parte di protagonista in The only way, un adattamento teatrale di A tale of two cities di Charles Dickens che ebbe un clamoroso successo e che, a sentir lui, Martin-Harvey recitò almeno tremila volte.
Non sono in grado di dire se, come le altre, anche questa cartolina sia legata a rappresentazioni tenute all’His Majesty’s Theatre nel 1910-11. So per certo, però, che John Martin-Harvey recitò in quel teatro numerosi ruoli shakespeariani, fra cui Amleto, nel 1916, in occasione delle celebrazioni per il tricentenario della morte di Shakespeare. Chissà se a quella data il suo triste principe di Svezia era riuscito a guadagnare presso certi critici londinesi maggior credito di quanto ne ricevette nel 1905, quando dopo un debutto nel ruolo in un teatro della capitale che non viene nominato il critico del Guardian censurò con una certa saccente spocchia il suo Amleto per la carenza, a suo dire, di furia e stravaganza che conferiva al personaggio un carattere dimesso, troppo moderno e realistico, quasi come se il testo elisabettiano fosse stato un moderno problem-play. A noi verrebbe da drizzare le orecchie ma per l’anonimo estensore dell’articolo questi non erano complimenti: Mr. Harvey – continua – non è “malinconico” ma semplicemente depresso. E prosegue spiegandoci come l’attore abbia nella sostanza commesso il peccato di non attenersi a quello che egli considera un canone intoccabile. Sarà, ma per noi che abbiamo fatto il ’68 questa cosa suona invece parecchio positiva.

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6 risposte a Sir John Martin-Harvey, Amleto senza stravaganza

  1. ausdemspielberg ha detto:

    E dopo questa divagazione, le nostre amatissime, straripanti culone, tettone, e trombone. Con licenza parlando, naturalmente.

  2. gabrilu ha detto:

    Chiedo scusa ma fo umilmente notare (come direbbe il buon Sc’veik) che anche noi femminucce abbiamo i nostri diritti. Anche noi abbiamo diritto all’ occhio che gode, anche noi vogliamo la nostra parte. Comprendiamo la difficoltà di poter godere di robusti e ben torniti polpacci (le foto d’ordinanza comprendevano solo il mezzo busto) ma insomma ci accontentiamo di labbra carnose e di occhiate assassine,,,

    Riferisca, la prego, al suo amico spielbergato.

    Si proceda dunque con altre fotine di baldi giovinotti e terribili omaccioni, chè da noi femminucce non può che venire un plauso.

    Che poi — detto tra noi — queste fotografie sono davvero splendide. A prescindere dai sessi.

  3. Winckelmann ha detto:

    Va bene va bene, non litigate. Questo sarà il primo blog d’opera sottoposto alle regole della par condicio. Volete che aggiunga ai post un widget per votare la bomba sexy del mese?

  4. gabrilu ha detto:

    E non s’è ancora fatto cenno, Herr Winckelmann, ad un eventuale filone cantori ed attori “en travesti” 😉

    • Winckelmann ha detto:

      Purtroppo il travesti maschile ha avuto grande voga in teatro, sia d’opera che di prosa, in epoche in cui la fotografia era ancora di là da venire. Un problemino non da poco per noi, a meno che non si decida di includere nella Winckelmann-Sammlung anche il teatro di varietà.

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