Wagner a Venezia, e un’ex-primadonna dalla fervida fantasia

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Centotrentadue anni e un giorno sono passati da quel 13 febbraio 1883 che vide, in un appartamento della veneziana Ca’ Vendramin Calergi sul Canal Grande a San Marcuola, la dipartita da questo mondo di Richard Wagner. Il compositore, accompagnato dalla moglie, dai figli e da un po’ di domestici, era arrivato a Venezia nel settembre dell’anno precedente, a riprendersi dalle fatiche della prima rappresentazione assoluta di Parsifal, che aveva appena avuto luogo a Bayreuth (nella cartolina qui sopra appare nelle vesti di Wotan Theodor Reichmann, che in quelle recite aveva tenuto a battesimo il ruolo di Amfortas). Dopo un primo periodo di tranquillità, lo stato di salute di Wagner peggiorò abbastanza rapidamente, fino a che il 13 febbraio il compositore fu stroncato da una crisi cardiaca.
Appena due mesi dopo la sua morte apparve, con una rapidità degna degli instant-book di oggi, un piccolo libro di un certo Henry Perl, intitolato Richard Wagner in Venedig. Mosaikbilder aus seinen letzten Lebenstagen, vale a dire Richard Wagner a Venezia. Tessere di mosaico dai suoi ultimi giorni di vita. Si tratta di un piccolo libro che ha avuto vita quasi nulla, presto quasi scomparso dagli scaffali e appena citato in qualche biografia e che solo nel 2000 è stato ripescato da Quirino Principe e pubblicato anche in traduzione italiana.
Henry Perl era in realtà Henriette, nata a Leopoli nel 1845 e morta presso Monaco di Baviera nel 1915. Personaggio a suo modo assai originale, era cresciuta in Italia e aveva intrapreso la carriera di cantante d’opera, presto abbandonata a favore del matrimonio con un ricco industriale. Un  tracollo finanziario la obbligò per campare a darsi alla letteratura e alla traduzione; dopo vario girovagare per l’America e l’Europa alla fine degli anni Settanta la Perl si stabilì a Venezia, facendo la scrittrice e vivendo in tranquillità, seppure solo ai margini di quel mondo di nobili e milionari che aveva conosciuto così bene all’epoca della propria fortuna e nel quale adesso riusciva appena a mettere la punta del naso.
La sua ricostruzione degli ultimi mesi di vita di Wagner e dei giorni successivi alla sua morte è così in qualche modo un falso, perché traveste un assemblaggio di notizie colte qui e là in un resoconto che si finge scritto da qualcuno profondamente addentro alla vita della famiglia Wagner. Più che documento storico, il libro della Perl è soprattutto testimonianza di uno spirito letterario un po’ scombinato che passa senza fratture dalla chiacchiera più spicciola alla più altisonante effusione lirica e nel quale, forse, le antiche origini della primadonna mancata ancora rivelavano le proprie tracce:

Altamente drammatica era la visione di quella stanza che pareva irridere alla situazione: luccicate e quasi metallica con la sua tappezzeria di broccato intessuta d’oro e di liscio e seducente raso, con ilsorriso di tutti i colori dell’iride, scintillante sotto le luci artificiali che splendevano come un’inalterabile luce del sole; e in mezzo a quegli splendori, sul prezioso letto che soltanto il piacere della vita e la gioia avevano potuto ideare, Lui, il grande estinto. Su di lui, piegata e sconvolta dal dolore, con i capelli scomposti, maledicendo la propria vita e disposta a sopportarla ancora soltanto per amore dei suoi figli, lei, la vedova, la donna, la compagna, che non più di qualche ora prima gli aveva gettato le braccia al collo, aveva scambiato con lui ardenti baci d’amore, senza alcun presagio di separazione! Intorno a loro, i figli, dotati di tanta nobiltà spirituale, così simili ai genitori, annientati dal dolore e sopraffatti, per la prima volta nella loro vita, dalla lugubre sensazione di un vuoto incolmabile!
[…]
L’occhio irrigidito e fisso su di lui, ella riscaldava con il suo alito il volto e le mani dell’uomo immobile nel gelo della morte. Con i capelli, che a lui erano stati tanto cari, solo di rado ella asciugava le amare lacrime che le scorrevano sulle guance, insensibile e inaccessibile a qualsiasi impressione o stimolo proveniente dal mondo esterno e a qualsiasi parola, fosse pure uscita dalle labbra di uno dei suoi figli. Così quella donna era distesa accanto al corpo inanimato di colui che era stato per lei non un marito, ma un dio.

Eccetera, eccetera. Non male come testimonianza per una che, a quanto pare, in Ca’ Vendramin Calergi non riuscì nemmeno mai a metter piede. Ma, come si sa, il cuore di una primadonna trabocca di sensazioni e quando c’è l’arte e quando la penna corre felice sul foglio si può anche passar sopra a qualche insignificante aggiustamento della realtà.

Henry Perl, Richard Wagner a Venezia, Venezia, Marsilio, 2000. Traduzione di Quirino Principe.

Naya,_Carlo_(1816-1882)_-_Venezia_-_Palazzo_Vendramin_1870s_1

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7 risposte a Wagner a Venezia, e un’ex-primadonna dalla fervida fantasia

  1. ausdemspielberg ha detto:

    Non vorrei essere tacciato di maschilismo, ma codesta Henriette ed il suo componimento sulla morte di Wagner hanno il retrogusto di certi vini divenuti liquorosi a causa dei lunghi anni trascorsi in una cantina inadatta. Insomma, non buoni, neppure per l’aceto.

  2. giacinta ha detto:

    Oddio! Da non credersi! Bassa insinuazione: c’è certezza che sia una donna l’autrice? ( avrei piuttosto pensato a Rapagnetta o a un suo emulo.. )

  3. laulilla ha detto:

    Anch’io ignoravo che il Vate si chiamasse, probabilmente, Rapagnetta, ma giuro che anch’io, nella descrizione di Ca’ Vendramin Calergi, ho ritrovato, sia pure in modo sfigurato, alcuni sfondi agli amori di Andrea Sperelli, che mi han sempre messa di buon umore. Poiché il romanzo è del 1888, mentre lo scritto della signora Henriette è del 1883, è ipotizzabile che l’epigono sia proprio il Rapagnetta, dotato, questo mi pare ovvio, di più raffinati strumenti lessicali?

  4. laulilla ha detto:

    Già!… 😉 O forse semplicemente condividevano il gusto diffuso all’epoca per la paccottiglia kitsch?

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